E’ morto Giulio Andreotti. Aveva 94 anni

andreotti giulio

E’ morto Giulio Andreotti. Il senatore a vita si è spento oggi alle 12 e 25 nella sua abitazione romana. Lo hanno reso noto i suoi familiari. Aveva compiuto 94 anni il 14 gennaio scorso. I funerali del senatore a vita si svolgeranno domani pomeriggio a Roma.

La Bbc, con un flash, è stato il primo organo di informazione straniero a rilanciare la notizia della sua scomparsa. ‘Giulio Andreotti, sette volte primo ministro italiano, è morto all’età di 94 anni’. Il testo è apparso con  una breaking news su sfondo rosso sul sito web del servizio pubblico britannico e sul canale tv Bbc World.

LA CARRIERA POLITICA – Tra i protagonisti della vita politica italiana della seconda metà del XX secolo, Andreotti è stato tra gli uomini più importanti della DcDemocrazia Cristiana dalla Costituente all’inizio degli anni Novanta, quando tangentopoli la Dc la spazza via. Presidente del Consiglio per 7 volte, senatore a vita, ha ricoperto numerosi incarichi di governo: otto volte ministro della Difesa, cinque degli Esteri e due delle Finanze, bilancio e industria. Infine passò anche per il Tesoro, l’Interno e le Politiche comunitarie. La sua carriera inizia già alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando al seguito di Alcide De Gasperi diventa membro della Costituente nel 1946.  Fu De Gasperi ad introdurlo nella scena politica nazionale, designandolo quale componente della Consulta nazionale nel 1945 e successivamente favorendone la candidatura alle elezioni del 1946 all’Assemblea Costituente.

Andreotti iniziò a 20 anni a fare politica nelle fila della Fuci, la Federazione universitaria cattolica italiana che allevò tante leve dello Stato del dopoguerra come Aldo Moro, Francesco Cossiga, Giuseppe Dossetti e Giuseppe Lazzati. Fu Alcide De Gasperi nel 1946, a volerlo nell’Assemblea Costituente e, successivamente, candidato, con le prime elezioni libere. Da allora è sempre stato eletto in Parlamento, fino al 1991, quando l’allora presidente della Repubblica Cossiga lo nomina senatore a vita.

Per Andreotti, la figura di De Gasperi, leader del Partito Popolare e poi fondatore della Democrazia Cristiana, fu quella di un maestro e di un apripista (per quanto avesse riferito su di lui agli Alleati) tanto che già nel 1947, dietro la sollecitazione di Giovanni Battista Montini, dal 1963 papa Paolo VI, lo nominò sottosegretario dalla presidenza del consiglio. Forte dei voti che gli derivavano dal radicamento nella circoscrizione laziale (e a cui, dal 1968, si aggiunse il supporto siciliano del ‘grande elettore’ Salvo Lima con tutti gli strascichi giudiziari degli anni Novanta), Andreotti sapeva sfoderare capacità diplomatiche che lo resero centrale in più di un’occasione.

Quella ricordata con maggiore frequenza è il sabotaggio della cosiddetta ‘operazione Sturzo’. Era il 1952 e a Roma si preparavano le elezioni amministrative in cui la Dc sembrava in aria di presentare una lista capeggiata da Luigi Sturzo e appoggiata da monarchici e postfascisti. Ad Andreotti era chiaro che una mossa del genere avrebbe innescato una crisi di governo, vista la contrarietà espressa da liberali, repubblicani e socialdemocratici. E così si attivò presso papa Pacelli, Pio XII, sfruttando i buoni servigi della sua più stretta collaboratrice, suor Pascalina. Ottenne l’effetto di bloccare il progetto politico dal futuro catastrofico e guadagnò punti sul suo padrino politico, De Gasperi, che invece aveva fallito nello stesso intento.

Il 1954, l’anno in cui De Gasperi muore, è anche quello in cui Andreotti diventa per la prima volta ministro. A 35 anni si ritrova a capo degli interni, il ministero della pubblica sicurezza, ed è proprio il periodo in cui – tra delitto Montesi (dal cognome di una ventunenne, Wilma, trovata senza vita nel 1953 sulla spiaggia di Torvaianica) e scandalo Giuffré su attività finanziarie truffaldine che pur lo lambirono – videro uscire di scena alcuni suoi concorrenti, come Attilio Piccioni, il cui figlio rimase coinvolto nella vicenda della ragazza romana.

Arrivarono i tempi dei dossieraggi dei servizi segreti e i venti di golpe. La fine degli anni Cinquanta coincise con la conquista di un’altra roccaforte di potere, il ministero della difesa, e qui rimase fino a quando scoppiò un altro scandalo. Fu quello dei dossieraggi del Sifar al tempo del generale Giovanni de Lorenzo, 150 mila fascicoli su politici, sindacalisti, intellettuali e altre personalità pubbliche – a iniziare dal candidato al Quirinale Giovanni Leone e soprattutto da sua moglie Vittoria – che avrebbero dovuto essere distrutti in un inceneritore di Fiumicino e che invece vennero in parte ritrovati nell’archivio uruguaiano della P2.

A questa vicenda si aggiunse la preoccupazione destata dal ‘Piano Solo’ che nel 1964 aveva fatto temere il golpe e il cui scopo politico ultimo fu il contenimento delle istanze del partito socialista durante i primi governi di centrosinistra. Ma nel corso di quel periodo, ci fu anche un evento che segnò la permanenza di Andreotti alla difesa: la commissione d’inchiesta sulla morte di Enrico Mattei, il presidente dell’Eni precipitato nel 1962 con il suo aereo nei cieli di Bascapè. Commissione che in 4 mesi si pronunciò escludendo l’ipotesi dell’attentato, riemerso invece molto più tardi, negli anni Novanta, nelle inchieste dell’allora sostituto procuratore di Pavia Vincenzo Calia.

Sindona, Gelli, il terrorismo e il delitto Moro: il nodo degli anni Settanta. Se il sesto decennio del Novecento fu un periodo di mare grosso, ma anche di ulteriore forza politica per Giulio Andreotti, quello successivo non fu da meno. I Settanta infatti si aprirono presto sul ‘salvatore della lira’ Michele Sindona e sulle malversazioni delle sue banche, con i fallimenti del 1974 e che videro il Divo in stretto contatto – per quanto filtrato da una rete costante di intermediari, tra cui il suo braccio destro, Franco Evangelisti – con chi tentava il salvataggio degli interessi del banchiere nato in Sicilia e trasferitosi a Milano negli anni Cinquanta attestandosi come un mago dell’economia e della sparizione di capitali all’estero.

Su queste magie, nell’autunno del 1974, venne chiamato a lavorare il commissario liquidatore Giorgio Ambrosoli che, dopo quasi 5 anni di lavoro, attacchi istituzionali, minacce e la quasi in completa solitudine (oltre a uno stretto pool di collaboratori, l’avvocato poté contare sull’aiuto solo del maresciallo della guardia di finanza Silvio Novembre), arrivò a ricostruire le trame sindoniane per finire assassinato. Accadde l’11 luglio 1979 per mano del killer William Joseph Aricò su mandato di Sindona. E nel 2010, in una delle sue ultime apparizioni, di fronte alle telecamere di Giovanni Minoli, Andreotti commentò che Ambrosoli ‘in termini romaneschi se l’andava cercando’. Subito dopo, in piena polemica, sostenne di essere stato frainteso.

Ma gli anni Settanta non hanno significato solo questo. Sono infatti coincisi con il periodo delle stragi, a iniziare da quella di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e di dichiarazioni fatte per proteggere sodali, come il finto giornalista Guido Giannettini (per il cui favoreggiamento Andreotti fu prosciolto nel 1982) o l’estremista di Ordine Nuovo Giovanni Ventura. Episodi che, nel corso dei processi per i fatti della Banca Nazionale dell’Agricoltura, verranno a galla e già prima erano state ammesse a mezzo stampa quando non era più possibile negarle. E che porteranno alla condanna da parte di uomini di Andreotti nei servizi, come il generale Gianadelio Maletti, riparato in Sudafrica dopo la sentenza del 1979.

Gli anni della strategia della tensione hanno significato inoltre sequestro e delitto Moro (dal 16 marzo al 9 maggio 1978), la linea della fermezza smentita da tentativi di trattative occulte e i comitati per la gestione dell’emergenza fortemente infiltrati da aderenti alla loggia massonica P2 proprio nel periodo in cui Giulio Andreotti era presidente del consiglio dei ministri e Francesco Cossiga agli interni. Ci sono state le leggi speciali contro il terrorismo e la solidarietà nazionale dell’esecutivo che soppiantò l’avvicinarsi del compromesso storico con il Pci.

Da via Monte Nevoso a Gladio: altri segreti da non poter più negare. Tutte vicende, queste, che non hanno mai smesso di far indagare e scrivere, nonostante il riflusso, anche istituzionale e per quanto rotto da periodiche crisi, degli anni Ottanta. Divenuto nel 1983 ministro degli esteri nel corso del primo governo presieduto da Bettino Craxi, con lui il Divo si scontrò più volte, come nel corso della crisi di Sigonella.

Era il 1985 e il premier socialista arrivò alla rottura dei rapporti con il presidente degli Stati UnitiRonald Reagan mentre Andreotti cercava la via della trattativa con i palestinesi, forte dei suoi rapporti consolidati con Yasser Arafat. Ma fu in quel decennio che si consolidò il Caf (Craxi, Andreotti e Forlani) in opposizione alla tradizione pentapartitica che un altro democristiano, Ciriaco De Mita, avrebbe voluto conservare.

Con la caduta del muro di Berlino e la fine del bipolarismo Usa-Urss, ecco che nel 1990 si approssimò un altro scandalo. Era il periodo in cui Francesco Cossiga aveva già conquistato il Quirinale perché, nel 1985, era stato ritenuto – a torto – dai suoi compagni di partito un capo di Stato non troppo presenzialista. Ma nell’estate 1990 fu ormai innegabile l’esistenza di Gladio di cui Cossiga sapeva molto, un esercito segreto nato a seguito di accordi bilaterali risalenti agli anni Cinquanta tra servizi italiani e statunitensi.

Il 2 agosto di quell’anno, a 10 anni dalla strage alla stazione di Bologna, Andreotti promise che in una sessantina di giorni avrebbe riferito al parlamento sull’argomento. Intanto accadde che il 9 ottobre saltò fuori una nuova versione del memoriale di Aldo Moro dal covo milanese di via Monte Nevoso e 11 giorni più tardi, il 20 ottobre, Andreotti consegnò la prima versione del suo rapporto, intitolato ‘Sid parallelo – Operazione Gladio’, poi ridotto il 23 ottobre in un nuovo documento più stringato, chiamato semplicemente ‘Operazione Gladio’.

A quel punto Cossiga ‘impazzì’ e dall’aplomb sfoderato almeno in sede pubblica passò alla carriera da ‘picconatore’ con attacchi istituzionali ad Andreotti che, come suo costume, preferì scartare. Accusato negli anni successivi di aver favorito cosa nostra e di essere il mandante dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, assassinato a Roma il 20 marzo 1979, dopo la nomina a senatore a vita dal punto di vista politico fu un progressivo ritiro, tra nuovi partiti d’ispirazione cattolica e suspance quando si trattava di appoggiare o meno i governi di centrosinistra di Romano Prodi e Massimo D’Alema.

E forse, uno dei sunti migliori su un’attività così lunga e così piena di luci e ombre, la diede il film biografico ‘Il divo’ uscito nel 2008 per la regia di Paolo Sorrentino: ‘È inimmaginabile per chiunque la quantità di Male che bisogna accettare per ottenere il Bene’.

Domani, secondo quanto si apprende da fonti vicine al Quirinale, si svolgeranno i funerali. Secondo fonti vicine alla famiglia non ci saranno esequie di Stato ma probabilmente una funzione privata nella chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, vicino alla residenza del senatore a vita. La camera ardente si aprirà questo pomeriggio, allestita nello studio della sua casa in corso Vittorio Emanuele, nel centro di Roma. Potranno rendere l’ultimo saluto al politico amici, colleghi e chi lo conosceva.

Su Twitter#AndreottiDivoMoroRai

(fonte ilFattoquotidiano)

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Città di Castello: esplosione in una palazzina, un ferito

vigili del fuocoUna bombola del gas è scoppiata in un appartamento al primo piano di un edificio in via Martiri della Libertà, in una palazzina del centro di Città di Castello, in provincia di Perugia. Oltre alla persona ferita, non c’era nessun altro nell’edificio. Crollati due solai.

Un uomo è rimasto ferito nell’esplosione di questa mattina. Si tratta di un 56enne che avrebbe riportato ustioni su gran parte del corpo. L’uomo verrà probabilmente trasferito al centro Grandi ustionati di Pisa.

Al momento dello scoppio, avvenuto intorno alle 11.45, a causa di una bombola di gas in un appartamento al primo piano di una palazzina di via Martiri della Libertà, non c’era nessun altro nell’edificio.

Ingenti i danni nella palazzina che è composta di quattro appartamenti: sono crollati due solai. Sul posto, oltre ai vigili del fuoco subito al lavoro per lo spegnimento dell’incendio, sono intervenuti anche polizia e carabinieri.

Giornata di mobilitazione delle imprese italiane: in migliaia contro la crisi

Giornata-di-Mobilitazione-Nazionale-Rete-Imprese-ItaliaOggi si alza in Italia la voce di centinaia di migliaia di imprese per chiedere una svolta nella politica economica del Paese. È la voce delle imprese e delle professioni del commercio, dell’artigianato, dei trasporti, del turismo e dei servizi di mercato che oggi, per la prima volta insieme, si mobilitano per chiedere alle forze politiche di puntare sulla ripresa e di investire nello sviluppo’. Così il presidente di turno di Rete Imprese Italia, Carlo Sangalli, ha presentato la giornata di mobilitazione delle imprese italiane di oggi.

Sono oltre 30 mila gli imprenditori italiani che aderiscono alla protesta di Rete Imprese Italia (formata da Confartigianato, Confcommercio, Confesercenti, Cna e Casartigiani) e oltre 300 le associazioni territoriali collegate. ‘Chiediamo un Paese normale – ha aggiunto Sangalli – e la nostra richiesta si rivolge alla politica. È una richiesta esigente e severa. Diamo all’Italia lavoro, occupazione, stabilità economica e coesione sociale. non chiediamo privilegi ma opportunità e strumenti per tornare a crescere. Alla politica chiediamo perciò parole di verità sui tempi difficili che ancora ci attendono, impegni puntuali e coerenza e – ha sottolineato – anche se siamo ancora in periodo di saldi, su questo di sconti non ne faremo a nessuno’.

Fra le strategie prioritarie per tornare a crescere occorre una riduzione della pressione fiscale. È quanto chiede Rete Imprese Italia nel documento di presentazione della giornata di mobilitazione nazionale che si svolge oggi in oltre 80 città. Le richieste delle imprese, rileva il presidente di turno Carlo Sangalli nell’intervento di apertura, ‘sono le ragioni dell’avanzamento di una sorta di vera e propria `chirurgia ricostruttiva´ della spesa pubblica e dell’azione di contrasto e recupero di evasione ed elusione come condizioni per la progressiva riduzione della pressione fiscale. Un livello record di pressione fiscale – rileva – che fiacca, indebolisce drasticamente investimenti e consumi. E che ci fa chiedere la definitiva archiviazione di un ulteriore incremento dell’Iva. Sarebbe – sottolinea – solo un’ennesima controproducente doccia gelata per la ripresa!’.

Raid dei centri sociali al San Gaetano di Padova, devastato l’allestimento di Casa Pound

Il_manifesto_della_mostraI centri sociali attaccano la mostra di casa Pound: un commando di trenta persone ha fatto irruzione ieri pomeriggio al centro culturale San Gaetano per smantellare la mostra fotografica ‘Padova razionalista’ sull’architettura di inizio Novecento. Il presidente di Casa Pound, Alessio Tarani, è stato aggredito e picchiato ed è finito all’ospedale. Anche la sua auto è stata danneggiata.

In trenta rischiano la denuncia per minacce, lesioni, intimidazioni e danneggiamenti. Sull’episodio sta indagando la questura: subito dopo l’assalto al San Gaetano è intervenuto sul posto con i suoi agenti il dirigente della Digos Stefano Fonsi che ha fatto sequestrare i video della sorveglianza.

Un commando, si diceva. Porta la firma del centro sociale Pedro e del gruppo Reality shock. A stretto giro è arrivata la rivendicazione del blitz: ‘Nascosti dietro una facciata di alternativa al sistema’ si legge nel comunicato affidato ai social network dagli esponenti dei centri sociali padovani, ‘realtà come Casa Pound, spinte da un becero sentimento xenofobo, totalitario, revisionista e negazionista, tentano di cavalcare l’onda delle difficoltà sociali propinando analisi economiche tanto semplicistiche e incoerenti quanto populistiche. L’iniziativa di oggi’ rivendicano gli attivisti del Pedro, ‘vuole denunciare come, anche nella tanto democratica Padova, a questi fascisti venga dato impunemente spazio anche dalle istituzioni’.

 Nel corso del ‘blitz’ gli attivisti del Pedro hanno anche distribuito volantini in cui chiedevano al Comune di negare immediatamente lo spazio per ‘ogni altra iniziativa che passi per la testa di quelle vuote menti nazionaliste’.

C’è un video, ‘twittato’ da Global Project, che regala le immagini salienti dell’assalto alla mostra, scandite dal coro «Fuori i fascisti dalla città». Si vedono alcuni dei contestatori entrare al centro culturale: iniziano a staccare le foto dalle parete, riponendole negli scatoloni, si sentono le grida dei contestatori e quelle degli organizzatori della mostra che cercano di difendere il loro lavoro.

Ad avere la peggio è Alessio Tarani di Casa Pound: è stato colpito alla testa e al ginocchio, gli è stata spruzzata della vernice addosso, lo spray l’ha centrato anche nell’orecchio. È stato portato in ambulanza all’ospedale Sant’Antonio e dopo le medicazioni più urgenti è stato sottoposto a una tac.

La mostra, inaugurata sabato scorso, avrebbe dovuto concludersi venerdì. Era dedicata alle bellezze architettoniche di inizio Novecento a Padova e sull’opera e lo stile di Quirino De Giorgio. All’inaugurazione era intervenuto anche il professor Enrico Pietrogrande, docente al Bo e autore di numerosi studi su Quirino De Giorgio e l’architettura contemporanea.

La mostra, patrocinata anche dall’assessorato all’Ambiente della Provincia, era organizzata da AFI Padova, Il Bivacco e Artisti per CasaPound, circuito di cui fa parte l’artista che ha realizzato gli scatti, Luna Barba. La Digos avrebbe già identificato la maggior parte delle persone che hanno preso parte all’assalto e che ora rischiano pesanti denunce. Molti i volti noti dei centri sociali. Gli agenti stanno raccogliendo il maggior numero possibile di testimonianze per ricostruire quanto accaduto al San Gaetano.

(fonte Il mattino di Padova)

Sciopero dei benzinai dalle 19 di oggi per due giorni

Sciopero-benzinai_main_image_objectDisagi in vista per gli automobilisti a partire da questa sera. Confermato lo sciopero dei benzinai in programma dalle 19 di oggi 11 dicembre alle 7 del 14 dicembre. Nella rete autostradale la sospensione del servizio sarà dalle ore 22 di oggi alle ore 22 del 13. E’ questo l’esito dell’incontro dei gestori con il sottosegretario allo Sviluppo economico, Claudio De Vincenti.

Secondo quanto riferiscono fonti sindacali presenti al tavolo al ministero, ‘i petrolieri hanno chiuso ogni spazio di trattativa e il governo non è riuscito a trovare una via d’uscita per scongiurare lo sciopero’.

‘I gestori di Faib-Confesercenti, Fegica-Cisl e Figisc/Anisa Confcommercio chiedevano al governo di fare in modo che i petrolieri rispettassero le norme esistenti e in particolare quelle previste dal decreto Cresci-Italia’ hanno spiegato.

Il Garante degli Scioperi ha ricordato i servizi minimi da garantire, così come previsti dalla relativa regolamentazione di settore. Per la rete urbana ed extraurbana, dovrà essere mantenuto in servizio un numero di stazioni di rifornimento non inferiore al 50 per cento degli esercizi aperti nei giorni festivi secondo i turni programmati. Per la rete autostradale, le stazioni di servizio in funzione dovranno rimanere aperte in misura non inferiore a una ogni cento chilometri. Inoltre gli addetti alla distribuzione dei carburanti non potranno effettuare scioperi nei giorni delle festività natalizie, compresi tra il 20 dicembre ed il 6 gennaio.

Al centro della vertenza ci sono la contrattazione con le compagnie petrolifere per il rinnovo dei contratti scaduti, le nuove tipologie contrattuali, la crisi dei consumi sulla rete autostradale, la ristrutturazione della rete di distribuzione nel quadro di una riduzione del numero degli impianti, i costi dell’utilizzo della moneta elettronica per i rifornimenti.

La protesta potrebbe estendersi: le associazioni dei gestori hanno già proclamato il ‘no rid day‘ – agitazione attraverso la quale ciascun gestore manderà ‘insoluto’ il pagamento di una fornitura di carburanti, a titolo di parziale anticipo sull’adeguamento della propria remunerazione, in un giorno a scelta tra il 21, 22 e 23 dicembre prossimo. Le compagnie hanno risposto minacciando il mancato rifornimento degli impianti, con conseguenti possibili interruzioni del servizio.

Per la settimana tra Natale e Capodanno, i gestori preannunciano invece il rifiuto del pagamento con moneta elettronica, carte di credito e pago bancomat, ‘per protestare contro la pratica delle banche di sostituire la commissione sui rifornimenti fino a 100 euro – abolita per legge – con altre voci di costo a carico dei gestori’.

Primarie centro sinistra: si va al ballottaggio. A Bersani il 44,9%, Renzi al 35,5%

Pier Luigi Bersani per ora può festeggiare solo la grande affluenza alle urne: le primarie del centrosinistra sono state un successo con oltre 3,5 milioni di votanti e code, anche se ordinate, per tutta la giornata ai seggi. Ma il segretario Pd dovrà aspettare il ballottaggio, che si annuncia agguerrito, per sapere se sarà lui il candidato premier del centrosinistra. La sfida per la premiership è con il sindaco di Firenze Matteo Renzi.

Nichi Vendola, candidato di Sel, commenta a caldo: ‘Ho combattuto a mani nude contro due giganti’.

Cautela nelle parole di Laura Puppato e Bruno Tabacci sul sostegno ad uno dei due candidati al ballottaggio.

Matteo Renzi accusa il vertice del Pd di averlo isolato nelle primarie del centrosinistra. ‘I dati sono ballerini, ancora tutti da leggere, i nostri continuano ad essere diversi da quelli dati da Stumpo. In Toscana il dato è incredibile per noi. Noi stiamo tra il 35 e il 39% dopo essere stati completamente isolati dal gruppo dirigente del Pd’. Il sindaco di Firenze Matteo Renzi intervistato da Sky Tg24, visibilmente soddisfatto ha ribadito che al ballottaggio, ‘si riparte da zero, bisogna andare a recuperare la gente’.

Su quali saranno le alleanza per la prossima domenica, Renzi, non si fa illusioni: ‘Do per assodato che Nichi scelga Bersani’, ha affermato prima di aggiungere che ‘ci siamo messaggiati ieri sera, non ho alcun dubbio, Vendola appoggerà Bersani. Viviamo però questa settimana con serenità. Sono particolarmente contento del clima che c’è stato’ ha concluso il sindaco.

Sono quasi dieci i punti che separano Matteo Renzi da Pier Luigi Bersani nelle primarie del centrosinistra svolte ieri. ‘Hanno votato circa 3 milioni e centomila cittadini. Bersani è al 44,9%, Renzi al 35,5%, Vendola al 15,6%, Puppato al 2,6% e Tabacci all’1,4%. Questi dati possono avere solo minime variazioni: forse manca qualche sezione in Umbria e a Milano, ma già ieri si poteva discutere più o meno con gli stessi numeri”. Lo ha annunciato Nico Stumpo, coordinatore nazionale delle Primarie del centrosinistra, ad Agorà, su Rai Tre.

Come emerso già da ieri sera, si andrà quindi al ballottaggio, domenica prossima con il segretario del Pd è il sindaco di Firenze che si contenderanno la posizione di candidato a palazzo Chigi.’Si va al ballottaggio’ e questo ‘per me è un risultato ottimo’, ha detto Pier Luigi Bersani.

La giornata di ieri ‘l’abbiamo voluta, è stata una giornata magnifica, il risultato per me è ottimo’ – ha detto Bersani al comitato elettorale a Piacenza per incontrare i suoi sostenitori -. Si va al ballottaggio e questo ‘allungherà di una settimana l’attenzione del paese su di noi e ci consentirà di dimostrare chi siamo: un grande partito, grande schieramento dei progressisti in grado di dare una mano a questo paese’. ‘Una giornata strepitosa – ha aggiunto -. La scelta che abbiamo fatto di queste primarie è stata giusta. Non me la si rubi perché l’ho voluta io… visto che sento anche affermazioni strane’.

‘Se fossimo stati a San Remo, avremmo vinto il premio della critica. Ora vogliamo vincere il festival’, ha commentato a caldo Matteo Renzi; altro che voti della destra, ha detto Renzi ‘abbiamo vinto nella stragrande maggioranza delle regioni rosse’, rivendicando di avere conquistato i voti del popolo di sinistra. ‘Questa vulgata giornalistica che noi stiamo a destra e gli altri a sinistra, va prima o poi risolta’. Renzi ha chiesto un ‘applauso particolare per Pier Luigi Bersani’. ‘Un applauso di stima, rispetto e per molti aspetti di affetto’.

Giovedì e venerdì prossimi si potranno registrare per votare all’eventuale ballottaggio coloro che sono stati nell’impossibilità di farlo in questi ultimi 21 giorni.

Maltempo: salgono a 5 le morti accertate in Toscana. Nella Marsiliana crolla un ponte

L’ondata di maltempo che ha colpito il Centro-Nord e ha causato cinque morti accertati in Toscana dà una tregua e si sposta a Sud. Dopo l’intensa perturbazione, grazie al rinforzo dell’alta pressione, da oggi si verificherà un miglioramento del tempo ma le forti piogge si sposteranno a Sud e sulle Isole.

Intanto stamattina i vigili del fuoco hanno recuperato i corpi senza vita di tre persone (due uomini e una donna), dipendenti dell’Enel. I tre erano a bordo di un furgone della società finito nel fiume Albegna a causa del crollo, nella tarda serata di ieri, di un ponte a Marsiliana. I vigili del fuoco li avevano già individuati stanotte, ma sono riusciti a recuperarli dopo ore di lavoro. Le tre vittime (Paolo Bardelloni, 59 anni, di Grosseto; Antonella Vanni, 48 anni, di Larderello e Maurizio Stella 47 anni di Follonica) erano dipendenti dell’impianto geotermico di Enel Green Power di Larderello, in provincia di Pisa.

 Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sta seguendo l’evolversi della situazione attraverso il Dipartimento della Protezione Civile e le Prefetture interessate. Il Capo dello Stato ha espresso la propria ‘solidarietà alle Comunità coinvolte, la sua commossa partecipazione al dolore delle famiglie delle vittime, e al tempo stesso il vivo apprezzamento a quanti sui territori colpiti sono impegnati nella gestione dell’emergenza e nelle operazioni di soccorso’.

A questo punto il bilancio delle vittime per il maltempo in Toscana sale a 5 morti: oltre ai tre recuperati stamattina, ieri è stato ritrovato a Capalbio il corpo del 73enne che, mentre guidava l’auto, era finito in un canale e poi è stato trascinato via da un torrente esondato; nella notte tra sabato e domenica, invece, a Marina di Massa (Massa Carrara) un anziano di 79 anni, cardiopatico è morto colpito da infarto mentre controllava se la cantina della sua abitazione era stata allagata.

Tra mercoledì e giovedì, dicono gli esperti di Epson Meteo, il vortice di bassa pressione generato dalla perturbazione, porterà piogge, localmente anche forti, in Sardegna, Sicilia e zone ioniche. Il tempo si manterrà per lo più discreto sul resto dell’Italia, soprattutto al Nord, Toscana, Umbria e Lazio. Nei prossimi giorni i venti di Scirocco continuano a regalare un clima mite, con temperature minime elevate e massime anche oltre i 20 gradi.

In Toscana, dove la situazione sta tornando lentamente alla normalità, l’esercito è intervenuto a sostegno della popolazione colpita dai nubifragi e dalle frane, mentre a Roma prosegue il monitoraggio della situazione di Tevere e Aniene: la Protezione civile di Roma Capitale spiega che il picco massimo sarà dunque raggiunto domani, dopo mezzogiorno, quando si prevede di sfiorare i 12 metri. L’andamento ‘morbido’ dell’innalzamento dei livelli traccia uno scenario ordinario che non determinerà situazioni di allarme.

Ancora chiusa l’A1 a seguito dell’allagamento della sede autostradale tra gli svincoli di Valdichiana e Fabro in direzione Roma e, in direzione Firenze, da Orte fino a Chiusi. Si prevedono tempi lunghi per la riapertura del tratto per la quale bisognerà attendere il ritiro della piena e la successiva bonifica del piano viabile.

In Toscana il presidente della Regione Enrico Rossi ha parlato di ‘situazione grave’, e ha chiesto l’intervento dell’esercito per aiutare le popolazioni alluvionate. Pioggia record, infatti, nella Maremma dove non faceva così tanta acqua da 760 anni.

L’Aquila: condannati a 6 anni i membri della commissione Grandi Rischi

Avrebbero rassicurato gli aquilani dell’improbabilità della forte scossa sismica che invece avvenne nel 2009. Sei anni di reclusione per tutti gli imputati. È questa la condanna inflitta dal giudice unico Marco Billi ai componenti della commissione grandi rischi, in carica nel 2009, che il 31 marzo avrebbero rassicurato gli aquilani circa l’improbabilità di una forte scossa sismica che invece si verificò alle 3.32 del 6 aprile 2009, con effetti devastanti. L’accusa aveva chiesto quattro anni per i sette imputati.

Il giudice Marco Billi ha ritenuto i sette membri della commissione tutti colpevoli di omicidio colposo plurimo e lesioni colpose: gli imputati sono stati condannati per la morte di 29 persone ed il ferimento di altre quattro. A Franco Barberi, presidente vicario della commissione Grandi Rischi, Enzo Boschi all’epoca presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Mauro Dolce  direttore dell’ufficio rischio sismico di Protezione civile, Bernardo De Bernardinis già vice capo del settore tecnico del dipartimento di Protezione civile, Giulio Selvaggi, direttore del Centro nazionale terremoti, Claudio Eva ordinario di fisica all’Università di Genova e Gianmichele Calvi direttore di Eucentre e responsabile del progetto C.a.s.e. sono state concesse le attenuanti generiche. Oltre alla condanna a sei anni, sono stati condannati anche all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e in solido tra loro e con il responsabile civile (Presidenza del Consiglio dei ministri, in persona del Presidente del Consiglio dei Ministri pro tempore), al risarcimento del danno, da liquidarsi in separato giudizio nei .confronti di 56 parti civili.

Billi ha disposto nella sentenza di condanna sempre a titolo risarcitorio una provvisionale che sfiora i sei milioni di euro per le parti civili di cui oltre due milioni di euro immediatamente esecutiva.

‘Una sentenza sbalorditiva e incomprensibile, in diritto e nella valutazione dei fatti’. Così l’avvocato Marcello Petrelli, difensore del professor Franco Barberi, ha commentato la decisione. ‘Una sentenza che – ha aggiunto – non potrà che essere oggetto di profonda valutazione in appello’. ‘Avrà grosse ripercussioni sull’apparato della pubblica amministrazione. Nessuno farà più niente – ha detto invece l’avvocato Filippo Dinacci, difensore dell’ex vicecapo della Protezione civile e attuale presidente dell’Ispra De Bernardinis e del direttore del servizio sismico del dipartimento della Protezione civile Dolce.

‘Sono avvilito, disperato. Pensavo di essere assolto. Ancora non capisco di cosa sono accusato’. Così Enzo Boschi, ex presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), commenta a caldo la sentenza di condanna da parte del giudice del tribunale dell’Aquila per i membri della Commissione Grandi rischi.

Palermo: ragazza accoltellata, nessun segno di pentimento da parte dell’assassino

Non ha mostrato alcun segno di pentimento Samuele Caruso, 23 anni, l’assassino di Carmela Petrucci, la studentessa uccisa venerdì a coltellate nell’androne di casa di via Uditore a Palermo: oggi il gip Maria Pino ha convalidato il fermo del giovane disoccupato accusato di omicidio volontario premeditato.

Caruso, accompagnato dal suo legale, Antonio Scimone, non ha profferito parola davanti al gip e al pm Caterina Malagoli, ma si è avvalso della facoltà di non rispondere limitandosi a dire: ‘Non ho nulla da dichiarare’. Sembra che soltanto alla fine del breve interrogatorio, durante la firma dei verbali, abbia abbassato la testa, ma senza dire nulla. Entro domani il gip Pino firmerà la misura cautelare a carico di Samuele Caruso.

In un primo momento, subito dopo l’arresto avvenuto venerdì pomeriggio, a poche ore dall’omicidio, Caruso aveva invece sostenuto di essere uscito da casa con il coltello con l’intenzione di uccidere Lucia Petrucci, sorella maggiore di Carmela Petrucci la studentessa tutt’ora ricoverata in Rianimazione all’ospedale Cervello di Palermo. Sono ancora visibili sulla mano di Caruso i segni della colluttazione con le due ragazze.

Il 23enne reo confesso dell’omicidio della studentessa 17enne Carmela Petrucci, e del ferimento della sorella, sua ex fidanzata, Lucia, da venerdì scorso rinchiuso nel carcere palermitano dell’Ucciardone, ha ammesso di avere agito per gelosia nei confronti dell’ex fidanzata, raccontando di aver ucciso Carmela, intervenuta per difendere la sorella.

 I compagni di Carmela l’hanno ricordata oggi in assemblea in aula magna mentre il parroco Don Roberto Zambolin, parroco della chiesa di santa Teresa, che si trova di fronte al liceo classicoUmberto I‘ di Palermo, la scuola frequentata da Carmela Petrucci, uccisa con due pugnalate dall’ex fidanzato della sorella, Samuele Caruso, si è soffermato sul ruolo degli adulti nella vita e nelle dinamiche di crescita dei giovani.

‘Non sempre trovano negli adulti modelli e valori di riferimento, ma li cercano’. Un pensiero del sacerdote è andato anche a Samuele, il ragazzo di 23 anni che ha confessato l’omicidio della studentessa e si trova in carcere. Forse, se si fosse confidato con qualcuno, se non si fosse tenuto dentro il dramma interiore che stava vivendo, la tragedia si sarebbe potuta evitare. Forse – dice il prete – se avesse avuto il coraggio, l’umiltà e la sapienza di farsi aiutare, forse non sarebbe successo tutto questo’.

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Maturità: la terza prova è il Quizzone, orali a luglio

Da questa mattina circa 500mila studenti e studentesse italiani dovranno affrontare il Quizzone multidisciplinare, la terza prova scritta, predisposto a differenza dei primi due scritti, dalle singole commissioni d’esame su cinque materie del quinto anno. Per ogni materia i 495.771 maturandi dovranno rispondere a domande a risposta multipla e aperta. Pubblicati i risultati delle prove scritte, ai primi di luglio gli esami orali.

Dopo le due prove scritte del 20 e 21 giugno e la breve pausa del fine settimana, il quizzone è una delle prove più temute dagli studenti. Secondo il sito Skuola.net, anche se per legge le materie della prova, devono essere tenute segrete dalla commissione, è anche vero che  alcuni professori aiutano gli studenti anticipando le cinque materie oggetto della prova, per sfruttare al meglio i due giorni di pausa del fine settimana e permettere loro di ripassare, focalizzando l’attenzione sulle materie con le quali si dovranno misurare.

Il sito ha anche fatto un sondaggio online tra i maturandi, al quale hanno partecipato circa un migliaio di studenti. Uno su cinque conosce le materie e anche qualche domanda. Uno su tre invece, dichiara di conoscere solamente le materie della prova. Tutti gli altri, circa il 45%, sono rimasti all’oscuro di tutto così come dovrebbe essere fino all’esame.

‘La vicinanza e la confidenza che sussiste tra gli autori delle prove, di cui la metà sono professori interni che gia conoscono la classe – a detta di Skuola.net – producono un fenomeno che tra gli studenti è ormai noto: anticipazioni su materie e domande d’esame. Anche nel corso della maturità 2011, secondo i dati in possesso di Skuola.net, solo il 40% degli intervistati dichiarò di essersi preparato a casa forte degli studi affrontati durante tutto l’anno’.

Queste disparità dunque, ‘configurano sicuramente una differente difficoltà della prova non solo di scuola in scuola, ma addirittura di commissione in commissione’. Che la soluzione sia l’Invalsi per rendere piu omogenea sul territorio nazionale la difficoltà dell’esame di maturità? Ma l’evocare l’Invalsi spaventa gli studenti delle superiori, per lo più contrari a questa prospettiva’.

http://www.invalsi.it/invalsi/index.php
http://maturita.studentville.it/
http://www.istruzione.it/web/istruzione/esame-di-stato 

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