Super confisca alla mafia, oltre un miliardo e trecento milioni sequestrati a prestanome di Messina Denaro

Photofit of fugitive Mafia boss Matteo Messina...

Photofit of fugitive Mafia boss Matteo Messina Denaro (Photo credit: Wikipedia)

Ammontano ad oltre un miliardo e trecento milioni di euro i beni che la Direzione investigativa antimafia sta confiscando in queste ore in Sicilia nei confronti di un unico soggetto. L’operazione, la più cospicua mai effettuata in Italia, ‘colpisce al cuore l’aria grigia di Cosa nostra’.

La mega confisca di beni sta riguardando la Sicilia occidentale, la Lombardia, il Lazio e la Calabria. I sigilli sono stati apposti ai patrimoni riconducibili a Vito Nicastri, 57 anni di Alcamo (Trapani), imprenditore leader nel settore della produzione di energia fotovoltaica ed eolica. Nicastri, coinvolto, dicono gli investigatori, in numerose vicende, anche di rilievo penale, si sarebbe ‘relazionato costantemente con esponenti di Cosa nostra’. Le indagini economico-finanziarie, condotte dalla Dia, hanno consentito, secondo l’accusa, di stabilire che la posizione di vertice nel settore dell’energia alternativa da parte dell’imprenditore è stata acquisita grazie alla ‘contiguità consapevole e costante agli interessi della criminalità organizzata’. Nicastri secondo la Direzione investigativa antimafia ‘attraverso una tumultuosa dinamica degli affari ha intrattenuto rapporti anche con società lussemburghesi, danesi e spagnole’. Per gli inquirenti ‘tale vicinanza ai più noti esponenti mafiosi, ha favorito la sua trasformazione da elettricista a imprenditore specializzato nello sviluppo di impianti di produzione elettrica da fonti rinnovabili, facendogli assumere una posizione di rilievo nelle regioni del Meridione‘.

Vicino a Messina Denaro. ‘Vito Nicastri, l’imprenditore trapanese delle energie rinnovabili colpito da un provvedimento di confisca beni per un valore di un miliardo e 300 milioni, viene ritenuto dalla Dia vicino a esponenti mafiosi collegati con il boss latitante Matteo Messina Denaro. Nel corso delle indagini sono state riscontrate, inoltre, relazioni con i clan che operano nel messinese e nel catanese ed anche con la ‘ndrangheta calabrese, in particolare con le ‘ndrine di Platì, San Luca ed Africo del reggino. La vicinanza dell’imprenditore con il boss trapanese trova riscontro anche nell’interessamento alle vicende imprenditoriali del ‘re’ dell’eolico da parte dei boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo, come testimoniano i ‘pizzini’ scoperti in occasione del loro arresto nel covo di Giardinello (Palermo). Nicastri, che aveva interessi economici anche all’estero, era già stato coinvolto nel passato in alcune inchieste antimafia. In particolare nell’operazione ‘Eolo’, che aveva svelato il coinvolgimento di cosa nostra nel lucroso affare della realizzazione delle centrali eoliche in provincia di Trapani, la zona controllata proprio da Matteo Messina Denaro. La confisca record dei beni all’imprenditore si aggiunge agli ultimi sequestri della Dia nel trapanese, che mirano a fare ‘terra bruciata’ attorno al superboss. Il provvedimento contiene anche l’applicazione della misura di prevenzione personale nei confronti di Nicastri, al quale è stata inflitta la sorveglianza speciale con obbligo di dimora nel comune di residenza (Alcamo), per la durata di tre anni.

‘La maxiconfisca fatta dal tribunale di Trapani del patrimonio dell’imprenditore Vito Nicastri conferma l’enorme giro d’affari costruito dalla mafia sull’eolico. Un business che ha alimentato il sistema criminale e di potere di Cosa nostra. Da qualche anno la musica è cambiata nel settore delle energie alternative, la Regione Siciliana sta facendo un importante lavoro di controllo e pulizia che va portato fino in fondo’. Lo dice il senatore Giuseppe Lumia. ‘Adesso – aggiunge – è fondamentale che lo Stato sia capace di garantire, nel più breve tempo possibile, il riuso sociale e produttivo di questi beni. Col riuso, infatti, la società civile si riappropria del maltolto e lo trasforma in risorsa di legalità e sviluppo per il territorio’.

Mafia: condanna a 7 anni per Marcello dell’Utri

Marcello Dell'Utri

Marcello Dell’Utri (Photo credit: Wikipedia)

Il pg Luigi Patronaggio ha chiesto la condanna a 7 anni del senatore Marcello Dell’Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa. Il processo e’ in corso davanti alla corte d’appello di Palermo. Il pg ha definito ”molto grave” la condotta contestata al senatore e ha chiesto la conferma della precedente condanna inflitta all’imputato in appello e poi annullata con rinvio dalla Cassazione. In primo grado Dell’Utri fu condannato, invece, a 9 anni di carcere.

‘Caduto Craxi, Cosa nostra pose le sue attenzioni su Forza Italia. Non fu la mafia a fare vincere le elezioni a Forza Italia, ma votò quel partito’, ha detto il pg Luigi Patronaggio insistendo nel ruolo di mediatore che dell’ Utri avrebbe avuto tra Cosa nostra e Silvio Berlusconi a partire dal 1994.

Dell’Utri, che negli ultimi dieci anni ha sempre seguito tutti i processi che lo hanno visto imputato a Palermo, non era in aula. Non è mai stato presente in aula per questo processo, il quarto per concorso esterno in associazione mafiosa, iniziato un anno fa e la cui sentenza è attesa per marzo.

‘Certo che mi candido. Finché sono vivo continuerò a candidarmi. Non lo farò più solo da morto. Ma fino a quando non sarò morto…’, ha dichiarato il senatore in una intervista al Corriere della Sera, chiarendo che per ora ‘nessuno mi ha candidato, non ho ricevuto proposte’ e che l’ipotesi di candidatura con Grande sud è ‘una grande minchiata’.

Secondo il pg di Palermo Luigi Patronaggio, ‘sono provate le condotte di dell’ Utri dal ’74 al ’78 che ha avuto rapporti continuativi con Cosa nostra, agevolando anche il patto di protezione nei confronti di Silvio Berlusconi’. E proprio a Berlusconi, da Palermo, il boss di Cosa nostra Gaetano Cinà avrebbe mandato una cassata di oltre undici chili, da guinness dei primati, nel Natale del 1986 con la scritta ‘Canale 5‘. Secondo l’accusa anche questa cassata proverebbe i rapporti tra Cosa nostra e Marcello dell’Utri, che avrebbe fatto da mediatore.

I 21 caporedattori dell’ufficio stampa e la spending review di Rosario Crocetta

Ventuno capiredattori, con uno stipendio da quattro mila euro al mese a testa e nessun redattore semplice da coordinare. Sembra la redazione dei sogni e invece è “soltanto” l’ufficio stampa della presidenza regionale siciliana. Un ufficio che, numeri alla mano, dovrebbe produrre la migliore comunicazione del mondo. Ma a Rosario Crocetta, neo eletto governatore della Sicilia con il Pd e l’Udc, quell’ufficio stampa fatto di soli capiredattori non va proprio a genio. E per questo ha intenzione di azzerarlo. “Quei 21 giornalisti sono decaduti dal giorno in cui mi sono insediato e se sono ancora al loro posto lo sono in modo volontario e li ringrazio, per carità gli verranno retribuite queste giornate lavorative”, ha sentenziato il neo presidente, mettendo in apprensione tutti i componenti dell’ufficio stampa più ricco d’Italia.

Assunti ai tempi in cui sullo scranno più alto di palazzo d’Orleans sedeva Salvatore Cuffaro, l’ex governatore condannato per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra, i ventuno capiredattori erano passati indenni all’arrivo di Raffaele Lombardo, che li aveva confermati in toto. Adesso però Crocetta intende iniziare la sua spending review proprio dall’ufficio stampa presidenziale. “Costano 3,2 milioni di euro all’anno, con questi soldi la Regione può pagare 200 precari. Nemmeno alla Rai o a Repubblica ci sono 21 capiredattori” ha calcolato il neo governatore che poi ha puntato il dito contro Gregorio Arena, l’addetto stampa della presidenza di stanza a Bruxelles.

“Da eurodeputato sono stato nella sede della Regione a Bruxelles una dozzina di volte e lui non c’era, dicono che era in ferie. L’ho trovato a lavoro soltanto una volta. Quell’ufficio stampa non serve a nulla e costa dodici mila euro al mese”. Le dichiarazioni dell’ex sindaco di Gela hanno ovviamente provocato una serie di reazioni dagli organi di categoria. A cominciare proprio dal cdr dell’ufficio stampa presidenziale, che ha sottolineato come “qualsiasi decisione non possa essere assunta se non attraverso il rispetto delle norme previste dal contratto di lavoro dei giornalisti, a noi applicato, e dallo Statuto dei lavoratori”. “Se i giornalisti vorranno fare vertenza, lo facciano pure – ha replicato il neo governatore – . Non hanno un rapporto a tempo indeterminato perché non hanno fatto un concorso pubblico, il loro rapporto è fiduciario. Presentino i curricula e li verificherò assieme agli altri che riceverò”.

Crocetta però prima di azzerare l’ufficio stampa dovrà fare i conti con i contratti giornalistici a tempo indeterminato che blindano di fatto la posizione dei giornalisti. E anche la posizione dell’addetto stampa a Bruxelles è blindata per almeno tre anni. In caso contrario la Regione dovrebbe pagare un anno di stipendio a tutti i giornalisti sollevati dall’incarico dal neo governatore. “Abbiamo difeso dagli attacchi arroganti, mossi dai predecessori di Crocetta, i giornalisti che scrivevano su di loro – ha scritto l’ordine dei giornalisti in una nota – e difendiamo ora i giornalisti dagli attacchi arroganti di chi vuol cambiare tutto per non cambiare niente”.

In passato anche la Corte dei Conti si era interessata alla vicenda, aprendo un’indagine che calcolava in circa cinque milioni e trecento mila euro il danno erariale provocato dall’istituzione dell’ufficio stampa. Alla fine però i magistrati contabili avevano assolto sia Lombardo che Cuffaro.

Nel frattempo va prendendo forma la nuova giunta regionale. Lunedì dovrebbe essere il giorno in cui Crocetta nominerà il nuovo assessore all’energia. Un ruolo che sarà occupato da Nicolò Marino, per anni magistrato antimafia a Catania e oggi sostituto procuratore a Caltanissetta dove ha indagato sulla strage di via d’Amelio. Il nome di Marino circola da giorni, ma solo nelle ultime ore il magistrato ha annunciato che sarà a Palermo lunedì per partecipare ad una conferenza stampa con Crocetta a Palazzo d’Orleans. “Il resto lo desumete da voi” ha glissato il magistrato catanese. Come dire che sta per appendere la toga al chiodo.

(dal Fatto Quotidiano)

Sicilia, Crocetta chiama in giunta Battiato come assessore ai Beni culturali

Franco Battiato

Franco Battiato (Photo credit: Wikipedia)

Si consolida l’ipotesi, dopo varie indiscrezioni giornalistiche, di una collaborazione tra Franco Battiato e il presidente eletto dalla Regione Siciliana, Rosario Crocetta. La conferma arriva dalla convocazione di un conferenza stampa che si terrà martedì prossimo a Palazzo della Cultura di Catania.

‘È vero Rosario Crocetta mi ha offerto di fare l’assessore alla Cultura, ma la decisione non l’ho ancora presa’. Lo afferma Franco Battiato sull’ipotesi di entrare nella nuova giunta della Regione Siciliana, precisando che se dovesse accettare lo farebbe a due condizioni: ‘un impegno limitato, mirato a progetti’ e ‘niente stipendio’.

Domani l’artista incontrerà il governatore eletto: ‘ne parleremo a quattrocchi – dice al quotidiano La Sicilia di Catania – e gli farò presente le mie esigenze e perplessità’. Battiato non è indifferente alla proposta: ‘è un’occasione unica per contribuire alla crescita della Sicilia‘ e nell’isola ‘si avverte una forte esigenza di cambiamento’, per questo, osserva, ‘se posso una mano la do volentieri’.

Il suo unico dubbio è la delega: ‘non posso seguire quotidianamente i problemi di un settore così vasto come quello dei Beni culturali, altrimenti dovrei cambiare mestiere, e io sono una persona seria’. Però il dialogo è aperto perché il maestro ammette di ‘essere pronto a scatenarsi’ nel ruolo di assessore se l’incontro andrà bene. L’esito visibile a tutti della riunione si avrà martedì prossimo alla conferenza congiunta convocata da Crocetta a Catania: ‘se ci sarò – annuncia Battiato – significa che avrò accettato l’incarico’.

Mafia, il governo scioglie il consiglio comunale di Reggio Calabria

Il governo ha deciso lo scioglimento del Consiglio comunale di Reggio Calabria per collusione con la malavita organizzata.

Lo si legge nella nota diffusa al termine del consiglio dei ministri a tarda notte.

‘Il Consiglio dei Ministri ha deliberato lo scioglimento, ai sensi della normativa antimafia, del Consiglio comunale di Reggio Calabria e ha disposto il commissariamento dell’Ente affidandone la gestione a una commissione straordinaria per la durata di 18 mesi’, dice il comunicato.

Ad annunciarlo il ministro degli Interni, Annamaria Cancellieri.

Nel corso di un’operazione anticosche della Questura del capoluogo calabro è stato arrestato questa notte il direttore operativo della Leonia, una società partecipata dal comune che si occupa della raccolta dei rifiuti a Reggio Calabria.

http://www.governo.it/

Indagata per riciclaggio la moglie del senatore Marcello Dell’Utri

Marcello Dell'Utri

Marcello Dell’Utri (Photo credit: Wikipedia)

La moglie del sen. Marcello Dell’Utri, Miranda Ratti, è indagata dalla procura di Palermo per riciclaggio aggravato nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta estorsione che il fondatore di Forza Italia avrebbe fatto a Silvio Berlusconi, chiedendogli in 10 anni 40 milioni di euro per non parlare dei suoi rapporti con i boss di Cosa nostra.

Secondo la procura, l’8 marzo scorso la moglie di Dell’Utri avrebbe fatto sparire 14 milioni. I magistrati, attraverso una serie di accertamenti bancari, hanno scoperto che negli ultimi 10 anni l’ex premier ha dato all’ex manager di Publitalia circa 40 milioni di euro, e stanno cercando di individuare eventuali beneficiari dei prestiti nell’entourage del senatore e tra i suoi parenti.

Circa quindici milioni, che costituiscono una parte del prezzo pagato da Berlusconi per l’acquisto della villa sul lago di Como del senatore (in tutto per la lussuosa residenza l’ex presidente del Consiglio ha pagato 21 milioni), finirono sul conto di Miranda Anna Ratti, moglie di Dell’Utri.

Il versamento porta la data dell’8 marzo, il giorno prima che la Cassazione si pronunciasse sulla condanna a 7 anni in appello per concorso in associazione mafiosa inflitta al politico.

Subito dopo una parte dei 15 milioni vennero girati su un conto di una banca di Santo Domingo. Il sospetto degli inquirenti è che Dell’Utri al momento della pronuncia del verdetto che ha poi annullato con rinvio il processo, fosse nel paese centroamericano dove grazie al denaro dell’ex premier, avrebbe potuto trascorrere la latitanza.

Berlusconi, sentito il 5 settembre scorso nell’ambito dell’inchiesta, ha negato pressioni, minacce o estorsioni da parte di Dell’Utri.

E’ morto Loris D’Ambrosio: magistrato, era consigliere di Napolitano

E’ morto questo pomeriggio intorno alle 15,30, colpito da un infarto, il magistrato e consigliere giuridico del Presidente della Repubblica, Loris D’ambrosio. Le sue conversazioni con Nicola Mancino sono state intercettate nell’inchiesta sulla trattativa tra Stato e Mafia, contribuendo a sollevare un conflitto istituzionale senza precedenti.

64 anni, Loris D’Ambrosio magistrato e consigliere giuridico del Presidente della Repubblica, è morto a Roma. Secondo quanto affermano alcune fonti parlamentari, sarebbe stato stroncato da un infarto intorno alle 15,30, nella sua abitazione. Lo ha annunciato lo stesso capo dello Stato Giorgio Napolitano. ‘Annuncio con animo sconvolto e con profondo dolore la repentina scomparsa del dott. Loris D’Ambrosio, prezioso collaboratore mio come già del mio predecessore, che ha per lunghi anni prestato alla Presidenza della Repubblica l’apporto impareggiabile della sua alta cultura giuridica, delle sue molteplici esperienze e competenze di magistrato giunto ai livelli più alti della carriera. Egli è stato infaticabile e lealissimo servitore dello Stato democratico’.

Il messaggio del Presidente della Repubblica. ‘Insieme con l’angoscia per la perdita gravissima che la Presidenza della Repubblica e la magistratura italiana subiscono – continua Napolitano – atroce è il mio rammarico per una campagna violenta e irresponsabile di insinuazioni e di escogitazioni ingiuriose cui era stato di recente pubblicamente esposto, senza alcun rispetto per la sua storia e la sua sensibilità di magistrato intemerato, che ha fatto onore all’amministrazione della giustizia del nostro Paese. Mi stringo con infinita pena e grandissimo affetto alla consorte, ai figli, a tutti i famigliari e al mondo della magistratura e del diritto’.

Chi era Loris D’Ambrosio

Magistrato e consigliere del presidente della Repubblica per gli Affari dell’Amministrazione della Giustizia, D’Ambrosio era nato a Isola del Liri nel dicembre 1947. Diventato magistrato di Cassazione dopo essere stato prima prima pretore a Volterra e poi, dal 1979, sostituto procuratore della Repubblica presso il tribunale di Roma, nel maggio 2006, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano lo aveva nominato suo Consigliere per gli Affari dell’Amministrazione della Giustizia e direttore dell’Ufficio che, per il Capo dello Stato, cura tali Affari.

https://cookednews.wordpress.com/2012/07/19/il-ring-del-19-luglio-napolitano-dellutri-e-ingroia-sul-podio-della-strage/

Il ring del 19 luglio: Napolitano, Dell’Utri e Ingroia sul podio della strage

Data importante quella del 19 luglio. Che siano trascorsi 15 o venti anni il ring è sempre lo stesso, cambiano i personaggi. Protagonisti ‘discussi’ di questa giornata commemorativa, la ventesima in venti anni, da quando Paolo Borsellino il magistrato del pool antimafia è stato ucciso dalla mafia, sono il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia e Marcello Dell’Utri, deputato, parlamentare, proprietario di una squadra di calcio, uomo vicino a Berlusconi. Così vicino da suggerirgli per la sua sicurezza e incolumità uno stalliere di fiducia, tale Vittorio Mangano, uomo di cosa nostra a cui il Cavaliere di Arcore si affidò ciecamente.

Cosa succede oggi? Napolitano viene contestato dalle agende rosse, Dell’Utri, che appreso di essere indagato per estorsione nei confronti di Silvio Berlusconi, accusa il procuratore di essere un Khomeini, un persecutore della giustizia e Ingroia, in tutta risposta confessa una sua pazzia latente.

Proprio come quella di Paolo Borsellino. La stessa che ha spinto giudici come lui e Giovanni Falcone a continuare a fare il proprio lavoro.   ‘Io pazzo come Borsellino’ ha detto il procuratore aggiunto e allievo di Borsellino, quando ancora si lavorava alla Procura di Marsala.

‘Oggi un imputato, il senatore Marcello Dell’Utri mi ha definito pazzo e devo dire che a volte mi ci sento. Mi piace essere un po’ pazzo come Paolo Borsellino perché continuo a credere nella possibilità che, nonostante tutto, si possa raggiungere la verità sui grandi misteri del nostro paese’. E ha aggiunto: ‘E’ scandaloso che non si sia mai istituita alcuna commissione che indaghi sulle stragi del ’92 e del ’93 e sulla trattativa Stato-mafia. La politica faccia un passo avanti e nessuno chieda ai magistrati di fare, invece, passi indietro perché noi proseguiremo nella ricerca della verità’.

Dell’Utri politico italiano, attualmente senatore della Repubblica per il Popolo della Libertà. Stretto collaboratore di Silvio Berlusconi sin dagli anni settanta, socio in Publitalia ’80 e dirigente Fininvest, nel 1993 fondò con lui Forza Italia. Bancario a Palermo, dove è anche dirigente sportivo della Bacigalupo e vicino ad ambienti mafiosi, tanto da conoscere Vittorio Mangano e Gaetano Cinà.

Estorsione ai danni di Silvio Berlusconi. Riguardo la trattativa Stato-mafia, i pm pensano che Dell’Utri, nel corso degli anni, possa aver estorto denaro a Silvio Berlusconi per ottenere il suo silenzio riguardo i presunti rapporti di questo con gli esponenti di Cosa Nostra. Il 18 luglio 2012 viene dunque iscritto nel registro degli indagati della Procura della Repubblica di Palermo per una presunta estorsione ai danni di Silvio Berlusconi.

L’ayatollah Ingroia

Il senatore di Forza Italia si sente perseguitato e così inveisce contro il procuratore antimafia. ‘Ma lo vedete come e’ fatto fisicamente? Con quella barba, si mette un caffettano ed è perfetto. Come Khomeini, un persecutore, sarebbe capace di fare le peggio cose. A me ha provato a fare di tutto, ha rovinato la mia vita e quella della mia famiglia. Il danno che fanno persone come lui è enorme, e passa quasi senza attenzione. E’ il Khomeini della magistratura’. Così il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri.

Il presidente della Repubblica è stato invece contestato durante il corteo delle agende rosse (da quella scomparsa al magistrato pochi minuti dopo le esplosioni di Via D’Amelio e sulla quale si sta tutt’oggi indagando). La contestazione a Napolitano nasce dal conflitto di attribuzione sollevato dal presidente di fronte la Corte Costituzionale dopo che alcune alcune conversazioni con l’ex ministro dell’Interno Mancino sono state acquisite dalla Procura siciliana. Solidarietà dunque ai Pm di Palermo che indagano sulla trattativa  Stato-mafia.

La decisione del Quirinale riguarda la vicenda delle telefonate intercettate tra Loris D’Ambrosio, consigliere dello stesso Napolitano per gli Affari giuridici, e Nicola Mancino, l’ex ministro dell’Interno. Quest’ultimo avrebbe in particolare parlato anche con lo stesso Napolitano. Tema dei colloqui, l’inchiesta della procura siciliana sulla presunta trattativa tra Stato e mafia negli anni ’90. Il Quirinale, secondo quanto scritto dal Fatto quotidiano, avrebbe cercato di coprire lo stesso Mancino.

Le telefonate sarebbero dovute essere distrutte, ma da ciò che riporta il Corriere della Sera, il procuratore del capoluogo siciliano Francesco Messineo non ne avrebbe ancora disposto l’eliminazione.

https://cookednews.wordpress.com/2012/07/18/la-strage-di-via-damelio-e-la-storia-di-paolo-borsellino-il-magistrato-ucciso-dalla-mafia/

La strage di Via D’Amelio e la storia di Paolo Borsellino, il magistrato ucciso dalla mafia

Falcone e Borsellino

Falcone e Borsellino (Photo credit: contatto diretto)

Paolo Borsellino nasce a Palermo nel 1940. A soli ventitré anni vince il concorso in magistratura e diventa il più giovane magistrato d’Italia. All’inizio si occupa solo di cause civili, poi passa al penale. A trentanove anni il suo nome balza all’onore delle cronache: Borsellino compare sui giornali per un’inchiesta sui rapporti tra mafia e politica nella gestione degli appalti pubblici. È il 1980, l’anno in cui Cosa nostra cambia volto: ai vecchi uomini d’onore si sostituiscono i sanguinari corleonesi capitanati da Totò Riina.

Cosa nostra decide che è arrivato il turno di Borsellino. Il boss Totò Riina incarica uno dei suoi uomini, Salvatore Biondino, che a sua volta si rivolge a uomini d’onore legati a Bernardo Provenzano. Le due ali di Cosa nostra si dividono le responsabilità, allineate sullo stesso fronte. In quei giorni Borsellino è in Puglia per una conferenza e viene a sapere, da un’informativa del Ros, che a Palermo è arrivato il tritolo per ucciderlo. In via D’Amelio abita la madre del giudice. È una strada perfetta per piazzare un’autobomba perché è senza uscita. Gli abitanti della zona avevano chiesto più volte che fossero presi dei provvedimenti, impauriti dall’arrivo delle auto blindate del magistrato e gli stessi uomini della scorta avevano fatto presente la situazione. Ma nulla era stato fatto.

La mattina del 19 luglio del 1992 Paolo Borsellino è a Villagrazia di Carini, località in cui la sua famiglia passa le vacanze nella casa al mare. Il magistrato decide però di rientrare a Palermo per fare visita alla madre. A Villagrazia, di guardia, c’è Biondino che controlla i suoi spostamenti. Il mafioso avverte i killer già posizionati in via D’Amelio di tenersi pronti. ‘Mia madre era in casa da sola e fece in tempo a sentire le sirene delle macchine che si avvicinavano e poi scoppiò il finimondo’, ricorda Rita Borsellino.

Insieme a Paolo Borsellino,  a 57 giorni dalla strage di Capaci, vengono assassinati gli agenti di scorta Agostino Catalano, Walter Eddie Cusina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi e Claudio Traina. Nel corso dei vari processi fino ad oggi celebrati sono stati condannati in via definitiva 47 persone, 25 delle quali all’ergastolo. Tra queste: Salvatore Riina, Pietro Aglieri, Salvatore Biondino, Giuseppe Graviano, Carlo Greco e Salvatore Profeta.  Tutt’ora, venti anni dopo la strage di via D’Amelio, si cerca di capire come è scomparsa l’agenda rossa del magistrato ucciso dalla mafia (dentro l’intervista nascosta a Paolo Borsellino).

#ridatecilagendarossa
#PaoloBorsellino 
#19luglio1992

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/pop/schedaVideo.aspx?id=572

Il caffè della mafia: indagine a Palermo

 Il caffè della mafia imposto ai bar che avrebbero acquistato una qualità inferiore rispetto al prodotto medio temendo ritorsioni.  Per questo, la Guardia di Finanza ha sequestrato 5 società per un valore di oltre 4 milioni di euro a un uomo di fiducia di Totò Riina.

Due nel settore del commercio all’ingrosso di caffè, due bar e una palestra riconducibili a un pluripregiudicato, ritenuto, in passato, uomo di fiducia di Totò Riina e condannato con sentenza definitiva per associazione mafiosa.

L’indagine denominata ‘Coffee Break, coordinate dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dal pm Dario Scaletta ha evidenziato che l’uomo, denunciato per il reato di trasferimento fraudolento di valori ed estorsione aggravata dal metodo mafioso, ‘al fine di eludere le disposizioni in materia di misure di prevenzione, ha negli anni attribuito fittiziamente a propri prestanome la titolarità delle attività commerciali sequestrate, mentre nella realtà le continuava a gestire direttamente’.

 Accertati episodi di estorsione che sarebbero attribuibili all’imprenditore mafioso. Significativo quello realizzato unitamente ad altro esponente della criminalità organizzata, attualmente detenuto in carcere per scontare una condanna per 416-bis, nel quale entrambi avevano imposto ad un bar di Palermo, ‘con metodi tipici dell’intimidazione di stampo mafioso, l’acquisto di caffè commercializzato da una delle società sequestrate, nonostante il prodotto fosse di qualità inferiore rispetto ad altri presenti sul mercato ed il prezzo non certo il più conveniente’.

Il ruolo di spicco, quale imprenditore nel settore del caffè, ricoperto dal titolare delle società poste sotto sequestro è stato altresì evidenziato da alcuni collaboratori di giustizia che lo hanno indicato come soggetto che ambiva a diventare, ad ogni costo, il leader incontrastato nella fornitura del caffè presso gli esercizi commerciali di Palermo.

Nonostante gli esigui redditi dichiarati al fisco, nel corso delle indagini è stato possibile appurare l’elevato tenore di vita condotto dal titolare delle società sequestrate e dalla sua famiglia, nella gestione delle attività oggi sottoposte a sequestro.

Il business del Caffè Floriò, il nome dell’etichetta che contraddistingue la bevanda imposta dalla mafia e rifornisce decine di locali a Palermo e in tutta la Sicilia, era gestito da un boss da sempre vicino a Totò Riina: Francesco Paolo Maniscalco, 49 anni, già condannato in via definitiva per associazione mafiosa. Per questa ragione, la Caffè Floriò sas di Zaccheroni Maria e c., con sede legale in via Paolo Emiliani Giudici 4/b, è stata sequestrata dal gip Riccardo Ricciardi su richiesta del procuratore aggiunto Antonio Ingroia e del sostituto Dario Scaletta.

Il sequestro è scattato anche per altri beni che Maniscalco avrebbe gestito tramite prestanome: il bar Trilly di via Giacomo Cusmano 36, il bar Intralot di via Carlo Pisacane 10, la palestra Body Club di via Dante 58. Tutti restano aperti, affidati alla gestione di un amministratore giudiziario. Sequestrata pure la società ‘Cieffe Group‘, che avrebbe dovuto sostituire la Caffè Floriò, e ha la sua stessa sede sociale. Nel registro degli indagati sono finite dodici persone, che a vario titolo sono soci o amministratori dei beni sequestrati. Si tratta di Daniela Bronzetti (la moglie di Maniscalco), Maria Donis Zaccheroni, Antonino Prester, Francesco Paolo Davì, Giovanna Citarella, Paola Carbone, Antonella Cirino, Giuseppe La Mattina, Teresa Maria Di Noto, Salvatore Dolcemascolo, Laura Seminara e Giuseppe Calvaruso.

Intercettazioni e accertamenti patrimoniali hanno svelato che Maniscalco si occupava quotidianamente delle sue società, soprattutto la Caffè Florio, fiore all’occhiello del patrimonio del boss. Secondo la ricostruzione della Procura, i titolari di molti bar sarebbero stati avvicinati con modi sbrigativi perché acquistassero il Caffè Florio e troncassero i rapporti commerciali con tutti i fornitori. Per una di queste imposizioni, ricostruita attraverso le dichiarazioni del pentito Marco Coga (ex titolare di un bar pasticceria), la Procura chiedeva di arrestare Maniscalco e Calvaruso per estorsione. Ma il gip non ha concesso il provvedimento, ritenendo che non ci fossero esigenze cautelari: secondo l’ordinanza di Ricciardi, i fatti sono troppo risalenti nel tempo, quasi dieci anni fa, e oggi Coga non vive più a Palermo, perché inserito nel programma di protezione per i collaboratori di giustizia.

http://alessandromarciano.com/2012/05/25/i-magistrati-antonio-ingroia-e-roberto-scarpinato-a-servizio-pubblico-parlano-di-politica-e-mafia/

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