Convenzione per le riforme: no di Fassina a Berlusconi presidente

Stefano-FassinaPer la presidenza della Convenzione sulle riforme ‘dobbiamo trovare una figura in grado di dare garanzie a tutte le forze politiche rappresentate in Parlamento e temo che il senatore Berlusconi non sia fra questi’. Sono le parole di Stefano Fassina, viceministro all’Economia e deputato Pd, intervistato dal Tg3. Il giorno dopo la nomina dei sottosegretari si riaccende la discussione sulla Convenzione per le riforme. A bocciare una possibile candidatura del Cavaliere giovedì era stato anche il sindaco di Firenze Matteo Renzi (‘ora non esageriamo, un conto è fare un governo con il Pdl perché non ci sono alternative, altro è dare la Convenzione a Berlusconi’). Ma sulla presidenza della ‘commissione dei 75’ si era espresso anche Luciano Violante (‘tutti coloro che hanno ricoperto importanti incarichi istituzionali possono presiedere questo organismo’). E su Berlusconi l’ex presidente della Camera ha detto: ‘Anche il ministro delle Riforme è del Pdl. È bene che non ci siano esponenti dello stesso partito nel governo e alla guida della Convenzione’.

LA REPLICA PDL ‘Non condividiamo alcune osservazioni di Violante sulla Convenzione’, ha detto Fabrizio Cicchitto, secondo cui ‘in primo luogo la Convenzione, per essere politicamente incisiva e significativa, deve essere composta in larga parte da parlamentari, altrimenti rischia di risolversi in un esercizio accademico’. ‘In secondo luogo – ha aggiunto l’esponente Pdl – la presidenza della Convenzione deve essere attribuita a un’autorevole personalità del centrodestra anche perché tutte le cariche di rilievo politico istituzionale sono state ricoperte da esponenti della sinistra e addirittura, per quello che riguarda la presidenza della Camera, da un esponente della formazione di sinistra’. Difende la possibile nomina di Berlusconi a presidente della Convenzione anche Barbara Saltamartini del Pdl, che ha giudicato ‘inappropriate le dichiarazioni di rappresentanti del Pd sull’opportunità che Berlusconi presieda o no la Convenzione per le riforme‘. Sulla stessa linea anche il senatore pdl Altero Matteoli: ‘Renzi, e non solo lui nel Pd, pone veti su un’eventuale presidenza Berlusconi. A parte che i veti politici preconcetti sono inaccettabili su chicchessia ed in particolare lo sono sul leader del Pdl e se messi davvero in atto porterebbero dritti al voto anticipato, Renzi è candidato a diventare presidente dell’Anci in sostituzione di Del Rio. Allora che facciamo, poniamo anche noi del centrodestra il veto sul candidato Renzi?’.

Mentre si moltiplicano le voci che indicano nel leghista Calderoli il nome verso il quale si potrebbe convergere, Roberto Maroni si è detto ‘interessato’ a una partenza ‘rapida’ della Convenzione per le riforme istituzionali. ‘La Lega vuole essere protagonista della Convenzione, perché deve introdurre il Senato federale che è un copyright della Lega’, ha spiegato il segretario federale del Carroccio. Ma, ha proseguito, ‘come nel governo non ci interessano le poltrone; ci interessa che la Convenzione parta rapidamente’.

Su Twitter Convenzione

(fonte Corsera)

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I partiti si inchinano a ‘Re Giorgio’ e i 5 stelle scatenano la piazza

++ QUIRINALE: ANCORA FUMATA NERA A QUINTA VOTAZIONE ++I partiti si arrendono allo stallo politico istituzionale e si inchinano a ‘Re Giorgio‘, incoronandolo per la seconda volta capo dello Stato tra gli applausi dell’emiciclo mentre i 5 stelle tacciono e fuori dalla Camera scatenano la piazza.

Un bis per il capo dello Stato non e’ mai successo nella storia Repubblicana. Ad opporsi alla sua rielezione Sinistra e Liberta’ (con una mossa che sembra preludere il divorzio dal Pd) e il Movimento Cinque Stelle che si ritrovano uniti nel voto per Stefano Rodota’.

Ma alla fine, Napolitano incassa 738 voti, mentre il costituzionalista con 217 preferenze, prende appena una decina di schede in più della somma di Sel e M5S.

La reazione di Beppe Grillo non si fa attendere ed e’ furiosa: chiama a raccolta a Roma ‘milioni’ di cittadini per protestare contro quello che non esita a definire un ‘colpo di stato‘.

Parole che attirano la reprimenda di tutti i partiti e costringono i presidenti delle Camere e persino Vendola a prendere una netta posizione critica che inducono l’ex comico a ‘frenare’.

La candidatura di Napolitano nasce in nottata, sulle ceneri del Pd, per superare l’impasse in cui il partito di Pier Luigi Bersani si e’ cacciato dopo aver bruciato i nomi di Marini e Prodi, entrambi impallinati dal fuoco amico dei franchi tiratori.

Il segretario capisce che un nuovo candidato democratico andrebbe a sbattere. E anche un ‘papa straniero’ non sopravviverebbe alle forche caudine di un partito balcanizzato.

E cosi’ sale al Colle, implorando il capo dello Stato ad accettare di candidarsi per un ‘bis’. Ipotesi che anche Matteo Renzi, tornato a Firenze, benedice con un tweet.

Poco dopo Bersani, a varcare il portone del Quirinale e’ Silvio Berlusconi, insieme a Gianni Letta ed Angelino Alfano.

Il Cavaliere lo esorta ad accettare, sottolineando che solo il suo nome puo’ tenere unito un Pd sull’orlo della frantumazione, ma con numeri tali in Parlamento da prolungare lo stallo.

Napolitano non scioglie subito la riserva, ma pone subito una condizione che, in estrema sintesi, suona cosi’: se accetto, si fa quello che dico io. Anche Mario Monti sale al Colle.

Il professore, che fino a poco prima continuava a perorare la candidatura di Anna Maria Cancellieri, ritenendo in cuor suo la permanenza di Napolitano una ‘sconfitta della politica’, capisce che non puo’ perdere il ‘treno Napolitano’.

Al premier seguono i governatori delle Regioni (tra loro il leghista Roberto Maroni che, insieme alla Lega, da’ via libera alla rielezione), mentre al Colle arrivavano le calde sollecitazioni dalle forze sociali e dalla societa’ civile. Il presidente della Repubblica si prende qualche ora per riflettere.

Oltre alla stanchezza, pesa il fatto di aver sempre sostenuto che il settennato e’ concepito per rimanere tale. Ma alla fine accetta, spiegando di non potersi ‘sottrarre a un’assunzione di responsabilita’ verso la Nazione’, ma al contempo ammonendo: ‘Confido che corrisponda un’analoga collettiva assunzione di responsabilità’.

Parole dirette ai partiti, ai quali il capo dello Stato fa chiaramente capire di voler formare un governo il prima possibile. Circostanza non scontata: sulla carta i numeri ottenuti sembrano rassicuranti.

Ma in tanti si chiedono se il Pd terra’ alla prova di una fiducia in Aula ad un governo con il Cavaliere. Perché al di la’ delle formule (di scopo, del presidente, delle larghe intese) l’Esecutivo che Napolitano ha in mente prevede la partecipazione di tutte le forze responsabili per fare le riforme necessarie al Paese.

Quelle istituzionali ed economiche, sulla falsariga del lavoro dei ‘saggi’ da lui stesso nominati. Il toto-premier e’ gia’ cominciato: i nomi piu’ gettonati sono quelli di Giuliano Amato (gia’ considerato da Napolitano un ottimo candidato per il Colle) ed Enrico Letta.

Ma nessuno si spinge a prevedere che grado di connotazione politica vorra’ dare al ‘suo’ governo. ‘Avrò modo di dire quali sono i termini con cui ho accolto l’appello ad assumere di nuovo la carica di presidente’, si limita a dire Napolitano, che lunedì giurerà e pronuncerà il discorso di insediamento di fronte al Parlamento in seduta comune.

Colle: la volata è Amato, D’Alema, Marino. Bersani e Berlusconi a colloquio

berlusconi-bersani-okGiuliano Amato, Massimo D’Alema e Franco Marini. Si gioca tra questi tre la volata per il Quirinale. Pier Luigi Bersani ha presentato oggi in un colloquio telefonico a Silvio Berlusconi la rosa dei candidati al Colle.

Dalla lista, composta da più nomi, le personalità prese in considerazione dal Cavaliere sarebbero Amato, D’Alema e Marini. Si fanno quindi sempre più insistenti le voci secondo cui Pd e Pdl sarebbero vicini all’intesa per l’elezione del successore di Giorgio Napolitano.

Le trattative sono continue. L’ufficio di presidenza del Pdl inizialmente previsto per questa mattina alle 11 è rinviato a questa sera. E anche in casa Pd slittano gli appuntamenti previsti per oggi. Sembra quindi sempre più improbabile che il Pd decida di convergere sul nome di Rodotà per rispondere all’apertura di Grillo. E si allontana anche l’ipotesi – temuta dal partito di Berlusconi e dallo stesso ex premier – dell’elezione di Romano Prodi al quarto turno. E sul Professore arriva anche l’altolà dei montiani. ‘Sul suo nome non abbiamo nessun problema, ma non ce la farà’ perché non gode di una ‘maggioranza ampia’ mentre ‘noi spingeremo fino in fondo perché ci sia un nome che trovi d’accordo anche il Pdl’ e ‘il consenso ampio è un fattore indispensabile’, spiega il coordinatore Andrea Olivero.

Sono ore cruciali. La via maestra resta quella di un’intesa tra Pd e Pdl che, con i voti anche di Scelta civica, incoroni il successore di Giorgio Napolitano con la maggioranza dei due terzi dei grandi elettori. Giuliano Amato e al momento tra i più quotati,seguito da Massimo D’Alema. Tant’è che su di essi in queste ore ragionano anche gli altri partiti (Scelta civica direbbe sì ad Amato; la Lega non pone veti su D’Alema, mentre al presidente della Treccani dice no). I due nomi, ai quali in ambienti Pd si continua ad affiancare anche quello di Franco Marini, saranno nella rosa che Bersani presenterà a Berlusconi. Ad ogni modo, se anche si riuscisse a trovare un’intesa su un nome, spiegano in ambienti parlamentari, non è detto che la convergenza si trasformi in un’elezione in uno dei primi tre scrutini, anche se il tentativo sarà proprio questo. Si teme infatti che la soglia dei due terzi si trasformi in una trappola per l’azione di ‘franchi tiratori’.

Nulla di fatto anche sul fronte Pd-M5S. L’incontro per il momento non è in programma. ‘No. O forse sì. E’ una situazione in divenire, chissà…’, risponde il capogruppo del Movimento cinque stelle in Senato, Vito Crimi. ‘La nostra posizione è nota, abbiamo deciso di votare Milena Gabanelli. Incontrarci per ribadire le solite cose mi sembra un esercizio inutile’. Crimi spiega che ‘è anche una forma di rispetto per il Pd perché riunirci per raccontarci le stesse cose mi pare anche ingeneroso’. Però con i capigruppo del Pd al Senato e alla Camera ‘ci incontriamo spesso anche nei corridoi’, ‘insomma la possibilità di chiacchierare la troviamo sempre, potrebbe pure non esserci bisogno di una riunione ufficiale’. Infine, conclude Crimi, ‘se dovesse esserci una riunione potremmo pure vederci oggi alle 18, alle 21, forse anche domattina presto’. La Gabanelli, indicata come candidato dei Cinque Stelle, non ha ancora dato la risposta definitiva. Lo farà oggi. E intanto Grillo si scaglia contro Bersani, ‘responsabile del suicidio di Stato’.

La Lega intanto fa sapere che voterà un proprio candidato al Colle. Il Carroccio conferma che sarà una donna come già anticipato ieri da una nota dei capigruppo di Camera e Senato. Il nome dovrebbe essere ufficializzato già stasera dal segretario Roberto Maroni e, secondo quanto si apprende, potrebbe essere quello di Manuela Dal Lago, ora candidata sindaco di Vicenza alla guida di una lista civica. Sessantacinque anni, già deputata della Lega Nord, Manuela Dal lago è di Vicenza ed è laureata in Scienze Geologiche. Nella scorsa legislatura è stata presidente della commissione Sviluppo e Attività Produttive della Camera, ed è stata componente, con Maroni e Calderoli, del triumvirato nominato dal consiglio federale che ha traghettato il partito al congresso.

(fonte laStampa)

Bersani incontra Berlusconi: no al governissimo, colloquio sul Quirinale

Pierluigi-Bersani‘La linea del Pd è un no a un governissimo Pd-Pdl. Ma questo non significa che non ci voglia la responsabilità di tutti, a partire dal leader che ha vinto le elezioni, per aprire un dialogo costruttivo sulle riforme istituzionali e sulle misure urgenti per aiutare il Paese’. Alessandra Moretti, già portavoce e responsabile della campagna per le primarie di Bersani, ribadisce in un’intervista alla Stampa il credo della segreteria: doppio binario, nessun governissimo con il PdL, ricerca di intese sul Quirinale. Su un nome espresso dal Pd.

Il colloquio Bersani-Berlusconi si è tenuto in una sede istituzionale: la Camera. Dopo giorni di ambasciate e ambasciatori, Silvio Berlusconi e Pier Luigi Bersani hanno finalmente avuto il loro incontro faccia a faccia per discutere – in primis – del prossimo candidato al Quirinale. Molti depistaggi e poche conferme: nelle stanze della commissione Trasporti al quinto piano ci sarebbe stata una prima fase ‘allargata’ – alla presenza di Enrico Letta e Angelino Alfano – e una seconda in cui B.& B. sarebbero rimasti da soli.

Un colloquio durato complessivamente oltre un’ora che – al netto delle comunicazioni ufficiali rispettivamente di Letta e Alfano – viene definito ‘interlocutorio’, tipica parola del politichese che si usa per dire che non è andato bene, ma neanche troppo male, di certo che non è stato ‘risolutivo’. Infatti i due si dovranno rincontrare, probabilmente più a ridosso del 18 aprile, giorno in cui cominceranno le votazioni per il presidente della Repubblica. Nel frattempo la manifestazione del Pdl prevista per sabato a Bari sarà all’insegna dei toni soft.

Al suo rientro a palazzo Grazioli, dicono, Silvio Berlusconi non si è mostrato particolarmente soddisfatto dell’esito. Nessun problema dal punto di vista umano, sia chiaro. Ma restano degli scogli nella definizione della doppia partita Quirinale e governo. Non a caso da entrambe le parti si affrettano a dire che si sarebbe parlato solo dell’elezione del prossimo capo dello Stato. Le comunicazioni ufficiali, infatti, concordano sostanzialmente sulla necessità di cercare un nome che sia il più condiviso possibile, di alto profilo e garante di unità. Angelino Alfano è ancora più esplicito: non può essere ‘ostile’ al Pdl. Berlusconi, insomma, avrebbe chiesto garanzie sul fatto che non spunti un nome alla Prodi e nemmeno alla Zagrebelsky, per strizzare l’occhio ai grillini.

Ma è sulla questione della formazione del governo che la discussione si sarebbe arenata, facendo convenire sulla necessità di un ulteriore incontro. Ancora una volta il Cavaliere avrebbe spiegato che, in virtù del suo 30% di consensi e dei milioni di voti ottenuti alle elezioni, al Pdl va garantito un peso specifico. E questo si può tradurre in due modi: o presidente della Repubblica espressione del centrodestra oppure un capo dello Stato non ostile ma accompagnato alla nascita di un governo in cui il Pdl sia rappresentato.

Strategia bersaniana. Ma su questo tasto Bersani non sente: prima un’intesa sul nome del prossimo inquilino del Colle, poi si tornerà al nodo governo. Nella segreteria Pd c’è la ferma convinzione che il nuovo presidente non scioglierà le Camere e confermerà l’incarico a Bersani. Di più, la speranza bersaniana è che il nuovo presidente non condivida la linea di Napolitano, ferma sulla necessità di un governo con maggiornaza certa, e possa magari inviare il premier incaricato alle Camere, alla ricerca di una fiducia che apra lo scenario di un governo di minoranza. Una volta al lavoro, l’agenda Bersani dispiegherebbe già nelle prime settimane il suo potere di attrazione sui senatori grillini più possibiilsti circa una collaborazione con il PdIl Cavaliere avrebbe cercato di convincere il segretario Pd dell’opportunità di appoggiare larghe intese e di dare vita a un governo che abbia una durata almeno di un paio di anni. D’altra parte – avrebbe sottolineato – quell’esecutivo potrebbe essere guidato dallo stesso segretario democratico ed evitare quel ritorno alle urne che vedrebbe l’arrivo prepotente in campo di Matteo Renzi. Insomma, il Cavaliere spera che con il passare dei giorni – e vista la debolezza di Bersani all’interno del suo stesso partito – il segretario venga a più miti consigli. Di converso, il numero uno Pd sa che quella del voto in estate e un’arma che rischia di essere spuntata vista la ristrettezza della finestra temporale, e che sia il Cavaliere – una volta nominato un ‘garante’ sul Colle – ad abbassare le sue pretese, magari accontentandosi di tecnici d’area e consentendo la nascita di un governo di scopo.

Per questo, dopo Mario Monti e Berlusconi, Bersani vedrà giovedì Roberto Maroni. Sarà affidato invece ai capigruppo Roberto Speranza e Luigi Zanda il contatto con Roberta Lombardi e Vito Crimi del Movimento 5 Stelle. Il leader del Pd e l’ex premier si sono lasciati con l’intenzione di rivedersi a ridosso dell’elezione del Presidente e a quel punto si parlerà di nomi.

Al momento i più accreditati restano Giuliano Amato, Massimo D’Alema, Pietro Grasso e Franco Marini, che raccoglierebbe un consenso trasversale. Ma rumors parlamentari dicono che ieri Bersani con Silvio Berlusconi abbia fatto due nomi, entrambi di donne, come candidate per la presidenza della Repubblica: Emma Bonino e Paola Severino.

Nonostante lo sforzo di Bersani di sgomberare il campo dal tema governo, sono in molti a pensare che dall’esito della partita del Quirinale dipendano le sorti della legislatura. ‘Se eleggiamo il presidente della Repubblica entro i primi tre scrutini bene, altrimenti i voti non li controlla nessuno e si va a elezioni a giugno’, ha spiegato un ex popolare.

Napolitano risponde a Renzi: ‘Non stiamo perdendo tempo’

Italiano: Matteo Renzi è un politico italiano,...

Italiano: Matteo Renzi è un politico italiano, attuale sindaco della città di Firenze. (Photo credit: Wikipedia)

Il sindaco Pd di Firenze, Matteo Renzi, scatena un polverone con le sue ultime esternazioni nelle quali denuncia che si sta perdendo tempo a quaranta giorni dal voto e chiede un accordo con il Pdl o un ritorno rapido alle urne.

Dichiarazioni che non sono piaciute al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che sta gestendo l’impasse politica e ha deciso di affidare a dieci saggi il compito di trovare un’intesa su riforme e misure economiche. Questo mentre si aspetta, a partire dal 18 aprile, che venga eletto il suo successore al Colle che riprenda le consultazioni per il nuovo esecutivo dopo il fallimento della ricognizione affidata al leader del Pd, Pier Luigi Bersani.

‘Io personalmente non credo (che stiamo perdendo tempo)’, ha detto, sorridendo, Napolitano ai cronisti.

Ieri il sindaco che ha perso le primarie contro Bersani e che viene indicato dai sondaggi come il politico più popolare, aveva detto che l’Italia sta vivendo ‘una situazione politica e istituzionale in cui stiamo perdendo tempo’.

‘O Berlusconi è il capo degli impresentabili e allora chiediamo di andare a votare subito; oppure Berlusconi è un interlocutore perché ha preso 10 milioni di voti’, ha spiegato Renzi stamani al Corriere ricordando che in caso di elezioni è pronto a nuove primarie per la leadership del centrosinistra.

‘Andare al governo con Gasparri fa spavento, lo so. Ma se il Pd ha paura delle urne deve dialogare con chi ha i numeri’.

Il governo che immagina Renzi dovrebbe fare in sei mesi una nuova legge elettorale, trasformare il Senato in una Camera delle autonomie con rappresentanti di Regioni e comuni, abolire le province e il finanziamento pubblico ai partiti, sburocratizzare la pubblica amministrazione e fare ‘un piano per il lavoro’.

A Renzi ha replicato con un breve comunicato del responsabile enti locali del Pd, Davide Zoggia, vicino a Bersani: ‘L’alternativa tra governissimo col Pdl o voto è la proposta che Berlusconi ossessivamente lancia dal primo giorno. Se Renzi vuole governare con il Cavaliere, si accomodi’.

‘E’ irrispettoso nei confronti di Giorgio Napolitano’, ha commentato il responsabile economico del partito, Stefano Fassina. Mentre il vice del segretario, Enrico Letta, ha preferito non commentare.

Apprezzamento arriva invece dalla Lega. ‘E’ una cosa positiva, è una proposta che noi avevamo fatto come Pdl-Lega’, ha commentato il presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni.

Renzi contesta al suo partito di ‘prendere tempo ed eleggere un capo dello Stato che ci dia più facilmente l’incarico di fare il nuovo governo’ ma precisa di non avere rilievi da fare al capo dello Stato: ‘Napolitano è stato in questi 7 anni una assoluta certezza per il Paese‘ e dare ‘la colpa della situazione di difficoltà al presidente della Repubblica è una barzelletta’.

(fonte Reuters)

Scandalo quote latte: perquisizioni nelle sedi Lega Nord di Torino e Milano

quote-latteLa Guardia di Finanza di Milano, su ordine del pm Maurizio Ascione, ha perquisito ieri sera le sedi di Milano e Torino della Lega Nord nell’ambito dell’inchiesta per bancarotta e corruzione con al centro presunte irregolarità sulle quote latte.

Umberto Bossi e Roberto Maroni erano presenti nella sede di via Bellerio a Milano durante le perquisizioni. Con loro anche Roberto Calderoli e Roberto Cota. Su alcuni uffici i rappresentanti del Carroccio hanno sollevato la questione dell’immunità parlamentare

La Lega ‘non c’entra’ con l’inchiesta su presunte irregolarità per le quote latte che ha portato ieri fino a tarda notte la guardia di finanza nelle sedi del partito di Milano e Torino in cerca di documenti. Lo ha detto il segretario Roberto Maroni. ‘È un’inchiesta che riguarda una società che non c’entra nulla con la Lega. La Procura pensava che ci fossero dei documenti di un dipendente di via Bellerio, non hanno trovato nulla e noi abbiamo dato totale collaborazione. Non è vero, come ha scritto qualcuno, che abbiamo opposto questioni di immunità perché la Lega non c’entra’. Il pm di Milano aveva sentito tra gli altri Renzo Bossi, ex consigliere regionale e figlio del senatur, oltre agli ex ministri dell’agricoltura Giancarlo Galan e Luca Zaia.

‘Ci siamo meravigliati’, ha aggiunto il leader del Carroccio ribadendo l’estraneità del partito, ma comunque ‘la questione è risolta, non è una perquisizione che riguarda la Lega, siamo terzi’. Alla domanda se esclude il coinvolgimento di leghisti, l’ex ministro dell’Interno ha infine risposto: ‘Certo, è così’.

L’inchiesta parte dal crack della cooperativa ‘La Lombarda‘, fallita con un buco da 80 milioni di euro. Oltre alla bancarotta, gli inquirenti ipotizzano anche la corruzione perché, da quanto si è saputo, si sospetta di presunte mazzette a funzionari pubblici e politici per interventi sia ministeriali che legislativi a favore degli agricoltori per ritardare i pagamenti sulle quote latte da versare all’Unione Europea.

Umberto Bossi, lo stesso Maroni, Roberto Calderoli e Roberto Cota erano presenti alle perquisizioni. L’acquisizione di atti e documenti, secondo le prime informazioni, è stata parziale perché sia a Milano che a Torino i parlamentari presenti hanno eccepito l’immunità parlamentare. Al momento non si sa se il nome dei parlamentari presenti alle perquisizioni figuri nel registro degli indagati. Sono state sentite come testimoni Daniela Cantamessa, segretaria di Bossi e Loredana Zola, segretaria amministrativa a Torino della Lega nord.

La corruzione riguarderebbe pagamenti a pubblici ufficiali e politici a fine di ritardare il versamento delle quote latte all’Unione Europea. Secondo stime attendibili, nella frode delle quote latte mancherebbero all’appello 4 miliardi di euro, che l’Italia avrebbe dovuto versare all’Unione europea.

Anche Renzo Bossi, figlio di Umberto, è stato sentito a verbale nelle scorse settimane nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Milano sulle quote latte. Nel maggio scorso il pm milanese Maurizio Ascione aveva ascoltato come teste anche Gianna Gancia, presidente della Provincia di Cuneo e compagna dell’ex ministro leghista Roberto Calderoli. Gli inquirenti nei mesi scorsi hanno sentito molte persone, secretando i verbali. Erano stati ascoltati anche l’ex ministro dell’Agricoltura, Luca Zaia, e Marco Paolo Mantile, che era vice comandante del Comando Carabinieri politiche agricole e alimentari (quando il Ministero era guidato da Zaia). Nel Cuneese è radicata la maggior parte degli allevatori che negli ultimi anni non hanno versato le multe sulle quote latte (che dovevano andare all’Agea, l’agenzia per le erogazioni per l’agricoltura, e da qui alla Ue), ossia i versamenti dovuti per il latte prodotto in eccesso. Per una decina di anni, tra la fine degli anni ’90 e il 2009, come sancito dalle recenti condanne in due processi, uno milanese (con al centro le cooperative ‘La Lombarda’ e ‘La Latteria’) e l’altro torinese (il filone di indagini partì proprio da Cuneo), non sarebbero state versate multe per un totale di circa 350 milioni di euro. Secondo quanto si è appreso, le indagini puntano ad accertare se siano state pagate mazzette in cambio di appoggi politico-istituzionali sulla vicenda quote latte. Sarebbero stati accertati, tra l’altro, forti contatti tra diverse società e aziende di produttori di latte piemontesi e lombardi, aziende come ‘La Lombarda‘ di Alessio Crippa (condannato a 5 anni e mezzo per una presunta truffa da 100 milioni di euro sulle quote latte) che poi, secondo l’accusa, sarebbero state “svuotate” dei profitti, anche illeciti, divisi tra i vari soci.

Liste: depositato il simbolo del Pdl, Berlusconi è a capo della coalizione di centro destra

silvio-berlusconi-videomessaggioSilvio Berlusconi è il capo della coalizione di centrodestra alle elezioni politiche del prossimo febbraio, al cui nome sono collegati per la Camera i simboli del Pdl di Angelino Alfano, la Lega Nord di Roberto Maroni, Fratelli d’Italia di Ignazio La Russa e Giorgia Meloni Grande sud-Mpa rispettivamente di Gianfranco Miccichè, la lista Pensionati di Fatuzzo, Intesa popolare di Vittorio Sgarbi , il Mir di Giampiero Samorì e La Destra di Francesco Storace. La conferma è arrivata con il deposito questa mattina del simboli Pdl al Viminale. E’ dunque al nome di Berlusconi che sarà imputato il premio di maggioranza in seggi in caso la coalizione che ha sottoscritto il programma di governo comune vinca le elezioni.

In tutta Italia il partito di via dell’Umiltà correrà per Camera e Senato con la scritta ‘Il Popolo della Libertà Berlusconi Presidente’.  Mentre nelle circoscrizioni estere di Camera e Senato compare la dicitura ‘Il Popolo della Libertà Centrodestra Italiano’. A consegnare i simboli è stato il responsabile nazionale elettorale del partito Ignazio Abrignani. Sono stati presentati anche il programma e gli apparentamenti.

A Palazzo Madama la coalizione guidata dal Cavaliere correrà con altri quattro piccoli partiti: ‘Rinascimento Italia’-‘Lista del merito’ di Arturo Artom; ‘Basta tasse’; ‘Liberi da Equitalia’; Lista del Popolo’.

Il deposito dei simboli è possibile ancora oggi fino alle 16. Compreso quello Pdl, al Viminale finora ne sono stati depositati 179. Alla Lega è stato richiesto di modificare uno dei due loghi presentati, quello tradizionale e quello ‘Maroni presidente’ poiché entrambi contengono lo stesso nome e cognome. Roberto Calderoli ha fatto sapere di avere già provveduto.

Il ministero dell’Interno avrà poi 48 ore per esaminare i ricorsi sui simboli. Di particolare significato saranno i responsi sui ricorsi di Lista Monti, Lista Ingroia e Movimento Cinque Stelle contro le numerose liste civetta depositate, le cui denominazioni e loghi imitano quelle del Premier, dell’ex pm e di Beppe Grillo. Il quale ha annunciato che se il ricorso M5S non sarà accolto è pronto a ritirare la sua formazione dalle elezioni.

‘Grillo – ha assicurato il ministro degli Interni Annamaria Cancellieri- può stare tranquillo. Tutti quelli che ne hanno titolo vedranno tutelato il loro buon diritto’.

Formigoni: ‘senza Lega al voto prima possibile’

Il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni ha ribadito che se la Lega non cambierà idea sul sostegno alla nuova giunta si andrà al voto il prima possibile. ‘Come detto in questi giorni da me e da Alfano – ha spiegato a margine di un evento alla sede della Regione – se non ci fossero cambiamenti (da parte della Lega) Formigoni ritiene sbagliatissimo portare la Lombardia a una campagna elettorale di 6 mesi e si muoverà per andare al voto il prima possibile. Già domani – ha aggiunto – se oggi non ci saranno fatti nuovi lancerò un appello fortissimo al consiglio regionale per cambiare la legge elettorale per eliminare il listino (bloccato)’.

Sull’ipotesi di andare al voto tra 45-90 giorni, Formigoni ha detto: ‘Sto facendo tutte le verifiche con le normative’. E ha aggiunto che comunque lavorerà ‘perché il tempo sia il più breve possibile’.

A proposito del suo futuro, Formigoni ha detto di voler partecipare alla campagna elettorale ‘per rivendicare i risultati di questi 17 anni e dare il mio contributo in termini di proposte, progetti e riflessioni’, ma di non avere intenzione di ricandidarsi per un quinto mandato.

Sulla possibilità di nuove alleanze Pdl-Lega, Formigoni ha detto: ‘Siamo nel campo delle valutazioni. Con la Lega abbiamo governato bene per 12 anni, lo ha detto lo stesso Maroni e nessuno dei leghisti lombardi è riuscito a dire che abbiamo governato male. Saranno loro a spiegare agli elettori perché una giunta che ha lavorato così bene anche col loro contributo verrà interrotta’.

Con il segretario del Pdl Angelino Alfano c’è sintonia – ha poi sottolineato Formigoni – e ‘se qualcuno nel Pdl ha il mal di pancia non sono certo i dirigenti’.

Il presidente della Regione Lombardia ha poi dichiarato che vedrebbe molto bene come suo successore l’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini, indicato da alcune ipotesi stampa come possibile candidato.

Formigoni ha anche ribadito di essere ‘consapevole dei miei limiti e difetti ma non ho mai commesso alcun reato né atto contro la legge’.

La crisi della Regione Lombardia è stata innescata dall’arresto dell’assessore Domenico Zambetti, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione e scambio di voti con la criminalità organizzata per il presunto acquisto di un pacchetto di voti da esponenti della ‘ndrangheta, che gli avrebbero garantito l’elezione alle Regionali del 2010.

Sabato, il consiglio federale della Lega ha deciso che in primavera – insieme con le elezioni politiche – si andrà alle urne per la Regione Lombardia, staccando la spina al governatore e smentendo che si fosse raggiunto alcun accordo sulla durata del governo regionale nel vertice di giovedì scorso a Roma – tra lo stesso Formigoni, il segretario del Carroccio Roberto Maroni e quello del Pdl Angelino Alfano – in cui si era deciso un azzeramento della giunta senza parlare di nuove elezioni.

http://www.regione.lombardia.it/

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