Deleterio aka Del ft. Fabri Fibra – Zombie

 

#Deleterio a.k.a. Del #Dadaismo #Cookednews

 Storie di cessi a forma di pera e non è ‘Amore tossico’. Pisciatoi latrine firmati e stoicamente quotati, paradisi artificiali per vesciche puramente maschili. Baffi Gioconda, metronomi monoculari, Ulissi del rap di ritorno ad Itaca. Wheel di bici in sosta, aspettano una chiamata. Il ring suona ed ecco DADAISMO, il primo album di DELETERIO (Dogo Gang)

#Dadaismo  #Gioconda #DELETERIO #cookednews #dadaismo #waveofaction Deleterio a.k.a. Del CookedNews

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GAZA. Passaporti, l’Italia non è ancora pronta

boycott israel #cookednews #stayhuman

A 5 mesi dalla direttiva UE che impone la raccolta delle impronte digitali per i visti di ingresso in Europa, nella Striscia il sistema non è partito. I gazawi restano bloccati, a Ramallah i costi lievitano

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Gaza City, 14 marzo 2014, Nena News – Come se non bastassero assedio israeliano e restrizioni del governo egiziano, ora a bloccare Gaza ci si mettono pure i ritardi dell’Unione Europea. Lo segnalano alcuni gazawi, da mesi in attesa di risposte da parte del consolato italiano, ancora non adeguatosi alla nuova normativa europea del 14 novembre scorso.

La normativa prevede la creazione del sistema Visa Protection System per l’acquisizione dei dati biometrici di extracomunitari che chiedono un visto di ingresso nella Ue. Fotografia e impronte digitali. La procedura permetterà di verificare l’autenticità dei documenti presentati per entrare in Italia e in Europa.

Cosa succede nei Territori Occupati? Il nuovo sistema obbliga il richiedente a presentarsi personalmente negli uffici dei consolati per essere fotografato e lasciare le impronte digitali. Facile, se non si è residente a Gaza o in Cisgiordania. Tutti i consolati europei hanno sede a Gerusalemme, inaccessibile se non dietro il difficile ottenimento del permesso di ingresso da parte delle autorità israeliane. La soluzione trovata è semplice: se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto.

A Gaza ogni consolato ha previsto l’apertura di un ufficio dove sono state portate le attrezzature necessarie. A cinque mesi dall’emissione della normativa Ue, però, l’Italia non è ancora riuscita a far partire il nuovo sistema nella Striscia. «I consolati europei si sono adeguati – ci spiega Majed Abusalama, attivista del gruppo Intifada Youth Coalition – Quello italiano no e per ora non collabora con gli altri per utilizzare le loro attrezzature. Da novembre sono decine i gazawi impossibilitati a richiedere il visto per l’Italia, per turismo o perché invitati a eventi e conferenze. Hanno in mano i documenti necessari ma non possono fare domanda. E alcuni inviti sono scaduti».

I consolati europei sono a conoscenza della normativa da novembre, «ora siamo a marzo e non hanno ovviato al problema. Dal consolato ci rispondono che la situazione si dovrebbe risolvere entro un mese. Non vogliamo che l’Italia sia parte dell’occupazione ».

«A giorni il problema dovrebbe essere risolto – risponde la vice console italiana a Gerusalemme, Elena Clemente – Dal 14 novembre non si opera più via posta, per cui abbiamo cercato soluzioni alternative per chi non può entrare a Gerusalemme, ma i fondi a disposizione non sono molti. Abbiamo aperto un ufficio a Ramallah con la Vfs Globe, con cui apriremo l’ufficio di Gaza che ha iniziato a lavorare sperimentalmente. Il problema è logistico, di elettricità per far funzionare le apparecchiature venute dall’Italia. Gaza è un’incognita».

Un problema non solo italiano, spiega la Clemente, che si tenta di superare nei casi di emergenza: «Se si tratta di visti di massima urgenza, entriamo a Gaza con un macchinario speciale».

Due muri più in là, a Ramallah, a gestire le richieste di visto è la Vfs Globe. Raccolgono dati biometrici e documenti e consegnano tutto a Gerusalemme. Il costo sfiora i 100 euro, un terzo dello stipendio medio di un palestinese della Cisgiordania. E c’è chi parla di normalizzazione del conflitto: invece di fare pressioni su Israele perché permetta l’ingresso a Gerusalemme, l’Europa bypassa l’occupazione spostandosi a Ramallah, nei fatti trattata come capitale palestinese nonostante il diritto internazionale.

«Una scelta obbligata – spiega la vice console – Il costo è alto, ma l’alternativa è farli andare ad Amman o al Cairo. Permessi per entrare a Gerusalemme? Non dipende da noi, ma dalle autorità israeliane, sono pochissimi i palestinesi che riescono ad ottenerli».

E a Gaza si continua ad aspettare.

#stayhuman #cookednews #BOYCOTTISRAEL #BDS #BreakGazaSeige #SAVEGAZA

#www #WaveOfAction Worldwide Wave Launch Gatherings – The People REVOLT

#WaveOfAction 4-4-14 ~ 7-4-14 #Cookednews

Now that you’ve seen The People REVOLT in Tunisia, Turkey, Spain, Egypt, Brazil and the Ukraine, tell me what will happen on the streets

On April 4th, we will launch the first phase of the Worldwide Wave of Action by gathering at Zuccotti Park and former occupation sites throughout the world to honor the legacy of Dr. Martin Luther King, Jr.  At 6:05pm CT, the time of his assassination, we will host vigil ceremonies and resurrect his spirit of nonviolent direct action.

People with opinions across the political spectrum are invited to unite and find common ground against corruption. We will overcome divide and conquer propaganda by forming communities of support and compassion. Together we will fight for freedom and begin engaging in a relentless campaign of nonviolent civil disobedience. People will pledge to take part in whatever tactics they are interested in throughout a sustained three-month cycle.  Here’s a basic list of tactics…

> Mass gatherings, demonstrations;
> Marches, parades;
> Flash mobs, swarms;
> Shutdown harmful corporate and governmental operations;
> Worker Strikes;
> Hunger strikes;
> Sit-ins;
> Strategic defaults, debt strikes;
> Foreclosure prevention;
> Boycotting corrupt corporations;
> Move your money out of the big banks and the stock market;
> Use alternative currencies and economic systems;
> Cancel your cable television and support independent media;
> Use independent online tools that don’t sell your info / protect privacy;
> Online civil disobedience, Anonymous operations;
> Leak information on corruption;
> Use alternative energy;
> Build urban and hydroponic farms, or get your food from them;
> Support local businesses;
> Join local community organizations;
> Take part in food banks and help develop community support systems;
> Start or join intentional and autonomous communities;
> Experiment with new governing systems, Liquid Democracy;
> Host teach-ins;
> Organize socially conscious events;
> Make conscious media;
> Guerrilla postering, messages on money;
> Help inspiring groups and organizations spread their message;
> Random acts of kindness and compassion;
> Mass meditations, prayer sessions and spiritual actions.

You know what you can do to play a part. Do whatever you feel inspired to do. Amplify what you are already doing. Think about what you are willing to do to be the change we urgently need to see in the world, and then do it.

We look forward to seeing you in action!

Organize a Worldwide Wave launch gathering in your hometown and post the details here

#WaveOfAction #WakeUp #cookednews #www #WaveOfAction #privacy

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Tutti gli uomini di Matteo Renzi

Renzi pigliatutto: segretario del Pd #Cookednews

Una magistrale inchiesta di Franco Fracassi svela l’intreccio dei nomi che svernano all’ombra di Renzi. E c’è poco da stare allegri perchè, tra questi, ve ne sono di terribilmente inquietanti.

Quando negli anni Ottanta Michael Ledeen varcava l’ingresso del dipartimento di Stato, al numero 2401 di E Street, chiunque avesse dimestichezza con il potere di Washington sapeva che si trattava di una finta. Quello, per lo storico di Los Angeles, rappresentava solo un impiego di facciata, per nascondere il suo reale lavoro: consulente strategico per la Cia e per la Casa Bianca. Ledeen è stato la mente della strategia aggressiva nella Guerra Fredda di Ronald Reagan, è stato la mente degli squadroni della morte in Nicaragua, è stato consulente del Sismi negli anni della Strategia della tensione, è stato una delle menti della guerra al terrore promossa dall’Amministrazione Bush, oltre che teorico della guerra all’Iraq e della potenziale guerra all’Iran, è stato uno dei consulenti del ministero degli Esteri israeliano.

Oggi Michael Ledeen è una delle menti della politica estera del segretario del Partito democratico Matteo Renzi. Forse è stato anche per garantirsi la futura collaborazione di Ledeen che l’allora presidente della Provincia di Firenze si è recato nel 2007 al dipartimento di Stato Usa per un inspiegabile tour. Non è un caso che il segretario di Stato Usa John Kerry abbia più volte espresso giudizi favorevoli nei confronti di Renzi. Ma sono principalmente i neocon ad appoggiare Renzi dagli Stati Uniti. Secondo il ‘New York Post’, ammiratori del sindaco di Firenze sarebbero gli ambienti della destra repubblicana, legati alle lobby pro Israele e pro Arabia Saudita. In questa direzione vanno anche il guru economico di Renzi, Yoram Gutgeld, e il suo principale consulente politico, Marco Carrai, entrambi molti vicini a Israele. Carrai ha addirittura propri interessi in Israele, dove si occupa di venture capital e nuove tecnologie. Infine, anche il suppoter renziano Marco Bernabè ha forti legami con Tel Aviv, attraverso il fondo speculativo Wadi Ventures e, il cui padre, Franco, fino a pochi anni fa è stato arcigno custode delle dorsali telefoniche mediterranee che collegano l’Italia a Israele.

Forse aveva ragione l’ultimo cassiere dei Ds, Ugo Sposetti, quando disse: «Dietro i finanziamenti milionari a Renzi c’è Israele e la destra americana». O perfino Massimo D’Alema, che definì Renzi il terminale di «quei poteri forti che vogliono liquidare la sinistra». Dietro Renzi ci sono anche i poteri forti economici, a partire dalla Morgan Stanley, una delle banche d’affari responsabile della crisi mondiale. Davide Serra entrò in Morgan Stanley nel 2001, e fece subito carriera, scalando posizioni su posizioni, in un quinquennio che lo condusse a diventare direttore generale e capo degli analisti bancari.
La carriera del giovane broker italiano venne punteggiata di premi e riconoscimenti per le sue abilità di valutazione dei mercati. In quegli anni trascorsi dentro il gruppo statunitense, Serra iniziò a frequentare anche i grandi nomi del mondo bancario italiano, da Matteo Arpe (che ancora era in Capitalia) ad Alessandro Profumo (Unicredit), passando per l’allora gran capo di Intesa-San Paolo Corrado Passera. Nel 2006 Serra decise tuttavia che era il momento di spiccare il volo. E con il francese Eric Halet lanciò Algebris Investments.
Già nel primo anno Algebris passò da circa settecento milioni a quasi due miliardi di dollari gestiti.
 L’anno successivo Serra, con il suo hedge fund, lanciò l’attacco al colosso bancario olandese Abn Amro, compiendo la più importante scalata bancaria d’ogni tempo. Poi fu il turno del banchiere francese Antoine Bernheim a essere fatto fuori da Serra dalla presidenza di Generali, permettendo al rampante finanziere di mettere un piede in Mediobanca.

Definito dall’ex segretario Pd Pier Luigi Bersani «il bandito delle Cayman», Serra oggi ha quarantatré anni, vive nel più lussuoso quartiere di Londra (Mayfair), fa miliardi a palate scommettendo sui ribassi in Borsa (ovvero sulla crisi) ed è il principale consulente finanziario di Renzi, nonché suo grande raccoglitore di denaro, attraverso cene organizzate da Algebris e dalla sua fondazione Metropolis. E così, nell’ultimo anno il gotha dell’industria e della finanza italiane si sono schierati uno a uno dalla parte di Renzi. A cominciare da Fedele Confalonieri che, riferendosi al sindaco di Firenze, disse: «Non saranno i Fini, i Casini e gli altri leader già presenti sulla scena politica a succedere a Berlusconi, sarà un giovane». Poi venne Carlo De Benedetti, con il suo potentissimo gruppo editoriale Espresso-Repubblica («I partiti hanno perduto il contatto con la gente, lui invece quel contatto ce l’ha»). E ancora, Diego Della Valle, il numero uno di Vodafone Vittorio Colao, il fondatore di Luxottica Leonardo Del Vecchio e l’amministratore delegato Andrea Guerra, il presidente di Pirelli Marco Tronchetti Provera con la moglie Afef, l’ex direttore di Canale 5 Giorgio Gori, il patron di Eataly Oscar Farinetti, Francesco Gaetano Caltagirone, Cesare Romiti, Martina Mondadori, Barbara Berlusconi, i banchieri Fabrizio Palenzona e Claudio Costamagna, il numero uno di Assolombarda Gianfelice Rocca, il patron di Lega Coop Giuliano Poletti, Patrizio Bertelli di Prada, Fabrizio Palenzona di Unicredit, Il Monte dei Paschi di Siena, attraverso il controllo della Fondazione Montepaschi gestita dal renziano sindaco di Siena Bruno Valentini, e, soprattutto, l’amministratore delegato di Mediobanca Albert Nagel, erede di Cuccia nell’istituto di credito.

Proprio sul giornale controllato da Mediobanca, ‘Il Corriere della Sera’, da sempre schierato dalla parte dei poteri forti, è arrivato lo scoop su Monti e Napolitano, sui governi tecnici. Il Corriere ha ripreso alcuni passaggi dell’ultimo libro di Alan Friedman, altro uomo Rcs. Lo scoop ha colpito a fondo il governo Letta e aperto la strada di Palazzo Chigi a Renzi. Il defunto segretario del Psi Bettino Craxi diceva: «Guarda come si muove il Corriere e capirai dove si va a parare nella politica». Gad Lerner ha, più recentemente, detto: «Non troverete alla Leopolda i portavoce del movimento degli sfrattati, né le mille voci del Quinto Stato dei precari all’italiana. Lui (Renzi) vuole impersonare una storia di successo. Gli sfigati non fanno audience».

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Bersani: ‘Anche la politica deve guarire’

Pier Luigi Bersani #cookednews

Pier Luigi Bersani sta bene. È dimagrito ma l’ho visto mangiare con appetito, rendendo il giusto onore a quegli straordinari tortelli piacentini fatti in casa. Sulla testa sono ormai pallidi i segni dell’operazione che ha bloccato la sua emorragia cerebrale: bisogna cercarli per riconoscerli. Gli sono pure ricresciuti i capelli (dove possono). Da quella drammatica mattina del 5 gennaio non ha più fumato: «Nessuno me lo ha imposto, ma visto che c’ero…». Il suo volto, le reazioni, lo sguardo sono quelli di sempre. E così la voglia di scherzare, che penso sia diventata per lui una sorta di autodisciplina, un modo per darsi un limite, per non prendersi mai troppo sul serio

I collegamenti con Roma tornano a farsi giorno dopo giorno più intensi, soprattutto attraverso il telefonino che ronza nonostante la moglie Daniela fulmini quell’oggetto con gli occhi. La passione per la politica resta per lui una carica vitale. S’arrabbia nel parlare delle cose che non gli sono piaciute in questi giorni, a partire dai modi con i quali Renzi ha scalzato Letta e imposto, con la forza, il suo governo senza aver dato una spiegazione compiuta.

Ha riletto “La morte di Ivan Il’ic” Ora è alle prese con Machiavelli. Dalla Juve un dono graditissimo: la maglietta firmata dai giocatori «I test dicono che la mia memoria è al 100%. Ma se avessi perso quel 5% che dico io, non mi sarebbe dispiaciuto» «Basta inseguire i pifferai. Il Pd deve tornare a pensare e a discutere. Non è un nastro trasportatore, né un’appendice».

Bersani non si rassegna alla politica ridotta a partita di poker: «Dobbiamo sempre pensare al film di domani. Oggi stiamo preparando il futuro. E mi preoccupa questo distacco tra la società e le istituzioni democratiche. Temo che il distacco continui a crescere e nessuno di noi può illudersi che basti un po’ di populismo e di demagogia, magari in dosi contenute, per risolvere il problema. Bisogna dire la verità al Paese, e non inseguire i pifferai sperando di batterli sul loro terreno. Dire la verità, affrontare i problemi concreti, le questioni che si stanno incancrenendo perché nessuno ha il coraggio di dire dei no quando sono scomodi. Io ho sbagliato in qualche passaggio, ho commesso errori, ma resto convinto che la politica non ritroverà se stessa nei particolari e nelle tattiche. È il senso, la direzione di marcia che le dà forza. O la ritroviamo, o ci perdiamo».

Sono andato a trovare Bersani a Piacenza con Miguel Gotor. Che gli ha portato in regalo la nuova edizione de Il Principe di Machiavelli, edito da Donzelli. Il regalo si prestava a facili ironie. Ma Bersani si è messo a ridere perché aveva sul tavolino e stava finendo di leggere proprio I corrotti e gli inetti. Conversazioni su Machiavelli di Antonio Gnoli e Gennaro Sasso. Più che il 500esimo anniversario de Il Principe, deve essere la crisi della politica a suscitare questa curiosità. O forse è il risorgente «fiorentinismo». Bersani ha ripreso a leggere da quando si è quietato il terribile mal di testa che lo ha perseguitato per tutta la prima fase della convalescenza.

Quando racconta la sua malattia, la sofferenza è legata soprattutto a quel mal di testa insopportabile, vai a capire quanto legato alla vecchia cervicale e quanto all’operazione vera e propria.

Non ho avuto il coraggio di chiedergli se ha avuto paura di morire. Lui però ha detto che quando il chirurgo gli chiese la firma per il consenso informato, prima dell’intervento, non esitò un secondo. Il medico provò a elencare i rischi: «Lei può morire, oppure…». «L’ho interrotto subito ricorda Bersani e ho detto: penso che quello che sta per dirmi sia anche peggio di morire». Certo, entrando in casa Bersani (per me era la prima volta), non ci vuol molto a capire dove trovi quella riserva di energia umana e di serenità: l’affetto, l’amore della signora Daniela e delle figlie è una protezione così attiva e robusta che vale certo più di tante terapie e tecnologie. «Se avessi potuto, ovviamente mi sarei evitato tutto questo. Ma, pur nella sventura, confesso di uscirne con un sentimento di soddisfazione.

La persona vale sempre più di ciò che fa». Nel dolore si ritrova la solidarietà. E il senso della misura. Di manifestazioni di solidarietà, di amicizia, di stima ne ha avute tantissime. E continuano.

Gli ho detto che anche noi, a l’Unità, siamo stati invasi da messaggi di simpatia e di incoraggiamento, che andavano molto oltre il consenso o il dissenso su singole scelte politiche. «Quando sono tornato a casa mi è venuta voglia di rileggere La morte di Ivan ll’ic di Tolstoj. Non me lo ricordavo così. I punti di vista sul senso della vita cambiano con l’esperienza, ma guai a perdere l’umanità più profonda. E guai a non cogliere le occasioni che la vita ti dà per scoprirle».

Un punto di vanto per Pier Luigi Bersani è senza dubbio l’ospedale di Parma, la sanità emiliana. Nel racconto qui prevale la razionalità sul sentimento.

Fu lui, da presidente della Regione, a proporre di concentrare su Parma il servizio di neurochirurgia per tutta l’area tra Reggio e Piacenza.

«La neurochirurgia è un business e giunsero diverse offerte di privati per costruire centri nelle tre province. Qualcuno può pensare che sia più comodo avere la clinica nella propria città. Ma decidemmo di puntare sul pubblico e su un unico grande centro specializzato, a Parma, in modo da attirare professionalità, tecnologie, ricerca. Non fu una scelta facile, ma ho sperimentato che è stata davvero la migliore, che abbiamo costruito un’eccellenza del Paese. Correvo da Piacenza in ambulanza ma intanto i medici di Parma, collegati in rete, leggevano la mia Tac. Sono stato curato al meglio, e sono stato trattato come ogni persona che si trovi nella medesima condizione».

In quei giorni, nel turbine della paura e della solidarietà mentre la signora Daniela negava la benché minima soddisfazione a telecamere o giornalisti perché, in fondo, considerava persino immorale che le si domandasse qualunque cosa finché sussisteva un pericolo di vita diventò un tormentone la partita Juventus-Roma, quella che il 5 gennaio Bersani chiese alla figlia di registrare prima di entrare in sala operatoria. Da romanista fatico a ripassare la materia, comunque ho saputo che il risultato (3-0) è stato comunicato a Bersani al risveglio e che la registrazione è stata la prima cosa vista alla tv di casa, al rientro. L’orgoglio di tifoso è stato poi solennemente premiato qualche giorno fa: a Piacenza è arrivato Giuseppe Marotta, direttore generale della Juventus, portando in dono a Bersani una maglia dei bianconeri, con le firme di tutti i giocatori. «È stato veramente un grande gesto di amicizia», scandisce compiaciuto. Temo per Gotor che il suo regalo resti a un gradino inferiore: ho sempre avuto la sensazione che la passione per il calcio sia molto forte in Bersani e che sia abituato a reprimerla in pubblico.

 Certo, la politica dà più preoccupazioni. Del nuovo governo, Bersani apprezza la scelta di Pier Carlo Padoan all’Economia. Tra i ministri ci sono suoi amici, ci sono giovani sui quali ha puntato. Ma ci sono anche cose che lo convincono poco. Soprattutto non lo convince la sovraesposizione di Renzi, il rischio che sfiora l’azzardo. I giovani e il record di presenze femminili sono una bella scommessa ma tutto, troppo è in capo «alla responsabilità personale di Renzi». Lui ha deciso ogni cosa: i tempi, la forzatura, gli equilibri. E a Bersani continua a non piacere la politica personale: «La modernità esalta la leadership, ma ci deve essere qualcosa di più di una squadra attorno al leader. C’è bisogno di una comunità che condivide, partecipa, collabora, costruisce». Non gli è piaciuto neppure il voto della minoranza in direzione. Quel voto a favore dopo le astensioni nelle precedenti riunioni gli è apparso come un salto logico, anch’esso non ben motivato. Se la responsabilità è di Renzi, «bisogna tenere vivo con lealtà e chiarezza il confronto nel partito. Serve a tutti, non solo al Pd». Con una precisazione: «Questo non vuol dire che ora non si debba collaborare. Si partecipa e si fa di tutto perché l’impresa riesca. Quando sento qualcuno che ipotizza di non votare la fiducia, penso che abbia perso la bussola. La fiducia si vota, altrimenti finisce il Pd. Poi bisogna tornare a pensare e a discutere, senza timore di dire la nostra, su cosa è utile che il governo Renzi faccia per l’Italia e su cosa dovranno fare i democratici da domani».

Le elezioni e la centralità del PD

La chiacchierata con Bersani intreccia passato e futuro. «Le elezioni non sono andate come volevamo, ma hanno confermato la centralità del Pd e la sua preminente responsabilità verso l’Italia. Il Pd è la struttura portante, la spina dorsale di un Paese in affanno. Da qui bisogna partire. Dalle risposte che dobbiamo ai giovani senza lavoro, alle imprese che stanno chiudendo, alla manifattura italiana, alle eccellenze che rischiano di diventare preda di acquirenti stranieri, alle famiglie che non ce la fanno». Bersani vorrebbe scuotere Renzi. Ma anche chi si è battuto contro di lui al congresso e chi si sente più vicino alla delusione di Letta, perché il Pd ha bisogno di tutti per rafforzare il legame con la società. «Il Pd non è un nastro trasportatore di domande indistinte. Non è un ufficio al quale si bussa per sentirsi dare risposte generiche o demagogiche. La centralità del Pd non deve cambiare la nostra idea del governo: guai a pensare che le istituzioni siano spazi da occupare e che per il consenso basti il messaggio. Il governo è coerenza, competenza, rischio. E siccome è anche la responsabilità più impegnativa della politica, da qui deve ripartire il confronto. E il solo modo per aiutare l’Italia e dunque anche il nuovo governo».

Poi, dopo l’avvio del governo, si aprirà il confronto sul rilancio del partito. «Che non è dice Bersani un’appendice insignificante del governo. Bisogna mantenere una capacità propositiva e un profilo di autonomia». Ma non ha vinto l’idea di Renzi della sovrapposizione dei ruoli e delle funzioni? Si può riaprire una battaglia che è stata persa?

Bersani sa bene che sono in tanti a dire che proprio lui ha perso la battaglia sul ruolo del partito. «Il tema tornerà perché è vitale per la democrazia italiana. Non si rompe la tenaglia populista di Berlusconi e Grillo senza ridare al partito una dimensione sociale, ideale, di composizione e selezione degli interessi. So di non essere riuscito a cambiare lo statuto del Pd come avrei voluto. Ma non ho mai avuto una vera maggioranza per farlo. C’era sempre qualcosa che lo impediva. Ho cercato di compensare questo limite proponendo una costituzione materiale del Pd diversa da quella formale. Ho parlato di collettivo, ho respinto l’idea di un partito personale, mi sono battuto perché la modernità democratica non contraddicesse i principi della Costituzione. Ma la battaglia continua».

Prima di tornare a Roma, Bersani dice che dovrà ancora «misurarsi con l’esterno». È già andato agli argini del Po, lontano da occhi indiscreti. Altre passeggiate sono in programma. È stato per me un grande piacere rivederlo e abbracciarlo. Confesso che temevo qualche ferita più profonda. Invece abbiamo parlato, come altre volte, cercando di andare oltre la cronaca incalzante. A proposito di cronache: «Il medico racconta ancora Bersani mi ha fatto i test della memoria e della concentrazione. Ha detto che avendo lavorato in quel punto della testa, voleva avere la certezza che tutte le potenzialità fossero state preservate. Mi ha fatto una certa impressione quando ha detto di aver “lavorato” sulla mia testa, ma poi sono stato rassicurato. Tutto è a posto al 100%. L’ho ringraziato. Dopo però ci ho ripensato: se mi avesse tolto dalla memoria quel 5% che ancora mi fa male, forse sarebbe stato perfetto».

(L’Unita’)
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Pd: inizia l’assemblea nazionale, oggi si elegge il segretario

480159 PD: VERSO ASSEMBLEA, SI CERCA SEGRETARIO DI PACIFICAZIONE-FOTO ARCHIVIOGuglielmo Epifani arriva e per prima cosa incontra i giovani di Occupy Pd, che gli consegnano volantino e maglietta. Toni distesi, sorrisi, poi Epifani affronta la ressa dei fotografi. Si sente già segretario? ‘Vediamo stasera. È presto per parlarne’. Ma si ricandiderà? ‘Per ora sono solo un semplice iscritto. Sono qui per spirito di servizio’, aggiunge il segretario in pectore. ‘Ho dato la mia disponibilità per spirito di servizio. Se ci sono, i problemi sono solo con la base. Bisogna tornare in mezzo alle persone’, ha sottolineato l’ex leader della Cgil.

Poi con l’inno di Mameli inizia alla Nuova Fiera di Roma l’assemblea nazionale del Partito Democratico che dovrebbe eleggere Epifani, nuovo segretario ‘traghettatore’ del partito fino al congresso di ottobre. All’ingresso i delegati sono stati accolti dai giovani di Occupy Pd che hanno volantinato e manifestato al grido di ‘Siamo più di 101’. Si tratta di una cinquantina di militanti del Partito Democratico che da settimane non condividono la linea del partito, a partire dall’alleanza con il Pdl nel governo Letta, e chiedono di sapere i nomi dei ‘101 traditori‘ che hanno affossato il nome del candidato Romano Prodi per la presidenza della Repubblica. I manifestanti vorrebbero entrare all’assemblea per spiegare le loro ragioni, ma per ora l’ingresso è off limits. Entrando il deputato Pd Giuseppe Civati ha promesso loro che farà di tutto per farli partecipare all’assemblea.

‘Oggi assolutamente, se ne comprendiamo la delicatezza estrema, dobbiamo dimostrare al Paese che guardiamo avanti’. In apertura dell’assemblea c’è l’appello di Pier Luigi Bersani, segretario dimissionario. ‘Il Pd è un partito senza padroni. Tenerlo insieme non può essere responsabilità di uno, ma di tutti e di ciascuno’. E poi amaro: ‘La legge della politica è anche che si vince insieme e si perde da soli e bisogna dirlo ai giovani che c’è sempre un dispiacere su questa strada qua’.

Durante i lavori dell’assemblea giunge Matteo Renzi, dopo che aveva già parlato Pierluigi Bersani e mentre Roberto Speranza stava concludendo la relazione iniziale. Il sindaco di Firenze sale sul palco per mandare un abbraccio a Guglielmo Epifani e augurargli buon lavoro: ‘Ma il traghettatore ci aiuterà se la barca sarà in condizione di reggere’. Quindi, ironico, precisa: ‘Barca naturalmente è la barca. Non mi riferivo a Fabrizio’. Poi parla dell’esecutivo: ‘Il governo è guidato da uno di noi, è un governo che ci tocca; ma o lo subiamo o lo sosteniamo con le nostre idee. Se lo subiamo regaliamo un altro calcio di rigore a Berlusconi‘. E poi conclude: ‘Se il Pd riscopre l’autenticità e la passione, io, non da candidato alla segretaria o da candidato all’Anci ma da militante, da iscritto darò una mano’. Tutto questo mentre si profila un accordo tra le diverse aree del Pd non solo sull’appoggio alla candidatura di Guglielmo Epifani, ma anche sulla futura squadra. I ‘renziani’ entrerebbero nell’esecutivo assumendo il ruolo del responsabile dell’organizzazione, che verrebbe affidata a Luca Lotti.

(fonte Corsera)

Convenzione per le riforme: no di Fassina a Berlusconi presidente

Stefano-FassinaPer la presidenza della Convenzione sulle riforme ‘dobbiamo trovare una figura in grado di dare garanzie a tutte le forze politiche rappresentate in Parlamento e temo che il senatore Berlusconi non sia fra questi’. Sono le parole di Stefano Fassina, viceministro all’Economia e deputato Pd, intervistato dal Tg3. Il giorno dopo la nomina dei sottosegretari si riaccende la discussione sulla Convenzione per le riforme. A bocciare una possibile candidatura del Cavaliere giovedì era stato anche il sindaco di Firenze Matteo Renzi (‘ora non esageriamo, un conto è fare un governo con il Pdl perché non ci sono alternative, altro è dare la Convenzione a Berlusconi’). Ma sulla presidenza della ‘commissione dei 75’ si era espresso anche Luciano Violante (‘tutti coloro che hanno ricoperto importanti incarichi istituzionali possono presiedere questo organismo’). E su Berlusconi l’ex presidente della Camera ha detto: ‘Anche il ministro delle Riforme è del Pdl. È bene che non ci siano esponenti dello stesso partito nel governo e alla guida della Convenzione’.

LA REPLICA PDL ‘Non condividiamo alcune osservazioni di Violante sulla Convenzione’, ha detto Fabrizio Cicchitto, secondo cui ‘in primo luogo la Convenzione, per essere politicamente incisiva e significativa, deve essere composta in larga parte da parlamentari, altrimenti rischia di risolversi in un esercizio accademico’. ‘In secondo luogo – ha aggiunto l’esponente Pdl – la presidenza della Convenzione deve essere attribuita a un’autorevole personalità del centrodestra anche perché tutte le cariche di rilievo politico istituzionale sono state ricoperte da esponenti della sinistra e addirittura, per quello che riguarda la presidenza della Camera, da un esponente della formazione di sinistra’. Difende la possibile nomina di Berlusconi a presidente della Convenzione anche Barbara Saltamartini del Pdl, che ha giudicato ‘inappropriate le dichiarazioni di rappresentanti del Pd sull’opportunità che Berlusconi presieda o no la Convenzione per le riforme‘. Sulla stessa linea anche il senatore pdl Altero Matteoli: ‘Renzi, e non solo lui nel Pd, pone veti su un’eventuale presidenza Berlusconi. A parte che i veti politici preconcetti sono inaccettabili su chicchessia ed in particolare lo sono sul leader del Pdl e se messi davvero in atto porterebbero dritti al voto anticipato, Renzi è candidato a diventare presidente dell’Anci in sostituzione di Del Rio. Allora che facciamo, poniamo anche noi del centrodestra il veto sul candidato Renzi?’.

Mentre si moltiplicano le voci che indicano nel leghista Calderoli il nome verso il quale si potrebbe convergere, Roberto Maroni si è detto ‘interessato’ a una partenza ‘rapida’ della Convenzione per le riforme istituzionali. ‘La Lega vuole essere protagonista della Convenzione, perché deve introdurre il Senato federale che è un copyright della Lega’, ha spiegato il segretario federale del Carroccio. Ma, ha proseguito, ‘come nel governo non ci interessano le poltrone; ci interessa che la Convenzione parta rapidamente’.

Su Twitter Convenzione

(fonte Corsera)

Chi è Cécile Kyenge, prima ministro di colore a occuparsi di Integrazione

KyengeCécile Kyenge Kashetu è un medico oculista italiano, nata nella Repubblica democratica del Congo nel 1964. Eletta alla Camera nelle elezioni di febbraio, è stata nominata da Enrico Letta ministro per l’Integrazione dopo essere stata responsabile delle politiche dell’immigrazione del Partito democratico in Emilia Romagna.

Da sempre è in prima linea per i diritti dei migranti e per quello di cittadinanza: leggi la sua intervista al blog ‘La città Nuova’ del 26 marzo. Tra le sue battaglie da attivista, la libera circolazione, una nuova legge sulla cittadinanza e l’abrogazione della Bossi-Fini. Dal settembre 2010 è portavoce nazionale della rete Primo Marzo per cui si occupa di promuovere i diritti dei migranti e i diritti umani.

‘IL SEGNO DEL CAMBIAMENTO’ Kyenge, primo ministro di colore in un governo italiano, ha accolto questa nomina, da parte di Enrico Letta, come ‘una decisione che segna il passo decisivo per cambiare concretamente l’Italia e il modo di vedere un’integrazione che è già presente nel Paese‘. Dopo aver espresso la sua soddisfazione e il suo ringraziamento il ministro per l’Integrazione ha spiegato: ‘Il mio percorso è merito di un lavoro svolto con Livia Turco e il Forum immigrazione del Partito Democratico: io sono la portavoce di una politica fatta all’interno del partito, ma che è frutto di un lavoro comune che raccoglie anche le istanze e le forti richieste della società civile che in questo momento chiede a gran voce una nuova legge sulla cittadinanza’. La stessa Livia Turco si è detta ‘profondamente emozionata’.

Su Twitter Cécile Kyenge

‘Il diavolo veste Prodi’: passerella della Mussolini a Montecitorio

Roma - Camera dei Deputati: Elezione Presidente della RepubblicaIl diavolo veste Prodi’: questa la scritta sulla maglietta bianca con cui Alessandra Mussolini ha fatto il suo ingresso nell’Aula di Montecitorio con tanto di passerella fino allo scranno della presidenza. Fischi dal Pd, che chiede che la Mussolini venga fatta uscire dall’emiciclo.

‘Dalle ore 15 tutti a piazza Montecitorio per dire NO PRODI al Quirinale. Vi aspetto!’ scrive su Twitter il capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. Gli attivisti di Fratelli d’Italia offrono panini con la mortadella alla manifestazione davanti a Montecitorio contro la candidatura di Prodi al Quirinale. Su di un banchetto è posata una forma di mortadella dalla quale vengono tagliate fette per confezionare panini offerti poi ai presenti.

Al termine della riunione dei gruppi congiunti del Pdl si è appena conclusa e come annunciato tutti i parlamentari sono in piazza davanti Montecitorio per protestare alla scelta del Pd di candidare Romani Prodi al

All’arrivo di un drappello di militanti di Casa Pound davanti a Montecitorio, i manifestanti ‘pro-Rodotà’ hanno intonato ‘Bella ciao‘.  Per il Quirinale ‘meglio Schettino di questi nomi che girano’ ha detto Simone Di Stefano, vicepresidente di CasaPound e candidato sindaco a Roma. ‘Prodi è al soldo dei poteri internazionali – ha aggiunto Di Stefano -. E’ l’uomo che ha svenduto l’Italia. Per questo siamo contro”. Una cinquantina di giovani di CasaPound con le bandiere gridano slogan contro Prodi. Il più frequente è ‘Prodi, Prodi, vattene affanculo’.

Sin da ieri un gruppetto di cittadini grillini e del popolo viola scandiscono slogan a favore di Stefano Rodotà; a questi si sono uniti nel pomeriggio manifestanti del Pdl chiamati a protestare contro l’ipotesi che Romano Prodi possa salire al Quirinale. Quindi, a sorpresa, sono rumorosamente comparsi una trentina di militanti di Casa Pound, anche loro schierati contro Prodi. Nessun problema di ordine pubblico. La polizia schierata osserva tranquilla mentre i cameraman e fotografi riprendono la scena.

 Oltre a Alessandra Mussolini a indossare la maglietta bianca anti Prodi anche la senatrice del Pdl Simona Vicari. Le due parlamentari dopo aver causato le vivaci proteste da parte del centrosinistra ed essere state richiamate dalla presidenza della Camera sono state fatte allontanare.

Colle: fumata nera per Marini, spuntano assonanze e personaggi da cinema

PD leader Bersani embraces PDL secretary Alfano during the presidential election in the lower house of the parliament in RomeNon riesce l’elezione di Franco Marini al primo voto. Il candidato di Pd-Pdl e Scelta civica, scelto ieri dopo una giornata di nervose trattative, non ha raggiunto il quorum richiesto dei due terzi dei voti, arrivando a 521 preferenze. Pd spaccato, con i renziani, ma non solo, che hanno votato contro. Alle 15.30 nuovo scrutinio.

Intanto dalle urne i nomi più insoliti. Valeria Marini, Veronica Lario, ma soprattutto Raffaello Mascetti. Nell’urna che raccoglie le schede per l’elezione del Capo dello stato spuntano, come e’ consuetudine, anche nomi fantasiosi e del tutto estranei alle candidature in campo. Cosi’, mentre l’assonanza e l’omonimia tra la showgirl sarda e l’ex presidente del Senato era piuttosto scontata, ha provocato risate e applausi in aula sentire il nome della ex signora Berlusconi pronunciato dalla presidente Laura Boldrini.

Quasi un boato invece per il conte Mascetti, celeberrimo nobile fiorentino decaduto, inventore della ‘supercazzola’ e protagonista delle zingarate cinematografiche degli ‘Amici miei‘, interpretato da Ugo Tognazzi. Lo sforzo di fantasia dei grandi elettori in realtà è stato meno intenso della passata elezione per il Quirinale.

Nel maggio del 2006, al secondo scrutinio e dunque prima dell’elezione di Giorgio Napolitano, dall’urna uscirono Vasco Rossi, Ornella Vanoni, Luciano Moggi e perfino Maria Gabriella di Savoia. Una curiosità: nella passata elezione per il capo dello Stato prese dei voti anche Gino Strada, uno dei candidati del M5S indicato dalle ‘Quirinarie’ sul web.

‘È evidente che Marini è saltato…’. Lo ha detto, commentando il primo voto per il Quirinale, Matteo Renzi. Il sindaco, parlando a Firenze, ha anche precisato che ‘non vedrò Bersani’ e che ‘forse è più utile che a Roma ci vada domani’.

‘La spaccatura nel Pd l’ha provocata chi non ha gestito questo passaggio come invece era stato gestito nel ’99 e nel 2006’. Lo ha detto Renzi intervenendo all’inaugurazione di un fontanello, ricordando che quando ‘nel 1999 c’erano Veltroni segretario, D’Alema presidente del Consiglio, il centrosinistra fece una operazione di metodo ma anche di merito individuando un nome che andasse bene a tutti, quello di Ciampi‘.

‘Nel 2006 – ricorda ancora Renzi – Fassino segretario e Prodi presidente del Consiglio, il centrosinistra fece una operazione comune trovando’ convergenza su ‘quello di Napolitano. Stavolta c’è stato un metodo profondamente diverso e, a mio giudizio, profondamente sbagliato’.

‘Questi due mesi sono stati una clamorosa e indecente perdita di tempo’, ha detto ancora il sindaco di Firenze, parlando con i giornalisti. ‘Spero -ha aggiunto- che il Parlamento che è fatto da tante persone per bene, piene di entusiasmo, di voglia di fare, di coraggio, sia messo nelle condizioni di lavorare e nelle condizioni di nonperdere tempo come in questi due mesi’.

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