WSJ: Cuba’s Role Behind the Turmoil in Venezuela

Marvinia Jimenez #Cookednews

The bloodshed in Caracas over the past 12 days brings to mind the 2009 Summit of the Americas in Port of Spain, where President Obama greeted Venezuelan dictator Hugo Chávez with a huge grin and a warm handshake. A couple of months later the State Department attempted to force Honduras to reinstall pro-Chávez president Manuel Zelaya, who had been deposed for violating the constitution.

Brows were knitted throughout the Americas. Why did the U.S. president favor the Venezuelan dictator, protégé of Fidel Castro, over Honduras, which still had a rule of law, press freedom and pluralism?

Fast forward to last Wednesday, after four peaceful student-protesters had been confirmed as having been killed by the government’s armed minions. Mr. Obama took notice, pronouncing the brutality “unacceptable.” That must have been comforting to hear amid the gun shots and pummeling on the streets of Caracas.

That same night the government of Nicolás Maduro —Chávez’s handpicked successor—unleashed a wave of terror across the country. According to Venezuelan blogs and Twitter posts, the National Guard and police went on a tear, firing their weapons indiscriminately, beating civilians, raiding suspected student hide-outs, destroying private property and launching tear-gas canisters. Civilian militia on motor bikes added to the mayhem. The reports came from Valencia, Mérida, San Cristóbal, Maracaibo, Puerto Ordaz and elsewhere, as well as the capital.

Venezuela has promised 100,000 barrels of oil per day to Cuba, and in exchange Cuban intelligence runs the Venezuelan state security apparatus. The Cubans clearly are worried about losing the oil if their man in Caracas falls. Opposition leader Leopoldo López, who heads the Popular Will political party, spent several years building a network of young recruits around the country. Last week’s unrest is a testament to that organization, and it is why the 42-year-old Mr. López is now behind bars.

In Ukraine, the European Union has pressured the government to reach a compromise with the opposition. Venezuelans are getting no such help from the neighbors. Only Colombia, Chile and Panama have objected to the crackdown. The rest of the hemisphere doesn’t have even a passing interest in human rights when the violations come from the left. The Organization of American States is supposed to defend civil liberties, but since Chilean Socialist José Miguel Insulza took the OAS helm in 2005, it has earned a disgraceful record as a shill for Cuba.

Venezuelans seeking change face daunting odds. The crowds in the streets of Caracas in recent days have not been significantly bigger than in many prior-year protests, including 2002, when a march in Caracas almost unseated Chávez.

This time the repression has been fierce. Besides injuries and death, hundreds have been detained and it would not be surprising if many are given long sentences. Mr. Maduro needs scapegoats for the violence he unleashed. Iván Simonovis, the former head of the Caracas Metropolitan Police, has been a political prisoner since 2004. Chávez made him take the fall for the 17 people killed in the April 2002 uprising even though video evidence points to chavista snipers. Photos of the once-fit policeman, frail and gravely ill from the inhuman circumstances of his long incarceration, are chilling.

Another problem is the division within the opposition. The governor of the state of Miranda, Henrique Capriles, represented a broad coalition of anti-chavista parties when he ran for president in 2013. But when he conceded to Mr. Maduro amid strong evidence that the election had been stolen, Mr. López and other members of the opposition broke with Capriles supporters.

Students have also been hamstrung by a communications blockade. The government controls all Venezuelan television and radio airwaves. When the violence broke out, it forced satellite providers to drop the Colombian NTN channel. Internet service has been cut in many places.

Getting the very poor on board for a regime change is a challenge. Some still see chavismo as their government, even if they have no love for Mr. Maduro and suffer from high inflation. Others don’t dare speak out, for fear of losing state jobs or their lives. The barrios are terrorized by the chavista militia.

Mr. Maduro says he will use every weapon to quell the unrest. On Friday afternoon the son of a Venezuelan friend sent me photos from Caracas of troops massing at the Francisco de Miranda air base in the middle of the city. The Cuban-backed Venezuelan high command, Cuban intelligence (the country is thick with agents) and plainclothes militia will play rough.

On the other hand, the government is bankrupt, and food and other shortages will get worse. Mr. Maduro may pacify Caracas, but food is harder to find in the interior of the country than in the capital. It is there that the fires of rebellion, burning for the first time under chavismo, might race out of control. Many army officers come from lower-middle-class families, and it is not clear that they will stand by and watch large numbers of civilians being slaughtered. Many resent the Cuban occupation.

What comes next is hard to predict. But no one should underestimate Cuba‘s comparative advantage: repression.

#Venezuela #Cuba #Cookednews

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Bersani: ‘Anche la politica deve guarire’

Pier Luigi Bersani #cookednews

Pier Luigi Bersani sta bene. È dimagrito ma l’ho visto mangiare con appetito, rendendo il giusto onore a quegli straordinari tortelli piacentini fatti in casa. Sulla testa sono ormai pallidi i segni dell’operazione che ha bloccato la sua emorragia cerebrale: bisogna cercarli per riconoscerli. Gli sono pure ricresciuti i capelli (dove possono). Da quella drammatica mattina del 5 gennaio non ha più fumato: «Nessuno me lo ha imposto, ma visto che c’ero…». Il suo volto, le reazioni, lo sguardo sono quelli di sempre. E così la voglia di scherzare, che penso sia diventata per lui una sorta di autodisciplina, un modo per darsi un limite, per non prendersi mai troppo sul serio

I collegamenti con Roma tornano a farsi giorno dopo giorno più intensi, soprattutto attraverso il telefonino che ronza nonostante la moglie Daniela fulmini quell’oggetto con gli occhi. La passione per la politica resta per lui una carica vitale. S’arrabbia nel parlare delle cose che non gli sono piaciute in questi giorni, a partire dai modi con i quali Renzi ha scalzato Letta e imposto, con la forza, il suo governo senza aver dato una spiegazione compiuta.

Ha riletto “La morte di Ivan Il’ic” Ora è alle prese con Machiavelli. Dalla Juve un dono graditissimo: la maglietta firmata dai giocatori «I test dicono che la mia memoria è al 100%. Ma se avessi perso quel 5% che dico io, non mi sarebbe dispiaciuto» «Basta inseguire i pifferai. Il Pd deve tornare a pensare e a discutere. Non è un nastro trasportatore, né un’appendice».

Bersani non si rassegna alla politica ridotta a partita di poker: «Dobbiamo sempre pensare al film di domani. Oggi stiamo preparando il futuro. E mi preoccupa questo distacco tra la società e le istituzioni democratiche. Temo che il distacco continui a crescere e nessuno di noi può illudersi che basti un po’ di populismo e di demagogia, magari in dosi contenute, per risolvere il problema. Bisogna dire la verità al Paese, e non inseguire i pifferai sperando di batterli sul loro terreno. Dire la verità, affrontare i problemi concreti, le questioni che si stanno incancrenendo perché nessuno ha il coraggio di dire dei no quando sono scomodi. Io ho sbagliato in qualche passaggio, ho commesso errori, ma resto convinto che la politica non ritroverà se stessa nei particolari e nelle tattiche. È il senso, la direzione di marcia che le dà forza. O la ritroviamo, o ci perdiamo».

Sono andato a trovare Bersani a Piacenza con Miguel Gotor. Che gli ha portato in regalo la nuova edizione de Il Principe di Machiavelli, edito da Donzelli. Il regalo si prestava a facili ironie. Ma Bersani si è messo a ridere perché aveva sul tavolino e stava finendo di leggere proprio I corrotti e gli inetti. Conversazioni su Machiavelli di Antonio Gnoli e Gennaro Sasso. Più che il 500esimo anniversario de Il Principe, deve essere la crisi della politica a suscitare questa curiosità. O forse è il risorgente «fiorentinismo». Bersani ha ripreso a leggere da quando si è quietato il terribile mal di testa che lo ha perseguitato per tutta la prima fase della convalescenza.

Quando racconta la sua malattia, la sofferenza è legata soprattutto a quel mal di testa insopportabile, vai a capire quanto legato alla vecchia cervicale e quanto all’operazione vera e propria.

Non ho avuto il coraggio di chiedergli se ha avuto paura di morire. Lui però ha detto che quando il chirurgo gli chiese la firma per il consenso informato, prima dell’intervento, non esitò un secondo. Il medico provò a elencare i rischi: «Lei può morire, oppure…». «L’ho interrotto subito ricorda Bersani e ho detto: penso che quello che sta per dirmi sia anche peggio di morire». Certo, entrando in casa Bersani (per me era la prima volta), non ci vuol molto a capire dove trovi quella riserva di energia umana e di serenità: l’affetto, l’amore della signora Daniela e delle figlie è una protezione così attiva e robusta che vale certo più di tante terapie e tecnologie. «Se avessi potuto, ovviamente mi sarei evitato tutto questo. Ma, pur nella sventura, confesso di uscirne con un sentimento di soddisfazione.

La persona vale sempre più di ciò che fa». Nel dolore si ritrova la solidarietà. E il senso della misura. Di manifestazioni di solidarietà, di amicizia, di stima ne ha avute tantissime. E continuano.

Gli ho detto che anche noi, a l’Unità, siamo stati invasi da messaggi di simpatia e di incoraggiamento, che andavano molto oltre il consenso o il dissenso su singole scelte politiche. «Quando sono tornato a casa mi è venuta voglia di rileggere La morte di Ivan ll’ic di Tolstoj. Non me lo ricordavo così. I punti di vista sul senso della vita cambiano con l’esperienza, ma guai a perdere l’umanità più profonda. E guai a non cogliere le occasioni che la vita ti dà per scoprirle».

Un punto di vanto per Pier Luigi Bersani è senza dubbio l’ospedale di Parma, la sanità emiliana. Nel racconto qui prevale la razionalità sul sentimento.

Fu lui, da presidente della Regione, a proporre di concentrare su Parma il servizio di neurochirurgia per tutta l’area tra Reggio e Piacenza.

«La neurochirurgia è un business e giunsero diverse offerte di privati per costruire centri nelle tre province. Qualcuno può pensare che sia più comodo avere la clinica nella propria città. Ma decidemmo di puntare sul pubblico e su un unico grande centro specializzato, a Parma, in modo da attirare professionalità, tecnologie, ricerca. Non fu una scelta facile, ma ho sperimentato che è stata davvero la migliore, che abbiamo costruito un’eccellenza del Paese. Correvo da Piacenza in ambulanza ma intanto i medici di Parma, collegati in rete, leggevano la mia Tac. Sono stato curato al meglio, e sono stato trattato come ogni persona che si trovi nella medesima condizione».

In quei giorni, nel turbine della paura e della solidarietà mentre la signora Daniela negava la benché minima soddisfazione a telecamere o giornalisti perché, in fondo, considerava persino immorale che le si domandasse qualunque cosa finché sussisteva un pericolo di vita diventò un tormentone la partita Juventus-Roma, quella che il 5 gennaio Bersani chiese alla figlia di registrare prima di entrare in sala operatoria. Da romanista fatico a ripassare la materia, comunque ho saputo che il risultato (3-0) è stato comunicato a Bersani al risveglio e che la registrazione è stata la prima cosa vista alla tv di casa, al rientro. L’orgoglio di tifoso è stato poi solennemente premiato qualche giorno fa: a Piacenza è arrivato Giuseppe Marotta, direttore generale della Juventus, portando in dono a Bersani una maglia dei bianconeri, con le firme di tutti i giocatori. «È stato veramente un grande gesto di amicizia», scandisce compiaciuto. Temo per Gotor che il suo regalo resti a un gradino inferiore: ho sempre avuto la sensazione che la passione per il calcio sia molto forte in Bersani e che sia abituato a reprimerla in pubblico.

 Certo, la politica dà più preoccupazioni. Del nuovo governo, Bersani apprezza la scelta di Pier Carlo Padoan all’Economia. Tra i ministri ci sono suoi amici, ci sono giovani sui quali ha puntato. Ma ci sono anche cose che lo convincono poco. Soprattutto non lo convince la sovraesposizione di Renzi, il rischio che sfiora l’azzardo. I giovani e il record di presenze femminili sono una bella scommessa ma tutto, troppo è in capo «alla responsabilità personale di Renzi». Lui ha deciso ogni cosa: i tempi, la forzatura, gli equilibri. E a Bersani continua a non piacere la politica personale: «La modernità esalta la leadership, ma ci deve essere qualcosa di più di una squadra attorno al leader. C’è bisogno di una comunità che condivide, partecipa, collabora, costruisce». Non gli è piaciuto neppure il voto della minoranza in direzione. Quel voto a favore dopo le astensioni nelle precedenti riunioni gli è apparso come un salto logico, anch’esso non ben motivato. Se la responsabilità è di Renzi, «bisogna tenere vivo con lealtà e chiarezza il confronto nel partito. Serve a tutti, non solo al Pd». Con una precisazione: «Questo non vuol dire che ora non si debba collaborare. Si partecipa e si fa di tutto perché l’impresa riesca. Quando sento qualcuno che ipotizza di non votare la fiducia, penso che abbia perso la bussola. La fiducia si vota, altrimenti finisce il Pd. Poi bisogna tornare a pensare e a discutere, senza timore di dire la nostra, su cosa è utile che il governo Renzi faccia per l’Italia e su cosa dovranno fare i democratici da domani».

Le elezioni e la centralità del PD

La chiacchierata con Bersani intreccia passato e futuro. «Le elezioni non sono andate come volevamo, ma hanno confermato la centralità del Pd e la sua preminente responsabilità verso l’Italia. Il Pd è la struttura portante, la spina dorsale di un Paese in affanno. Da qui bisogna partire. Dalle risposte che dobbiamo ai giovani senza lavoro, alle imprese che stanno chiudendo, alla manifattura italiana, alle eccellenze che rischiano di diventare preda di acquirenti stranieri, alle famiglie che non ce la fanno». Bersani vorrebbe scuotere Renzi. Ma anche chi si è battuto contro di lui al congresso e chi si sente più vicino alla delusione di Letta, perché il Pd ha bisogno di tutti per rafforzare il legame con la società. «Il Pd non è un nastro trasportatore di domande indistinte. Non è un ufficio al quale si bussa per sentirsi dare risposte generiche o demagogiche. La centralità del Pd non deve cambiare la nostra idea del governo: guai a pensare che le istituzioni siano spazi da occupare e che per il consenso basti il messaggio. Il governo è coerenza, competenza, rischio. E siccome è anche la responsabilità più impegnativa della politica, da qui deve ripartire il confronto. E il solo modo per aiutare l’Italia e dunque anche il nuovo governo».

Poi, dopo l’avvio del governo, si aprirà il confronto sul rilancio del partito. «Che non è dice Bersani un’appendice insignificante del governo. Bisogna mantenere una capacità propositiva e un profilo di autonomia». Ma non ha vinto l’idea di Renzi della sovrapposizione dei ruoli e delle funzioni? Si può riaprire una battaglia che è stata persa?

Bersani sa bene che sono in tanti a dire che proprio lui ha perso la battaglia sul ruolo del partito. «Il tema tornerà perché è vitale per la democrazia italiana. Non si rompe la tenaglia populista di Berlusconi e Grillo senza ridare al partito una dimensione sociale, ideale, di composizione e selezione degli interessi. So di non essere riuscito a cambiare lo statuto del Pd come avrei voluto. Ma non ho mai avuto una vera maggioranza per farlo. C’era sempre qualcosa che lo impediva. Ho cercato di compensare questo limite proponendo una costituzione materiale del Pd diversa da quella formale. Ho parlato di collettivo, ho respinto l’idea di un partito personale, mi sono battuto perché la modernità democratica non contraddicesse i principi della Costituzione. Ma la battaglia continua».

Prima di tornare a Roma, Bersani dice che dovrà ancora «misurarsi con l’esterno». È già andato agli argini del Po, lontano da occhi indiscreti. Altre passeggiate sono in programma. È stato per me un grande piacere rivederlo e abbracciarlo. Confesso che temevo qualche ferita più profonda. Invece abbiamo parlato, come altre volte, cercando di andare oltre la cronaca incalzante. A proposito di cronache: «Il medico racconta ancora Bersani mi ha fatto i test della memoria e della concentrazione. Ha detto che avendo lavorato in quel punto della testa, voleva avere la certezza che tutte le potenzialità fossero state preservate. Mi ha fatto una certa impressione quando ha detto di aver “lavorato” sulla mia testa, ma poi sono stato rassicurato. Tutto è a posto al 100%. L’ho ringraziato. Dopo però ci ho ripensato: se mi avesse tolto dalla memoria quel 5% che ancora mi fa male, forse sarebbe stato perfetto».

(L’Unita’)
#Cookednews, #juve#Renzi

Primo viaggio all’estero per Obama al secondo mandato: il presidente Usa visita Israele

Obama a Tel Aviv

Al suo arrivo in Israele, Barack Obama ha subito voluto dare un segnale di distensione con alcune parole in ebraico. Dopo aver ricordato che per lui questa è la terza visita, il presidente degli Usa ha detto: ‘Shalom, tov lihiot shuv ba-Aretz‘, ossia: ‘Saluti, è bello essere di nuovo nella Terra’ d’Israele. Parole che hanno suscitato sorrisi di sorpresa da parte del capo dello Stato israeliano Shimon Peres e del premier Benyamin Netanyahu e che sono state accolte con un applauso da parte dei dignitari israeliani schierati ai bordi del tappeto rosso di benvenuto. Pochi minuti dopo lo stesso Obama ha salutato ‘l’alleanza eterna’ con Israele e ‘l’impegno incessante’ degli Stati Uniti per la sua sicurezza.

Israele è la prima tappa del primo viaggio all’estero’ del mio secondo mandato, ha voluto sottolineare il presidente americano, ricordando i valori di democrazia condivisi con lo stato ebraico. ‘Gli  Stati Uniti – ha aggiunto – sono a fianco d’Israele perché è nel nostro interesse nazionale’.

Obama ha aggiunto che ‘non è casuale’ che si svolga proprio in Israele la sua prima visita all’estero nel suo secondo mandato. ‘Essa rappresenta per me l’opportunità di ribadire i legami indistruttibili che ci legano’, ha proseguito, assicurando che gli Usa sono ‘fieri’ di essere i migliori alleati dello Stato ebraico e dicendosi fiducioso che tale alleanza sia destinata a conservarsi ‘eterna’, ‘per sempre’.

‘Grazie per essere a fianco di Israele in questo momento di cambiamento storico’. Così il premier Benyamin Netanyahu si è rivolto al presidente Barack Obama nel breve discorso di benvenuto all’aeroporto Ben Gurion. ‘Lei ha scelto di venire in Israele – ha sottolineato – nella sua prima visita del suo secondo mandato’.

Barack Obama giura all’Inauguration Day

barack-obama-giura-alla-casa-bianca-20-gennaio-2013-inauguration-day-010Il secondo mandato di Barack Obama alla Casa Bianca è ufficialmente iniziato: in una cerimonia brevissima, celebrata in forma privata nella Blue Room, il presidente ha prestato giuramento davanti al giudice della Corte Suprema John Roberts, lo stesso di fronte al quale giurò nel 2009. Pochi minuti prima delle 12 – le 18 in Italia – ha pronunciato la formula con a fianco la first lady Michelle e le figlie Malia e Sasha. Al termine, Obama le ha abbracciate e alla più piccola ha sussurrato: ‘ce l’ho fatta’.

Domani si terrà la cerimonia pubblica, una grande festa dinanzi alla facciata del Campidoglio alla presenza di 800mila persone, durante la quale il presidente terrà anche il discorso inaugurale agli americani e al mondo.

‘Io, Barack Obama, giuro solennemente di adempiere fedelmente alle funzioni di presidente degli Stati Uniti e di salvaguardare, proteggere e difendere la Costituzione degli Stati Uniti’, ha detto, giurando su una Bibbia di famiglia: il padre della first lady l’aveva regalata alla propria madre per la festa della mamma nel 1958 e da allora è stata sempre conservata nella famiglia di Michelle.

Anche il suo vice Joe Biden ha scelto una Bibbia di famiglia per pronunciare il suo giuramento, celebrato in mattinata in una cerimonia separata al Naval Observatory. Il vicepresidente ha recitato la formula davanti al giudice della Corte Suprema Sonia Sotomayor, alla presenza di 120 invitati e qualche cronista.

Domani, dopo il giuramento davanti al Campidoglio, Obama percorrerà Pennsylvania Avenue, in parte a piedi, fino alla Casa Bianca. L’Inauguration day si concluderà poi con due balli: e a uno di questi, riservato allo staff della Casa Bianca, parteciperà anche Lady Gaga.

A dare il via al weekend di festa è stata ieri il National Day of Service, la giornata nazionale del volontariato. La first family per l’occasione ha tinteggiato la biblioteca in una scuola elementare non lontano dalla Casa Bianca e ha invitato i cittadini a impegnarsi in attività per la comunità per onorare Martin Luther King.

Michelle Obama, con le figlie Sasha e Malia, sono state ospiti d’onore al Kids Inaugural Concert, il concerto per i bambini che ieri sera ha aperto la lunga lista di feste, manifestazioni e balli per festeggiare il nuovo insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca. Un pubblico di centinaia di ragazzi figli di militari ha assistito al concerto, che ha visto la partecipazione di Katy Perry, Usher, Mindless Behavior e gli attori del cast di ‘Glee’. Sono stati proprio gli Obama nel 2009 i primi ad organizzare questo evento dedicato alle famiglie dei militari.

Tragedia di Newtown: strage in una scuola elementare, 26 i morti di cui 20 bambini. Ucciso il killer

Usa strage scuola NewtownAlmeno 27 persone, tra cui 20 bambini tra i 5 e i 10 anni, sono le vittime di una vera e propria strage in una scuola elementare in Connecticut, a un centinaio di chilometri da New York. Il killer si chiama Adam Lanza: ha ucciso sua madre, Nancy, insegnante alla Sandy Hook Elementary School di Newtown, prima di provocare la strage in un’aula dell’istituto nella quale è rimasto vittima. Non è chiaro se si sia suicidato o se sia stato ucciso. Il suo corpo era riverso in una delle aule della scuola.

Lanza, poco più che ventenne, in base al suo profilo Facebook (collegato da poco a quello creato appositamente per la strage, ‘Sandy Hook Elementary School shooting’), viveva a Hoboken, in New Jersey, alle porte di New York, una città storicamente abitata dagli italo americani e resa famosa da Frank Sinatra. Vestito tutto di nero, con indosso un giubbotto antiproiettile come se andasse in guerra, usando quattro pistole ha sparato all’impazzata, almeno un centinaio di colpi. Sin dall’ingresso della scuola, la Sandy Hook di Newton, dove secondo alcune indicazioni ha subito freddato il presidente e lo psicologo dell’istituto. Ma la vera, terribile mattanza l’ha compiuta in una aula dell’asilo, tra i bimbi più piccoli. Un’intera classe manca all’appello, è stata cancellata, hanno riferito diverse fonti di stampa citando fonti ufficiali che hanno voluto mantenere l’anonimato. A rendere tutto ancora più assurdo, se possibile, è però il fatto che la sua ‘vittima designata’ era sua madre.

Il folle avrebbe agito con un complice, secondo alcuni suo fratello minore, che è stato arrestato. Secondo alcune fonti, i due avrebbero ucciso, prima della strage alla scuola, un loro familiare: c’è chi dice il padre, chi un altro fratello. La situazione rimane molto confusa e ci vorranno diverse ore prima di capire esattamente la dinamica del dramma.

Il fratello di Lanza è stato preso in custodia dalle autorità che vogliono sentirlo come presunto complice nella sparatoria. Secondo alcune fonti, il giovane è stato intercettato dalla polizia nei pressi della scuola, che è circondata da boschi. Indossava pantaloni mimetici e ha affermato, secondo quanto ha riferito un testimone, ‘io non l’ho fatto, io non l’ho fatto’.

Tutto è cominciato poco dopo le 9:30 e le televisioni nazionali hanno rapidamente preso a seguire in diretta l’evoluzione delle notizie, con inviati e troupe per le riprese dall’alto, in elicottero. Sono così rapidamente iniziate a filtrare drammatiche immagini di madri con il volto alterato dalla tensione, dalla paura, dall’apprensione. E poi quelli di bimbi, in lacrime, con la bocca spalancata mentre urlano di paura, mentre in fila indiana vengono evacuati tutti insieme dalla scuola, che conta oltre 600 alunni e che, come tutte le scuole in America, si preparava alle vacanze di Natale, si preparava all’arrivo di Santa Claus, Babbo Natale.

Il presidente americano, Barack Obama, parlando in diretta tv alla nazione sulla strage in Connecticut si è vistosamente commosso asciugandosi le lacrime. ‘Dobbiamo unirci per intraprendere azioni per impedire che cose del genere si ripetano, a prescindere dalla politica’, ha affermato.

Sono troppe le tragedie simili che accadono ovunque nel Paese, dobbiamo riuscire a evitare che accadano. Abbiamo perso bambini innocenti e insegnanti che dedicavano la loro vita a costruire il futuro di questi bambini. Questo fine settimana io e Michelle facciamo quello che ogni genitore sta facendo, stare il più possibile vicini ai nostri figli e ricordare loro quanto li amiamo’: sono le parole che Barack Obama rivolge alle famiglie americane nel tradizionale messaggio del sabato. Poi il presidente ha fatto l’elenco degli ultimi episodi simili: ‘Come nazione – ha ricordato Obama – abbiamo sofferto davvero troppe di queste tragedie negli ultimi anni. Una scuola elementare a Newtown. Un centro commerciale in Oregon. Un luogo di culto in Wisconsin. Un cinema in Colorado. Infinite strade in posti come Chicago e Philadelphia’. ‘Ognuno di questi quartieri potrebbe essere il nostro’, ha detto il presidente, ‘e per questo dobbiamo unirci e adottare misure importanti per prevenire nuove tragedie come questa. Indipendentemente dalla politica”. Poi ha concluso: ‘Ci sono famiglie in Connecticut che oggi non possono farlo. E hanno bisogno di tutti noi’, aggiunge il presidente americano ricordando i genitori che hanno perso i loro figli nella strage della scuola elementare di Newtown. ‘Noi siamo qui per loro e preghiamo per loro. E ricordiamo loro che l’amore che hanno provato per coloro che hanno perso sopravviverà non solo nelle loro memorie, ma anche in quella della loro comunità e del loro Paese.

Obama ha dato disposizione di esporre la bandiera americana a mezz’asta alla Casa Bianca, davanti a tutti gli edifici pubblici e militari e in tutte le rappresentanze diplomatiche americane fino al tramonto di martedì 18 dicembre.

Faremo tutto quello che è possibile e che serve per arginare la diffusione della armi da fuoco nel Paese. Ma di fronte a un evento così tragico, non è oggi il momento delle polemiche, ha aggiunto Carney.

Veglia di preghiera nella notte a Newtown. Centinaia di persone si sono raccolte in una chiesa cattolica, la St Rose of Lime, per pregare in ricordo delle vittime, la gran parte bambini. La Chiesa era talmente affollata che molte persone hanno dovuto sostare all’esterno, sul sacrato del tempio distante poco più di un chilometro dalla scuola elementare Sandy Hook, dove è avvenuto il massacro.

Ha una relazione extraconiugale, si dimette il direttore della Cia, il generale Petraeus

La notizia ha avuto una risonanza internazionale ed arriva qualche giorno dopo la certezza di Obama di nuovo presidente. Il generale David Petraeus è caduto per una relazione extraconiugale, in puro stile americano. Ma dietro questo classico scandalo appaiono altre faccende, la rivalità fra Cia e Fbi, il rischio – grave e forse concreto – di una falla nella sicurezza. L’amante segreta del generale dimessosi ieri, è Paula Broadwell, giovane autrice della biografia sul direttore della Cia intitolata ‘All In: The Education of General David Petraeus‘. La donna è finita al centro dei riflettori. L’Fbi, scrive la stampa Usa, aveva avviato un’indagine sulla donna perché sospettata di aver tentato di accedere all’email del generale per cercare materiale riservato.

Broadwell, studiosa di Harvard, si è laureata a West Point, dove ha studiato anche Petraeus. Secondo funzionari governativi, l’Fbi aveva avviato un’inchiesta che non era affatto concentrata sulla relazione clandestina nè sul generale Petraues, bensì su una “vicenda potenzialmente di rilevanza penale”. Nel corso dell’indagine è avvenuta poi una verifica sulla sicurezza di un computer utilizzato da Petraeus, e allora gli agenti dell’agenzia federale avrebbero trovato prove della relazione ma anche altri problemi di sicurezza. Due settimana fa, l’Fbi ha avuto un incontro con Petraues per discutere la situazione.

Official photo of General David Howell Petraeu...

Official photo of General David Howell Petraeus, USA Commander, U.S. Central Command (Photo credit: Wikipedia)

Appare chiaro che l’annuncio delle dimissioni è stato rimandato a dopo l’elezione presidenziale. ‘Ho mostrato poco buonsenso, questo comportamento in un leader è inaccettabile’, ha dichiarato il generale parlando della propria relazione. ‘Ha servito gli Stati Uniti in modo straordinario per decenni’, si legge nella risposta del presidente Barack Obama.

‘Come direttore della Cia, ha continuato a servire con il suo caratteristico rigore intellettuale, con dedizione e patriottismo’.

Per Obama appena rieletto la vicenda era certamente indigeribile ma ha ‘riflettuto’ per 24 ore prima di accettare la lettera di dimissioni del generale. ‘Sono sicuro che la Cia continuerà a portare avanti la sua missione essenziale. I miei pensieri e le mie preghiere vanno a Dave e Holly Petraeus, che con il loro lavoro hanno fatto così tanto per aiutare le famiglie dei militari. Gli auguro tutto il meglio in questo momento difficile’.

Gli account di posta elettronica di dirigenti della Cia, anche quelli personali, sono considerati molto delicati per la sicurezza nazionale. Paula Broadwell, scrittrice sposata e con due figli, insegna al Center for Public Leadership di Harvard .

La relazione extraconiugale che ha portato alle dimissioni di David Petraeus (60 anni) da direttore della Cia era durata meno di un anno, dal suo congedo dall’esercito nell’agosto 2011 fino alla primavera scorsa. Lo scrive il Wall Street Journal mentre i media Usa danno ampio spazio all’inchiesta dell’Fbi che ha fatto emergere l’affaire tra Petraues e la sua biografa Paula Broadwell.

Obama e il fiscal cliff: ‘I ricchi devono pagare di più. Crescita e occupazione le nostre priorità’

I ricchi paghino più tasse, facciano uno sforzo per l’economia e per il paese. ‘E’ arrivato il momento di tornare al lavoro, c’è molto da fare’, ha detto il rieletto presidente alla Casa Bianca. E il mandato che ha ricevuto dagli elettori è chiaro: ‘hanno votato per l’azione, non per la solita politica’. Promette di parlare con i leader del Congresso, dà appuntamento alla Casa Bianca per la prossima settimana ai democratici e anche ai repubblicani che detengono la maggioranza alla Camera.

‘La nostra priorità deve essere la crescita e l’occupazione’. Lo afferma il presidente americano Barack Obama, parlando al popolo americano dalla East Room della Casa Bianca.

Obama si è chiamato in causa dicendo che non chiederà alle famiglie della classe media o agli studenti di pagare di più ‘mentre alle persone come me che guadagnano oltre 250.000 dollari all’anno non viene chiesto di pagare di più in tasse’. Tema, quest’ultimo, dibattuto a lungo nel corso della campagna elettorale, ha insistito Obama, e su cui ‘la maggioranza degli americani si è trovata d’accordo’ come dimostrato martedì dall’esito delle elezioni. Obama ha fatto così riferimento ai ‘democratici, agli elettori indipendenti e ai tanti repubblicani in tutto il Paese, così come agli economisti indipendenti e agli esperti di bilanci statali’.

‘Se il Congresso non trova un accordo generale sulla riduzione del deficit entro fine anno, per tutti le tasse aumenteranno automaticamente a partire dal primo gennaio, incluso il 98% degli americani che guadagnano meno di 250.000 dollari all’anno. Questo non ha alcun senso. Sarebbe una cosa negativa per l’economia e colpirebbe le famiglie che stanno già facendo fatica per arrivare alla fine del mese’. E sfoderando una penna, Obama ha detto di essere ‘pronto a firmare una legge, adesso’.

‘Il presidente americano Barack Obama eserciterà il diritto di veto sull’estensione dei tagli fiscali per i più ricchi’ ha detto poi il portavoce della Casa Bianca Jay Carney, sottolineando che la Camera dovrebbe approvare lo stesso testo che ha già ricevuto il via libera del Senato per evitare il fiscal cliff.

Obama, commosso, piange davanti lo staff che ringrazia: ‘Sono orgoglioso’

‘Anche prima dei risultati dell’altra notte, sapevo che il lavoro fatto, nella corsa alla Casa Bianca mi avrebbe riportato al punto di partenza (pausa) perché quello che avete fatto significa che il mio lavoro è importante. E io sono orgoglioso di questo, sono veramente orgoglioso di tutti voi’. Barack Obama si è commosso e ha pianto davanti ai volontari della sua campagna elettorale, nel quartier generale di Chicago, il giorno dopo la sua rielezione alla Casa Bianca.

Così il presidente in un video particolarmente toccante diffuso da Organizing For America, durante la sua prima apparizione da eletto, dopo la festa elettorale. La clip è stata registrata la mattina dopo la nottata al McCormick Center, nel quartier generale della sua campagna elettorale di Chicago.

 Giudicato spesso ‘cool’ (freddo), Barack Obama si è lasciato andare alle lacrime davanti ai volontari della sua campagna elettorale. E’ quanto si vede nel video diffuso dal capo dello staff elettorale del presidente, Jim Messina, che lo ha messo in rete per rendere partecipi ‘tutti quelli che hanno contribuito a costruire questa campagna’ del ‘sentito grazie’ rivolto da Obama.

‘Quello che voi avete fatto significa che il lavoro che sto facendo è importante, sono veramente orgoglioso di tutti voi’, dice Obama ai volontari prima di interrompersi, per frenare le lacrime. Incoraggiato da un applauso, il presidente riprende dicendosi “assolutamente certo che tutti voi state facendo cose meravigliose nelle vostre vite’.

Quindi cita Bobby Kennedy: ‘Quando Bobby Kennedy parlava delle onde di speranza che si creano quando si getta un sasso nell’acqua, parlava di voi’.

E cresce l’attesa per il primo discorso del rieletto presidente. Sarà incentrato su economia e debito. Lo ha annunciato la Casa Bianca precisando che la dichiarazione del presidente si concentrerà “sulle azioni da intraprendere in modo che la nostra economia continui a crescere e si riduca il nostro debito”, ha detto un funzionario della presidenza americana.

Nella prima dichiarazione dopo la conferma, martedì scorso, alla guida degli Stati Uniti, Obama dovrebbe parlare del ‘fiscal cliff‘, la combinazione della fine di sgravi fiscali e di tagli automatici alla spesa pubblica, che rischia di colpire il Paese in caso di mancato accordo al Congresso.

Il presidente americano deve scontrarsi con la Camera, a maggioranza repubblicana, pronta a fare il possibile per ostacolare un’intesa. Dopo le elezioni di martedì scorso, i repubblicani hanno infatti mantenuto il controllo della Camera, mentre il Senato è rimasto ai democratici. Almeno per i prossimi due anni, fino alle elezioni di metà mandato del 2014, Obama dovrà quindi continuare a confrontarsi con un Congresso diviso.

Questa situazione obbligherà il presidente a non sottovalutare anche il problema del debito pubblico alle stelle.

Elezioni Usa: Obama vince anche nel ‘voto popolare’

Official photographic portrait of US President...

Official photographic portrait of US President Barack Obama (born 4 August 1961; assumed office 20 January 2009) (Photo credit: Wikipedia)

E’ stato il ‘voto popolare’ a proiettare Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti per il suo secondo mandato. Il presidente democratico infatti ha ricevuto quasi due milioni di voti in più rispetto allo sfidante repubblicano Mitt Romney, secondo i dati, ancora non definitivi, raccolti dalla rete televisiva americana Cnn.

Stando al computo della Cnn, a livello nazionale Obama si attesta appena sopra il 50% con 58.932.757 voti, mentre Romney è al 48% con 56.583.680 voti. Lo spoglio in Florida, che non ha ancora fornito dati definitivi, è stato sospeso per la notte.

Negli Usa, a causa del complicato sistema elettorale, è possibile vincere la Casa Bianca e perdere il voto popolare: per essere eletti Presidente bisogna ottenere 270 voti dei ‘grandi elettori’ e ogni Stato attribuisce un tot di questi ‘voti elettorali’ a seconda della sua popolazione. L’essenziale è quindi vincere in una combinazione di Stati che porti almeno alla quota fatidica di 270 grandi elettori su un totale di 538.

Obama four more years: la famiglia e la vittoria condivise anche su Twitter

Il primo pensiero pubblico di Barack Obama dopo il trionfo è andato per la sua famiglia: ‘Non sarei l’uomo che sono oggi senza la donna che vent’anni fa ha accettato di sposarmi, lasciate che lo dica pubblicamente: Michelle, non ti ho mai amato tanto’. Così il presidente degli Stati Uniti, appena confermato per un secondo mandato dopo la vittoria sullo sfidante repubblicano Mitt Romney, si è rivolto agli oltre 10.000 presenti al palazzetto del McCormick Place di Chicago.

‘Non sono mai stato più orgoglioso di vedere il resto della Nazione innamorarsi di te come first lady del nostro Paese‘, ha detto ancora Obama, che si è poi rivolto alle figlie, Sasha e Malia, 11 e 14 anni rispettivamente. ‘State crescendo e diventate due giovani donne, forti, intelligenti e bellissime, come vostra madre, e io sono orgoglioso di voi’, ha detto Obama, aggiungendo con un sorriso ‘ve lo dico subito, direi che un cane solo basta’. Quattro anni fa aveva promesso alle figlie che se fosse stato eletto avrebbe regalato loro un cane: promessa mantenuta con l’arrivo di Bo.

Obama ha anche ringraziato ‘l’amico e partner degli ultimi quattro anni’, il vicepresidente Joe Biden, definendolo ‘il guerriero felice dell’America e il miglior vicepresidente che chiunque potrebbe sperare di avere’.

Il suo sfidante Mitt Romney ha ammesso la sconfitta elettorale dicendo, tra le altre cose: ‘Auguro il meglio a Obama, vi invito a pregare per il presidente eletto’. Tra le prime parole di Obama davanti alla folla di sostenitori a Chicago: ‘Questa notte, voi, gli americani, avete ricordato al mondo che la strada è dura e il viaggio è lungo, ma avete mostrato la consapevolezza, nei vostri cuori, che ora ci aspettano solo giorni migliori’.

Quindi il presidente ha voluto sottolineare l’importanza di unire le forze per il bene degli Stati Uniti: ‘Nelle prossime settimane – ha detto – ho intenzione di sedermi al tavolo con il governatore Romney per vedere come possiamo lavorare insieme per far progredire il Paese’. Poi, rivolto al popolo americano, ha ricordato che ‘il lavoro non è ancora finito’, aggiungendo: ‘Vi ho ascoltati, ho capito i vostri problemi, tornerò alla Casa Bianca più ispirato e determinato che mai’.

L’ondata dei voti degli Stati dell’ovest ai democratici e poi l’assegnazione dell’Ohio, cruciale fra gli swing States: alcuni Stati dell’Unione non sono ancora stati assegnati ufficialmente, ma Obama ha superato 274 voti elettorali, andando oltre la soglia dei 270 necessari per la Casa Bianca. Lo staff del presidente ha subito condiviso sui social network: ‘Four more years’, cioè ‘Altri 4 anni’, allegando la foto di un abbraccio con la moglie Michelle.

Da Times Square al quartiere generale di Barack Obama a Chicago, da Los Angeles a Boston la scena è la stessa: urla (‘4 more years‘), pianti, canti, esplosioni di gioia senza freno. Così gli Stati Uniti stanno festeggiando la rielezione del presidente. Anche la cima dell’Empire State Building, il grattacielo simbolo di Manhattan, è ora blu, il colore dei democratici. Per tutta la serata, due colonne luminose (una rossa e una blu) avevano dato l’andamento del voto.

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