Gore Vidal addio: muore lo scrittore de ‘La statua di sale’

Dal Rolling Stones,  l’intervista di Francesco Pacifico.

Alla fine della sua vita fu una figura Augustea, che riteneva d’essere l’ultimo rimasto di una certa razza, e probabilmente aveva ragione”… Così il New York Times ricorda oggi Eugene Luther Vidal, Gore, scrittore, sceneggiatore, commentatore e anche politico (corse con il Partito Democratico) morto a 86 anni per conseguenze di una polmonite nella sua casa di Hollywood Hills, dove si era trasferito dopo aver lasciato Ravello. Vidal ha firmato la pietra miliare della letteratura gay, La statua di sale (1948) e la commedia satirico-trans Myra Breckinridge (1968). Complicati i rapporti con il cinema, invece… Il suo script di Caligola per Brass fu massacrato e il nome Gore Vidal sparì anche dai titoli di coda di Ben-Hur. Come spiega sempre il New York Times, fu uno dei pochi, pochissimi, autori americani davvero versatili e talentuosi. RS vi ripropone un’intervista fatta tre anni fa per la presentazione, al Salone del Libro di Torino del suo Il candidato (tradotto nel 2008 da Fazi). Dove il Gore Vidal pensiero esce con prepotenza…

Un mattino difficile, di sole, il sabato alla Fiera del Libro di Torino. Vidal è in sedia a rotelle nell’ingresso di un albergo chic nella struttura del Lingotto. Veste di beige, e il suo viso ancora bellissimo, con le ciocche sulla fronte, è lo stesso che a metà del secolo scorso contendeva a Capote la palma di scrittore gay dell’Impero. Ma 83 anni possono stancarti (soprattutto se il giorno prima sei caduto e ora hai un cerotto sul naso), e la responsabilità dello stile, la responsabilità di essere lo scrittore allo stesso tempo più aristocratico e democratico d’America, può indurti a rispondere a ieratici monosillabi a un Rolling Stone Italia completamente prostrato ai tuoi piedi. Gore Vidal conosce i segreti delle famiglie bene di Washington e quelli della controcultura, ha scritto di uomini di potere nelle sue Narratives of Empire e di trans arrampicatori sociali in Myra Breckinridge. Da tale maestro, non avendo altra scelta, ci siamo lasciati umiliare volentieri.

Ho scoperto i suoi romanzi sulla storia dell’Impero americano mentre studiavo Scienze politiche. Fu uno shock leggere che in America c’era l’aristocrazia…
“Un’aristocrazia molto forte”.

E insomma la sua America oligarchica…
“… L’autore migliore dell’élite è stato Louis Auchincloss“.

Chi?
“Louis Auchincloss! Gran romanziere, è stato avvocato delle corporation per tutta la vita… Lui lo sa, i ricchi si fanno le leggi apposta per non pagare le tasse…”.

La società ha bisogno di una élite?
“Non è che ne ha bisogno. Tende a svilupparne una”.

Visto che è nato e cresciuto fra le grandi famiglie americane (nel clan di mamma Nina Gore, parente di Al, N.d.R.), ce l’ha una ricetta per costruire un’élite sana?
“Mai vista…”.

Mai vista cosa?
“Un’élite sana”.

Ma se per caso ci fosse, sarebbe giusto, a fin di bene, esser tenuti all’oscuro dei segreti di stato?
“Io sono a favore del giornalismo, ma giornalisti veri non ne abbiamo da almeno cinquant’anni. L’ultimo è stato Walter Lippman“.

Il suo Il candidato racconta la giovinezza della cultura americana, il 1876… Mi è piaciuto perché parla di Central Park quando ancora era solo quel prato a sinistra della Quinta Strada, e dello choc di tornare in America dopo la stagione delle Esposizioni Universali che inventarono la cultura americana… Perché decise di scrivere quel libro?
“Perché nessuno sapeva niente”.

Di quell’epoca?
“Di niente”.

Quale fu la reazione al libro, negli anni ’70 (Il candidato fu pubblicato negli Usa nel 1976, con il titolo 1876, N.d.R.).
“Un grande successo. Time, rivista che odio, mi dedicò addirittura una copertina”.

Mi aspettavo una trama e invece mi sono perso nella brama dei personaggi: soldi, reputazione, potere… Dove ha trovato lo spunto per scrivere così?
“Ovunque guardo”.

Come il suo protagonista, lei è tornato da poco a vivere negli Stati Uniti dopo un lungo periodo all’estero. Com’è stato tornare nell’America di oggi?
“Triste. Abbiamo perso la repubblica. È un colpo di stato, quello di Bush. Un colpo di stato serio, riuscito”.

E perché ha deciso di tornare?
“Sono invalido”.

Mh… E non era meglio restare in Europa?
“No. Sono abituato ai dottori americani. Se hai i soldi si sta bene”.

E com’è Los Angeles?
“Per me è sempre stata noiosa”.

Noiosa. Non è un bel periodo per lei…
“Non mi piace il cinema”.

Mi perdoni, vorrei farle una domanda personale: ha amici, lì? Vede gente?
“Oh sì. Non fanno che morire. Ne ho persa una l’altro giorno. Elaine Dundy. Attacco di cuore”.

Quanti anni aveva?
“Novanta. Scrittrice di meravigliosa comicità. Era sposata con Kenneth Tynan“.

Chi?
“Kenneth Tynan! Mai sentito?”.

Non so se ho capito il nome.
“Kenneth! Tynan!! Considerato il più grande critico teatrale dai tempi di… (incomprensibile parola di due sillabe, N.d.R.)”.

Ci sono troppe cose che non so sugli Stati Uniti.
“È britannico”.

Potrei finire con questa figuraccia, ma vorrei chiederle altro. Mi ha colpito cosa diceva in La statua di sale: che in America era più facile essere gay negli anni ’40 perché gli uomini erano magri e atletici. In questo libro Schuyler è colpito dalla stazza degli americani di fine Ottocento e…
“Scailer!”.

Si pronuncia Scailer?
“Scailer. È olandese. New York prima di chiamarsi così si chiamava New Amsterdam”.

Certo… Chiaro. È che in olandese si pronuncia Sc…?
“Scailer”.

D’accordo, Scailer. Insomma, lei scriveva che gli americani non sono affascinanti…
“Diciamo che non li guardo spesso, gli americani”.

Nel suo libro si parla anche di Walt Whitman. Cosa ha fatto Whitman per lo Spirito Americano?
“Ha creato un popolo. Siamo tutti marinati in Walt Whitman, che ci piaccia o meno”.

E che ci si guadagna?
“Ci si guadagna apertura mentale. Una naturale propensione alla democrazia. Una propensione minima per la democrazia”.

Quando Ginsberg cercò di proclamarsi erede della poesia di Whitman, lei cosa pensò?
Mica è così facile, Allen… Quel gruppo pensava di dover solo annunciare la propria grandezza e farsi accettare. E li accettavano, tanto non importava a nessuno”.

Cosa?
“Che fossero grandi o meno”.

Lo scrittore Gore Vidal nel suo cammeo felliniano e le sue lucide riflessioni su Roma.

FEDERICO FELLINI – GORE VIDAL ALLA FESTA DE’ NOANTRI (da ROMA – 1972)

Fahrenheit 451: muore Ray BradBury, precursore della deriva mediatica

Lo scrittore americano Ray Bradbury è morto oggi a 91 anni. La notizia, data per prima dal blog IO9, è stata confermata dalla famiglia Bradbury a diverse agenzie di stampa. Il POST, sito italiano d’informazione affatto male di casa BANZAI (ottime foto, buona impaginazione e contenuti da Web) pubblica le quindici cover che hanno fatto da copertina al romanzo culto del grande scrittore.

A consacrare Bradbury fra gli scrittori americani più famosi del XX secolo Fahrenheit 451. Pubblicato nel 1953 e nel 1956 in Italia, è stato uno dei pilastri del cosiddetto filone distopico insieme, tra gli altri, a Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley1984 di George OrwellFahrenheit 451 racconta come un futuro in cui tutti i libri verranno bruciati dai governi per assoggettare la società e gli esseri umani. Dal libro,  nel 1966, il regista francese François Truffaut ne ha tratto un film capolavoro.

Tre anni prima di Fahrenheit 451, Bradbury aveva pubblicato un altro suo libro romanzo molto famoso – ricorda il blog – Cronache Marziane, ventotto racconti di fantascienza sulla futura esplorazione e colonizzazione del pianeta Marte in seguito a una guerra nucleare sulla Terra. Il libro riflette bene le tensioni e le paure dell’epoca, soprattutto negli Stati Uniti. Tra le sue altre opere di rilievo, principalmente racconti e romanzi, sono da ricordare Il popolo dell’autunnoIl grande mondo laggiùLe meraviglie del possibileIo canto il corpo elettrico! e Le auree mele del sole. Bradbury ha scritto anche la sceneggiatura per il film Moby Dick di John Huston(1956).

Ray Bradbury

Ray Bradbury (Photo credit: Wikipedia)

Figlio di un operaio e di una casalinga di origini svedesi, Bradbury aveva cominciato a scrivere su alcune riviste quando aveva 18 anni, nel 1938, e diventò uno scrittore a tempo pieno nel 1943. ‘Si può definire uno scrittore di fantascienza anche se le sue opere sono piene di influenze, soprattutto distopiche, che presuppongono la rappresentazione di una società fittizia, spesso ambientata in un futuro prossimo, nella quale la vita, la politica e la società hanno una deriva apocalittica, spesso a causa dell’avvento della tecnologia’.

Bradbury aveva pubblicato sul New Yorker il suo ultimo articolo solo due giorni fa, nonostante le sue precarie condizioni di salute. Nell’articolo, dal titolo – Portami a casa –, Bradbury parla del suo primo incontro con la fantascienza e la scrittura, avvenuto all’età di ‘sette, otto anni’.

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