Enrico Letta incaricato da Napolitano per fare il nuovo governo, da domani le consultazioni

letta-afp-672Enrico Letta è l’uomo a cui il presidente della Repubblica ha affidato l’incarico per la formazione del nuovo governo. Il ministro più giovane della storia d’Italia, nel 1998 con il primo governo D’Alema ha 32 anni contro i 35 di Andreotti quando riceve l’incarico di gestire le Politiche comunitarie,  inizierà le consultazioni già da domani alla Camera con tutte le forze politiche presenti in Parlamento e conta di poter sciogliere la riserva ‘a breve’.

Parlando con i giornalisti al termine dell’incontro con Giorgio Napolitano al Quirinale, il vice segretario del Partito democratico ha ammesso che la situazione è ‘difficile, fragile e inedita’ e che il governo, un governo di servizio,  ‘non nascerà a tutti i costi ma solo se ci saranno certe condizioni’.

Il primo obiettivo sarà quello di dare risposte alle emergenze del lavoro e della povertà e di ridare credibilità alla politica attraverso riforme costituzionali e della legge elettorale.

Letta ha detto anche che occorre ‘cambiare la barra delle politiche europee troppo attente all’austerità’.

‘Ho accettato sentendo sulle spalle una grande responsabilità, anche più forte e più pesante della capacità delle mie spalle di reggerla, perché questa situazione inedita e fragile non può continuare. Il Paese sta aspettando un governo’, ha detto Letta dopo aver accettato con riserva l’incarico.

‘Mi metto in questo impegno perché penso che il paese ha bisogno di risposte specie quella parte del paese che soffre che ha bisogno di lavoro che non c’è, le imprese che chiudono i giovani che vanno via dal paese’, ha detto ancora il presidente incaricato. Bisogna dare una risposta all’emergenza giovani e questa sarà una priorità, ha affermato ancora Letta.

Secondo Letta ora è necessario ‘dare risposte attraverso una politica credibile’. ‘O si trova credibilità o non c’è possibilità di trovare gli strumenti per risolvere i problemi – ha aggiunto -. C’è bisogno di strumenti che solo la politica può avere. Io metterò grande impegno e determinazione per far sì che possa uscire una politica italiana diversa attraverso riforme costituzionali necessarie per ridurre il numero dei parlamentari, cambiare il sistema di bicameralismo paritario che ha bloccato il Paese, fare una legge elettorale di quella che ha fino per bloccare la situazione’.

‘Il mio grande impegno sarà a far sì che da questa vicenda possa uscire una politica italiana diversa con riforme istituzionali per ridurre il numero dei parlamentari, cambiare il bicameralismo e una nuova legge elettorale’, ha continuato Letta. ‘Se si rivotasse ora l’effetto blocco sarebbe uguale a quello attuale e non ce lo possiamo permettere. Ecco perché faccio un appello alla responsabilità di tutte le forze politiche in Parlamento perché facciano tutte insieme quelle riforme necessarie come la riduzione dei parlamentari e la legge elettorale’, sono state ancora le parole di Letta.

‘Il governo non nascerà a tutti i costi’. ‘Governo di servizio al paese’. Così Letta ha definito il suo esecutivo, che ha sottolineato avrà obiettivi chiari: moralizzazione della vita pubblica e riforme costituzionali. Poi però ha avvertito: ‘Questo governo non nascerà a tutti i costi, ma se ci saranno le condizioni. Io ce la metterò tutta perché gli italiani non ce la fanno più dei giochetti della politica. Con grande umiltà e senso del limite ma con una determinazione fortissima a dare seguito alla volontà del presidente della Repubblica’, ha detto Letta.

Bersani. Il segretario dimissionario del Pd Pierluigi Bersani ha commentato con grande soddisfazione l’incarico a Letta. ‘Bene, benissimo’ ha detto entrando alla sede del partito.

Renzi. ‘In bocca al lupo e un forte abbraccio’. Lo scrive su Twitter Matteo Renzi a proposito dell’incarico di formare un governo al vice segretario del Pd.

Alfano: no a governicchio. ‘E bene chiarire al Pd che per noi non ci sarà un nuovo caso Marini, non daremo il sostegno a uno di loro cui loro non daranno un sostegno reale, visibile’. Lo dice il segretario del Pdl Angelino Alfano. ‘Se si tratta di un governicchio qualsiasi, semibalneare, lo faccia chi vuole, ma noi non ci stiamo’.

‘Abbiamo la netta impressione che il Pd un governo forte non voglia farlo, ma non possa dirlo – afferma Alfano in una nota -. È desolante la lettura, sui giornali di questa mattina, delle dichiarazioni di numerosissimi esponenti del Partito Democratico. Un florilegio di attacchi al Popolo della Libertà, al suo leader e alla storia del nostro partito, unito a organigrammi, nomi, poltrone e cadreghe varie. Il tutto aggravato da una inquietante sudditanza psicologica a una sorta di primato dei tecnici. Prima ancora di sapere chi sia il presidente incaricato, è bene chiarire al Pd che per noi non ci sarà un nuovo caso Marini, non daremo il sostegno a uno di loro cui loro non daranno un sostegno reale, visibile, con nomi che rendano evidente questo sostegno e con un programma fiscale chiarissimo ed inequivocabile. Non intendiamo pagare altri prezzi per la nostra lealtà e ribadiamo che o il governo è forte, politico (con i tecnici abbiamo già dato), duraturo e capace di affrontare la crisi economica oppure, se si tratta di un governicchio qualsiasi, semibalneare, lo faccia chi vuole, ma noi non ci stiamo’.

Amato. Immediato il commento di Giuliano Amato, l’altro candidato favorito per l’incarico: ‘Assolutamente soddisfatto’. Poi ha aggiunto: ‘Il capo dello Stato è un organo di garanzia. È come un motore di riserva che, se si inceppa la macchina del circuito governo-Parlamento, entra in funzione. È un motore che non sostituisce questo meccanismo ma è come se fosse un motore di avviamento, da azionare per accendere l’auto quando si spegne’.

‘Napolitano è come il motorino di avviamento’. Alla presentazione del libro ‘La Repubblica del presidente’, Amato, proprio negli stessi minuti in cui viene chiamato al Quirinale Letta, punta il dito contro le forze politiche che finora sono rimaste sorde agli appelli di Napolitano. ‘Cosa ci mette Napolitano di più in tutto ciò? Alle prese con un sistema politico-istituzionale non molto diverso dalla mia Panda del ’90, lui è come il motorino di avviamento, il cui uso è frequente perché l’auto si spegne con facilità’. ‘In questo settennato – conclude Amato – è stato necessario che Napolitano intervenisse, non in sostituzione di qualcuno o qualcosa, ma per riaccendere la macchina’.

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Matteo Renzi alla presidenza del Consiglio: la proposta del ‘turco’ Orfini. Giornata di consultazioni lampo

Matteo Orfini‘Domani (oggi ndr) in direzione proporrò Matteo Renzi alla presidenza del Consiglio’. Lo ha reso noto Matteo Orfini parlando a ‘Piazzapulita‘ de la7.

‘Mi piacerebbe-prosegue il ‘giovane turco’ del Pd – sapere se Renzi, che rivendica il suo coraggio e la sua voglia di dare un contributo, se la sente di accettare una ipotesi del genere. Penso che la sua sarebbe una candidatura in grado di sfidare tutti sul terreno del governo. Come è noto gli elettori del M5s apprezzano molto quello che dice Renzi, così come fanno quelli del Pdl‘.

‘Per la presidenza del Consiglio si può pensare o ad una personalità terza di garanzia e di grande profilo istituzionale oppure si può pensare ad un leader politico. E Matteo Renzi rientra senz’altro in questo ruolo’. Lo ha detto il deputato del Pd, Andrea Orlando, rispondendo alla domanda se la delegazione dei Democratici potrebbe proporre a Napolitano il nome di Matteo Renzi per il governo.

Il Pd, privo del vertice dopo le dimissioni del leader Pier Luigi Bersani e di tutta la segreteria, scosso dalle drammatiche divisioni sull’elezione del capo dello Stato, riunisce oggi la direzione per decidere chi dovrà guidare il partito durante le trattative per il nuovo governo e come arrivare al congresso in autunno che eleggerà il nuovo segretario.

La riunione della direzione è stata anticipata  alle 16, mentre tra i parlamentari del centrosinistra si discute di una possibile scissione del Pd tra un’ala più radicale e una più moderata. Napolitano intanto stringe i tempi sulla formazione del nuovo governo. Oggi unica giornata di consultazioni per il presidente della Repubblica. Alle 18,30 chiude la delegazione del Pd.

Nulla trapela sugli intendimenti di Napolitano. restano in campo i nomi di Amato ed Enrico Letta, anche se in mattinata si è fatta strada l’ipotesi di un incarico a Matteo Renzi. Il Pdl avrebbe già dato il via libera al sindaco di Firenze, mentre la Lega ribadisce il no ad Amato. La decisione spetta al Capo dello Stato, ma sarà importante anche la direzione del Pd prevista nel pomeriggio.

I democrat non faranno nomi per la presidenza del Consiglio: almeno è questo l’orientamento. E se il capo dello Stato darà l’incarico a Matteo Renzi? Dopo una giornata in cui si sono rincorse voci in questo senso, Matteo Orfini ieri sera a Piazzapulita ha calato l’annuncio: il Pd dovrebbe indicare Renzi per la premiership. Ma il sindaco di Firenze ha dato o no la sua disponibilità a un’operazione del genere? Un deputato renziano, spiega: ‘Se Napolitano fa il suo nome, Matteo non potrà tirarsi indietro. Ne abbiamo parlato alcuni giorni fa. Io gli ho consigliato di pensarci bene perché andare a palazzo Chigi così, sarebbe rischioso. Il rischio di bruciarsi sarebbe enorme’. E il sindaco ha convenuto? ‘Sì, ha ben presente tutte le controindicazioni. Compreso il fatto che il Pd non sarebbe unito sul suo nome. Ma se verrà chiamato, non dirà di no…’. Insomma, la disponibilità del sindaco di Firenze c’è.

C’è da dire che nel giro di consultazioni lampo che il presidente Napolitano ha avviato questa mattina, il nome di Renzi è ricorrente. La Lega, Fratelli D’Italia, Pino Pisicchio a nome del misto: tutti hanno dato il via libera al sindaco di Firenze dopo i colloqui al Colle. Un ok vero o un tentativo di bruciare la ‘promessa’ del Pd? Un big democratico spiega: ‘La cosa di Matteo è vera, verissima. Lui non si tirerebbe indietro. Ma bisogna vedere che decide Napolitano…’. Intanto ancora prima della Direzione del Pd e di salire al Quirinale, il capogruppo alla Camera Roberto Speranza osserva: ‘Il nome di Renzi incontra senz’altro il favore del Pd perché è una personalità di primissimo piano e trova un’assoluta sintonia con la dirigenza del partito’. ‘Però -aggiunge Speranza- non è corretto che noi, prima di andare alle consultazioni iniziamo a ragionare di nomi. La competenza è tutta del Presidente della Repubblica, in un passaggio difficile. Fare una discussione sui nomi senza interloquire in alcun modo con il Capo dello Stato non mi sembra il modo migliore di ragionare’. Comunque, conclude, ‘non è certo dal Pd che arriverà alcun ostracismo o alcun veto’ su Renzi a palazzo Chigi.

I primi a salire al Quirinale sono stati i ‘piccoli’. La scelta del futuro premier da parte del presidente della Repubblica ‘si esprimerà nel giro davvero di pochissime ore’, ha assicurato il presidente del gruppo parlamentare misto della Camera, Pino Pisicchio, esponente del Centro Democratico, al termine del colloquio con il presidente Napolitano. Sel apre a Renzi, ma chiude al governissimo. ‘Matteo è sicuramente una novità’, ma non tale da far cambiare idea a Sel sulla indisponibilità a votare la fiducia ad un governo che abbia al suo interno il ‘blocco berlusconiano’, ha detto Nichi Vendola, al termine del colloquio al Quirinale con il capo dello Stato. ‘Siamo in grado di leggere gli elementi di novità’, ha spiegato il leader Sel rispondendo ad una domanda dei giornalisti sull’ipotesi di un incarico al sindaco di Firenze, ‘nessuna è così spiazzante da farci cambiare giudizio sulla nostra indisponibilità a votare la fiducia ad un governo che abbia al suo interno chi ha portato il Paese in questa situazione, cioè il centrodestra’.

Sul sindaco di Firenze, a sentire Flavio Tosi, la Lega darebbe disco verde. E il Pdl non lo esclude: ‘Un incarico a Renzi per la formazione del nuovo governo – dice Sandro Bondi – sarebbe in linea con una domanda di cambiamento che sale dal Paese’. Fratelli d’Italia ribadiscono il loro no ad un governo di larghe intese anche se si dicono disposti a valutare ‘con attenzione’ l’eventualità di un ‘vero governo di cambiamento’. In questo senso ‘certamente Renzi è uno di quelli che risponde a questa tipologia’, afferma La Russa. In via dell’Umiltà resta la preoccupazione per le spaccature profonde del Pd e la schizofrenia dei grillini. Dopo il lungo vertice a cena di ieri sera, anche Silvio Berlusconi ha riunito a palazzo Grazioli lo stato maggiore del Pdl per fare il punto. Al vaglio del Cavaliere le varie opzioni in campo, a partire da un possibile incarico a Giuliano Amato – ben visto da Berlusconi ma le cui chance nelle ultime ore sarebbero in calo sia per i veti incrociati del Pd che per il niet della Lega – fino all’ipotesi di un esecutivo guidato da un esponente del Pd, come Enrico Letta. Già ieri sera, viene spiegato, l’ex premier e i maggiorenti di via dell’Umiltà hanno analizzato anche l’ipotesi che, dietro proposta del Pd, il Colle possa affidare l’incarico a Matteo Renzi. Nome che non riscontrerebbe i favori condivisi del partito. Il Cavaliere, viene riferito, non avrebbe chiuso la porta a priori, invitando però i suoi alla cautela.

Il nome del sindaco di Firenze, per una parte dei vertici pidiellini, potrebbe invece essere quello giusto per sbloccare la situazione di impasse. Non solo. Per alcuni big di via dell’Umiltà con Renzi a palazzo Chigi e un governo di larghe intese, le chance del giovane ‘rottamatore’ di sfidare alle urne Berlusconi sarebbero ridotte di molto. Non verrebbe più visto come la novità assoluta, come il rinnovamento che invoca da tempo, è la riflessione. Ma c’è anche chi, nel Pdl, vede questa ipotesi come fumo negli occhi: non è accettabile che appoggiamo un governo guidato da quello che sarà il futuro ‘competitor’ del Cavaliere. L’unica condizione su cui Berlusconi non è disposto a trattare è la natura del governo: deve essere politico e forte, con una durata temporale non limitata e con un programma che si basi fortemente sugli otto punti del Pdl. Ma, al di là dei nomi, nel partito – come avviene ormai da settimane sin dal giorno dopo del risultato elettorale – si confrontano due linee: quella più ‘radicale’ dei falchi, più propensi a tornare subito alle urne per sfruttare i sondaggi positivi a favore del partito, e quella ‘trattativista’ delle colombe, che invece spingono affinché il Pdl sia azionista di maggioranza di un governo di larghe intese. Berlusconi, per ora, mantiene il punto: lavoriamo per far nascere un governo, ma l’opzione voto resta tra le possibili soluzioni qualora il Pd non riesca a superare le sue difficoltà e ponga veti considerati ‘inaccettabili’ dal Pdl.

La linea è quella di rimettersi nelle mani del Presidente della Repubblica, ma anche di farsi trovare pronti, nel caso in cui Giorgio Napolitano chieda a Scelta Civica di dare il proprio contributo al governo che verrà. Per questo lo stato maggiore del partito ha rinviato a dopo il proprio turno di consultazioni, previsto oggi alle 17, la riunione sul prossimo esecutivo. Nessuna preclusione sul nome di Matteo Renzi, dato in crescita nel `borsino´ dei possibili premier: Mario Monti non ha mai fatto mistero delle sue simpatie per il sindaco di Firenze, Lorenzo Dellai fa sapere che nessun veto arriverà da Scelta Civica mentre Andrea Romano lo considera ‘una risorsa per l’Italia’ a patto che non diventi ‘una carta’ per regolare conti interni al Pd. Intanto, però, tra i parlamentari cominciano a farsi i primi nomi per alcuni ministeri. E se a Mario Monti la Farnesina ‘calzerebbe come un abito su misura’, definizione utilizzata da un senatore, al ministero dell’Istruzione si ritiene che potrebbe fare bene Ilaria Borletti Buitoni.

I Cinque stelle sono convocati nel pomeriggio, alle 17,30, e potrebbero assumere una decisione mai vista nella storia della Repubblica, del tutto contraria al rispetto minimo delle istituzioni: non presentarsi dal Capo dello Stato. Alle 14 i M5S si riuniranno in assemblea per decidere la linea da tenere in vista delle consultazioni. Il Movimento già nella riunione di ieri ha considerato varie ipotesi, tra queste anche quella di disertare l’appuntamento non andando affatto al Quirinale. In Rete Paolo Becchi, considerato l’ideologo del M5S, invita i parlamentari stellati a tenere la barra dritta e non andare: ‘è tutta una farsa non ha senso andare alle consultazioni – scrive in un tweet – per consultare cosa poi se hanno già deciso!’. ‘Parliamo con Rodotà e lasciamo Napolitano al suo inciucio storico – aggiunge poco dopo in un altro ‘cinguettio’ – È il M5S la nuova Resistenza’. Intanto Grillo parla col tabloid tedesco Bild affermando che ‘l’Italia in autunno andrà in bancarotta’. ‘Berlusconi è finito. Le Pmi vanno in bancarotta. Fra settembre e ottobre allo Stato finiranno i soldi, e sarà difficile pagare pensioni e stipendi’. Per Grillo ‘non è il Movimento 5 Stelle a sabotare i partiti, sono loro a sabotare se stessi’. E in Italia ‘si vive una frattura storica, poiché i vecchi partiti stanno per sparire’. In un tweet Grillo commenta anche: ‘M5S primo assoluto‘. Il riferimento, nel link, è ai dati di Emg diffusi dal Tg de La7 che danno il M5S al 29,1% in crescita del 5,2%.

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I partiti si inchinano a ‘Re Giorgio’ e i 5 stelle scatenano la piazza

++ QUIRINALE: ANCORA FUMATA NERA A QUINTA VOTAZIONE ++I partiti si arrendono allo stallo politico istituzionale e si inchinano a ‘Re Giorgio‘, incoronandolo per la seconda volta capo dello Stato tra gli applausi dell’emiciclo mentre i 5 stelle tacciono e fuori dalla Camera scatenano la piazza.

Un bis per il capo dello Stato non e’ mai successo nella storia Repubblicana. Ad opporsi alla sua rielezione Sinistra e Liberta’ (con una mossa che sembra preludere il divorzio dal Pd) e il Movimento Cinque Stelle che si ritrovano uniti nel voto per Stefano Rodota’.

Ma alla fine, Napolitano incassa 738 voti, mentre il costituzionalista con 217 preferenze, prende appena una decina di schede in più della somma di Sel e M5S.

La reazione di Beppe Grillo non si fa attendere ed e’ furiosa: chiama a raccolta a Roma ‘milioni’ di cittadini per protestare contro quello che non esita a definire un ‘colpo di stato‘.

Parole che attirano la reprimenda di tutti i partiti e costringono i presidenti delle Camere e persino Vendola a prendere una netta posizione critica che inducono l’ex comico a ‘frenare’.

La candidatura di Napolitano nasce in nottata, sulle ceneri del Pd, per superare l’impasse in cui il partito di Pier Luigi Bersani si e’ cacciato dopo aver bruciato i nomi di Marini e Prodi, entrambi impallinati dal fuoco amico dei franchi tiratori.

Il segretario capisce che un nuovo candidato democratico andrebbe a sbattere. E anche un ‘papa straniero’ non sopravviverebbe alle forche caudine di un partito balcanizzato.

E cosi’ sale al Colle, implorando il capo dello Stato ad accettare di candidarsi per un ‘bis’. Ipotesi che anche Matteo Renzi, tornato a Firenze, benedice con un tweet.

Poco dopo Bersani, a varcare il portone del Quirinale e’ Silvio Berlusconi, insieme a Gianni Letta ed Angelino Alfano.

Il Cavaliere lo esorta ad accettare, sottolineando che solo il suo nome puo’ tenere unito un Pd sull’orlo della frantumazione, ma con numeri tali in Parlamento da prolungare lo stallo.

Napolitano non scioglie subito la riserva, ma pone subito una condizione che, in estrema sintesi, suona cosi’: se accetto, si fa quello che dico io. Anche Mario Monti sale al Colle.

Il professore, che fino a poco prima continuava a perorare la candidatura di Anna Maria Cancellieri, ritenendo in cuor suo la permanenza di Napolitano una ‘sconfitta della politica’, capisce che non puo’ perdere il ‘treno Napolitano’.

Al premier seguono i governatori delle Regioni (tra loro il leghista Roberto Maroni che, insieme alla Lega, da’ via libera alla rielezione), mentre al Colle arrivavano le calde sollecitazioni dalle forze sociali e dalla societa’ civile. Il presidente della Repubblica si prende qualche ora per riflettere.

Oltre alla stanchezza, pesa il fatto di aver sempre sostenuto che il settennato e’ concepito per rimanere tale. Ma alla fine accetta, spiegando di non potersi ‘sottrarre a un’assunzione di responsabilita’ verso la Nazione’, ma al contempo ammonendo: ‘Confido che corrisponda un’analoga collettiva assunzione di responsabilità’.

Parole dirette ai partiti, ai quali il capo dello Stato fa chiaramente capire di voler formare un governo il prima possibile. Circostanza non scontata: sulla carta i numeri ottenuti sembrano rassicuranti.

Ma in tanti si chiedono se il Pd terra’ alla prova di una fiducia in Aula ad un governo con il Cavaliere. Perché al di la’ delle formule (di scopo, del presidente, delle larghe intese) l’Esecutivo che Napolitano ha in mente prevede la partecipazione di tutte le forze responsabili per fare le riforme necessarie al Paese.

Quelle istituzionali ed economiche, sulla falsariga del lavoro dei ‘saggi’ da lui stesso nominati. Il toto-premier e’ gia’ cominciato: i nomi piu’ gettonati sono quelli di Giuliano Amato (gia’ considerato da Napolitano un ottimo candidato per il Colle) ed Enrico Letta.

Ma nessuno si spinge a prevedere che grado di connotazione politica vorra’ dare al ‘suo’ governo. ‘Avrò modo di dire quali sono i termini con cui ho accolto l’appello ad assumere di nuovo la carica di presidente’, si limita a dire Napolitano, che lunedì giurerà e pronuncerà il discorso di insediamento di fronte al Parlamento in seduta comune.

Colle: intesa su Marini, no di Renzi. Si vota da giovedì mattina

Franco Marini

Franco Marini (Photo credit: Wikipedia)

Sarebbe Franco Marini, 80 anni, ex segretario generale Cisl ed ex presidente del Senato, il nome sul quale sarebbe stata raggiunta l’intesa ‘ampiamente condivisa’ con il Pdl di cui ha parlato Pier Luigi Bersani. È quanto sostengono fonti parlamentari del Pd. Nella rosa di nomi proposta oggi da Bersani al Pdl c’era anche Sergio Mattarella, ma poi l’intesa si sarebbe trovata su Marini. Beppe Grillo intanto cerca di spaccare il Pd e propone Stefano Rodotà.

‘Mi pare che la ricerca di una soluzione ampiamente condivisa sia a buon punto. Credo ci siano le condizioni per avanzare una proposta ai gruppi parlamentari che si riuniranno questa sera’, ha detto in serata in una nota il leader del Pd.

No dei ‘renziani’ a Marini. ‘Se sarà data indicazione di votare per Franco Marini, dovremmo essere leali e seguire la disciplina di partito, anche se è un nome che non ci convince’, dice un parlamentare renziano del Pd. I parlamentari renziani si sono riuniti a Roma in serata per decidere la posizione da tenere e con la quale confrontarsi nella riunione con il segretario. I renziani, ovviamente, sono in contatto telefonico con il sindaco di Firenze, che è invece a Milano dove, stasera sarà ospite della trasmissione tv Le invasioni barbariche.

‘L’accordo che sembra chiuso su Marini al Quirinale è una scelta gravissima’, afferma l’europarlamentare Debora Serracchiani. Secondo Serracchiani ‘questa sarebbe la vittoria della conservazione in un momento in cui avremmo bisogno di dimostrare coraggio, magari scegliendo una donna. A quanto pare, ci sono alcuni dirigenti che non resistono alla tentazione di consegnare il Paese a Berlusconi‘.

E’ il profilo che unisce il Pd, il Pdl con Berlusconi che si è spinto a definirlo ‘un buon nome’ e anche Scelta Civica, che per bocca di Andrea Olivero ha evidenziato come sarebbe ‘il segno di un’apertura della politica’. Ma la candidatura del popolare Marini trova comunque diversi scontenti. Il no più fragoroso è quello di Matteo Renzi. Il sindaco di Firenze lo aveva già bocciato in una lettera inviato a un quotidiano qualche giorno fa. E lo ha ribadito alle Invasioni Barbariche dove ha definito la sua eventuale elezione ‘un dispetto al Paese’.

Nel pomeriggio era circolata l’ipotesi che il segretario del Pd avesse presentato in un colloquio telefonico a Silvio Berlusconi la rosa dei candidati alla presidenza della Repubblica. Dell‘elenco di personalità prese in considerazione per il Quirinale ne avrebbero fatto parte Giuliano Amato, Massimo D’Alema e Franco Marini. Ma la dirigenza del Partito democratico aveva smentito questa rosa. Questo non ha impedito comunque una furiosa reazione di Nichi Vendola. ‘Se le intese, gli accordi e i dialoghi’ che sono in corso in queste ore sul futuro Presidente della Repubblica costituiscono ‘la prova d’orchestra di un governissimo allora esprimiamo la nostra radicale contrarietà’, ha spiegato.

Sel va, quindi, verso il Movimento 5 Stelle: ‘Non è una questione di nomi, tutti meritano rispetto, ma la discussione riguarda il merito e ha delle ragioni politiche di fondo: se lavoriamo nella direzione dell’inciucio non stiamo facendo l’interesse del Paese, mentre invece bisogna guardare con attenzione alle proposte di M5S’. E riguardo alla candidatura, da parte del M5S, di Stefano Rodotà, Vendola incalza Bersani: ‘Invitiamo il Pd a riflettere su questo, per un voto con i due-terzi o si guarda a destra o a sinistra. Guardare a destra è un suicidio, guardare a sinistra un’opportunità’.

Eppure il comico Beppe Grillo – nonostante la volontà di far eleggere Rodotà – si mostra scettico su questa possibilità e scommette su Giuliano Amato: ‘Secondo me faranno presidente Amato’, ha detto il guru M5S conversando con i militanti a Maniago, in Friuli Venezia Giulia. ‘Noi insisteremo su Rodotà. Anche Gino Strada era entusiasta di Rodotà’, ha comunque ribadito.

Si vota da giovedì mattina. Le votazioni del Parlamento in seduta comune per l’elezione del presidente della Repubblica inizieranno giovedì mattina. I ‘grandi elettori‘ chiamati ad eleggere, secondo la Costituzione, il nuovo Presidente sono, in questa occasione, 1007, così suddivisi: 630 deputati, 319 senatori (di cui quattro ‘a vita’), 58 delegati regionali.

La Commissione ha poi deliberato che verranno tenuti due scrutini al giorno, uno alle 10 e uno intorno alle 15-15.30, anche nel fine settimana. Ogni votazione (compreso lo spoglio) durerà circa quattro o cinque ore.

Nei primi tre scrutini è necessaria una maggioranza qualificata, pari ai due terzi dell’assemblea (672 voti), mentre a partire dal quarto scrutinio in poi basterà ottenere la maggioranza assoluta dei voti (504).

Colle: la volata è Amato, D’Alema, Marino. Bersani e Berlusconi a colloquio

berlusconi-bersani-okGiuliano Amato, Massimo D’Alema e Franco Marini. Si gioca tra questi tre la volata per il Quirinale. Pier Luigi Bersani ha presentato oggi in un colloquio telefonico a Silvio Berlusconi la rosa dei candidati al Colle.

Dalla lista, composta da più nomi, le personalità prese in considerazione dal Cavaliere sarebbero Amato, D’Alema e Marini. Si fanno quindi sempre più insistenti le voci secondo cui Pd e Pdl sarebbero vicini all’intesa per l’elezione del successore di Giorgio Napolitano.

Le trattative sono continue. L’ufficio di presidenza del Pdl inizialmente previsto per questa mattina alle 11 è rinviato a questa sera. E anche in casa Pd slittano gli appuntamenti previsti per oggi. Sembra quindi sempre più improbabile che il Pd decida di convergere sul nome di Rodotà per rispondere all’apertura di Grillo. E si allontana anche l’ipotesi – temuta dal partito di Berlusconi e dallo stesso ex premier – dell’elezione di Romano Prodi al quarto turno. E sul Professore arriva anche l’altolà dei montiani. ‘Sul suo nome non abbiamo nessun problema, ma non ce la farà’ perché non gode di una ‘maggioranza ampia’ mentre ‘noi spingeremo fino in fondo perché ci sia un nome che trovi d’accordo anche il Pdl’ e ‘il consenso ampio è un fattore indispensabile’, spiega il coordinatore Andrea Olivero.

Sono ore cruciali. La via maestra resta quella di un’intesa tra Pd e Pdl che, con i voti anche di Scelta civica, incoroni il successore di Giorgio Napolitano con la maggioranza dei due terzi dei grandi elettori. Giuliano Amato e al momento tra i più quotati,seguito da Massimo D’Alema. Tant’è che su di essi in queste ore ragionano anche gli altri partiti (Scelta civica direbbe sì ad Amato; la Lega non pone veti su D’Alema, mentre al presidente della Treccani dice no). I due nomi, ai quali in ambienti Pd si continua ad affiancare anche quello di Franco Marini, saranno nella rosa che Bersani presenterà a Berlusconi. Ad ogni modo, se anche si riuscisse a trovare un’intesa su un nome, spiegano in ambienti parlamentari, non è detto che la convergenza si trasformi in un’elezione in uno dei primi tre scrutini, anche se il tentativo sarà proprio questo. Si teme infatti che la soglia dei due terzi si trasformi in una trappola per l’azione di ‘franchi tiratori’.

Nulla di fatto anche sul fronte Pd-M5S. L’incontro per il momento non è in programma. ‘No. O forse sì. E’ una situazione in divenire, chissà…’, risponde il capogruppo del Movimento cinque stelle in Senato, Vito Crimi. ‘La nostra posizione è nota, abbiamo deciso di votare Milena Gabanelli. Incontrarci per ribadire le solite cose mi sembra un esercizio inutile’. Crimi spiega che ‘è anche una forma di rispetto per il Pd perché riunirci per raccontarci le stesse cose mi pare anche ingeneroso’. Però con i capigruppo del Pd al Senato e alla Camera ‘ci incontriamo spesso anche nei corridoi’, ‘insomma la possibilità di chiacchierare la troviamo sempre, potrebbe pure non esserci bisogno di una riunione ufficiale’. Infine, conclude Crimi, ‘se dovesse esserci una riunione potremmo pure vederci oggi alle 18, alle 21, forse anche domattina presto’. La Gabanelli, indicata come candidato dei Cinque Stelle, non ha ancora dato la risposta definitiva. Lo farà oggi. E intanto Grillo si scaglia contro Bersani, ‘responsabile del suicidio di Stato’.

La Lega intanto fa sapere che voterà un proprio candidato al Colle. Il Carroccio conferma che sarà una donna come già anticipato ieri da una nota dei capigruppo di Camera e Senato. Il nome dovrebbe essere ufficializzato già stasera dal segretario Roberto Maroni e, secondo quanto si apprende, potrebbe essere quello di Manuela Dal Lago, ora candidata sindaco di Vicenza alla guida di una lista civica. Sessantacinque anni, già deputata della Lega Nord, Manuela Dal lago è di Vicenza ed è laureata in Scienze Geologiche. Nella scorsa legislatura è stata presidente della commissione Sviluppo e Attività Produttive della Camera, ed è stata componente, con Maroni e Calderoli, del triumvirato nominato dal consiglio federale che ha traghettato il partito al congresso.

(fonte laStampa)

Bersani incontra Berlusconi: no al governissimo, colloquio sul Quirinale

Pierluigi-Bersani‘La linea del Pd è un no a un governissimo Pd-Pdl. Ma questo non significa che non ci voglia la responsabilità di tutti, a partire dal leader che ha vinto le elezioni, per aprire un dialogo costruttivo sulle riforme istituzionali e sulle misure urgenti per aiutare il Paese’. Alessandra Moretti, già portavoce e responsabile della campagna per le primarie di Bersani, ribadisce in un’intervista alla Stampa il credo della segreteria: doppio binario, nessun governissimo con il PdL, ricerca di intese sul Quirinale. Su un nome espresso dal Pd.

Il colloquio Bersani-Berlusconi si è tenuto in una sede istituzionale: la Camera. Dopo giorni di ambasciate e ambasciatori, Silvio Berlusconi e Pier Luigi Bersani hanno finalmente avuto il loro incontro faccia a faccia per discutere – in primis – del prossimo candidato al Quirinale. Molti depistaggi e poche conferme: nelle stanze della commissione Trasporti al quinto piano ci sarebbe stata una prima fase ‘allargata’ – alla presenza di Enrico Letta e Angelino Alfano – e una seconda in cui B.& B. sarebbero rimasti da soli.

Un colloquio durato complessivamente oltre un’ora che – al netto delle comunicazioni ufficiali rispettivamente di Letta e Alfano – viene definito ‘interlocutorio’, tipica parola del politichese che si usa per dire che non è andato bene, ma neanche troppo male, di certo che non è stato ‘risolutivo’. Infatti i due si dovranno rincontrare, probabilmente più a ridosso del 18 aprile, giorno in cui cominceranno le votazioni per il presidente della Repubblica. Nel frattempo la manifestazione del Pdl prevista per sabato a Bari sarà all’insegna dei toni soft.

Al suo rientro a palazzo Grazioli, dicono, Silvio Berlusconi non si è mostrato particolarmente soddisfatto dell’esito. Nessun problema dal punto di vista umano, sia chiaro. Ma restano degli scogli nella definizione della doppia partita Quirinale e governo. Non a caso da entrambe le parti si affrettano a dire che si sarebbe parlato solo dell’elezione del prossimo capo dello Stato. Le comunicazioni ufficiali, infatti, concordano sostanzialmente sulla necessità di cercare un nome che sia il più condiviso possibile, di alto profilo e garante di unità. Angelino Alfano è ancora più esplicito: non può essere ‘ostile’ al Pdl. Berlusconi, insomma, avrebbe chiesto garanzie sul fatto che non spunti un nome alla Prodi e nemmeno alla Zagrebelsky, per strizzare l’occhio ai grillini.

Ma è sulla questione della formazione del governo che la discussione si sarebbe arenata, facendo convenire sulla necessità di un ulteriore incontro. Ancora una volta il Cavaliere avrebbe spiegato che, in virtù del suo 30% di consensi e dei milioni di voti ottenuti alle elezioni, al Pdl va garantito un peso specifico. E questo si può tradurre in due modi: o presidente della Repubblica espressione del centrodestra oppure un capo dello Stato non ostile ma accompagnato alla nascita di un governo in cui il Pdl sia rappresentato.

Strategia bersaniana. Ma su questo tasto Bersani non sente: prima un’intesa sul nome del prossimo inquilino del Colle, poi si tornerà al nodo governo. Nella segreteria Pd c’è la ferma convinzione che il nuovo presidente non scioglierà le Camere e confermerà l’incarico a Bersani. Di più, la speranza bersaniana è che il nuovo presidente non condivida la linea di Napolitano, ferma sulla necessità di un governo con maggiornaza certa, e possa magari inviare il premier incaricato alle Camere, alla ricerca di una fiducia che apra lo scenario di un governo di minoranza. Una volta al lavoro, l’agenda Bersani dispiegherebbe già nelle prime settimane il suo potere di attrazione sui senatori grillini più possibiilsti circa una collaborazione con il PdIl Cavaliere avrebbe cercato di convincere il segretario Pd dell’opportunità di appoggiare larghe intese e di dare vita a un governo che abbia una durata almeno di un paio di anni. D’altra parte – avrebbe sottolineato – quell’esecutivo potrebbe essere guidato dallo stesso segretario democratico ed evitare quel ritorno alle urne che vedrebbe l’arrivo prepotente in campo di Matteo Renzi. Insomma, il Cavaliere spera che con il passare dei giorni – e vista la debolezza di Bersani all’interno del suo stesso partito – il segretario venga a più miti consigli. Di converso, il numero uno Pd sa che quella del voto in estate e un’arma che rischia di essere spuntata vista la ristrettezza della finestra temporale, e che sia il Cavaliere – una volta nominato un ‘garante’ sul Colle – ad abbassare le sue pretese, magari accontentandosi di tecnici d’area e consentendo la nascita di un governo di scopo.

Per questo, dopo Mario Monti e Berlusconi, Bersani vedrà giovedì Roberto Maroni. Sarà affidato invece ai capigruppo Roberto Speranza e Luigi Zanda il contatto con Roberta Lombardi e Vito Crimi del Movimento 5 Stelle. Il leader del Pd e l’ex premier si sono lasciati con l’intenzione di rivedersi a ridosso dell’elezione del Presidente e a quel punto si parlerà di nomi.

Al momento i più accreditati restano Giuliano Amato, Massimo D’Alema, Pietro Grasso e Franco Marini, che raccoglierebbe un consenso trasversale. Ma rumors parlamentari dicono che ieri Bersani con Silvio Berlusconi abbia fatto due nomi, entrambi di donne, come candidate per la presidenza della Repubblica: Emma Bonino e Paola Severino.

Nonostante lo sforzo di Bersani di sgomberare il campo dal tema governo, sono in molti a pensare che dall’esito della partita del Quirinale dipendano le sorti della legislatura. ‘Se eleggiamo il presidente della Repubblica entro i primi tre scrutini bene, altrimenti i voti non li controlla nessuno e si va a elezioni a giugno’, ha spiegato un ex popolare.

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