Ilva di Taranto: in centinaia agli ingressi, Cancellieri: ‘rischio per ordine pubblico’. Giovedì incontro a Palazzo Chigi

Sale la tensione all’Ilva di Taranto dopo la decisione annunciata ieri dall’azienda di chiudere gli impianti e lasciare a casa cinquemila dipendenti.

E secondo il ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri c’è ‘un rischio per l’ordine pubblico ed è notevole’. ‘Conto molto sul senso di responsabilità di tutti. Teniamo i nervi saldi e speriamo bene perché è una situazione drammatica e per il paese sarebbe un danno irreparabile’. Secondo la titolare del Viminale, infatti, ‘al di la’ dei posti di lavoro persi’, a risentirne è l’intero settore dell’indotto.

La replica dei lavoratori alla chiusura annunciata dall’azienda non si è fatta attendere. Questa mattina centinaia di operai si sono radunati davanti agli ingressi e, non potendo entrare perché i loro badge erano già stati disabilitati, hanno forzato i varchi della portineria D dello stabilimento entrando anche nella Direzione del siderurgico occupandola.

Alle 7 è poi iniziato lo sciopero proclamato da Fiom CgilFim Cisl e Uilm Uil in seguito alla decisione dell’azienda di mettere in libertà i dipendenti dell’area a freddo non solo di Taranto ma anche delle altre fabbriche italiane. Dinanzi alle portinerie i lavoratori si sono riuniti in sit-in, mentre qualche momento di tensione si è registrato tra chi voleva entrare e chi invece invitava a scioperare.

In mobilitazione anche gli operai di Genova dove un corteo di un migliaio di persone che protestano per la chiusura dello stabilimento di Taranto ha interrotto i collegamenti stradali tra il Ponente e il centro città. Partito da Cornigliano il corteo ha bloccato con mezzi meccanici l’accesso al casello autostradale di Genova Ovest e alla sopraelevata. Bloccato il traffico anche in via Cantore. I manifstanti chiedono un intervento ufficiale del governo sulla vicenda. Intanto il corteo dei lavoratori di Ansaldo Energia e Ansaldo Sts, in strada per protestare contro il piano industriale di Finmeccanica che prevede lo scorporo delle loro aziende, è arrivato in via Fieschi, davanti alla sede dell’assemblea regionale, dove sono riuniti in seduta congiunta consiglio comunale e consiglio regionale per discutere del caso Finmeccanica.

A tentare di spegnere la tensione è il ministro dell’Ambiente Corrado Clini che assicura una soluzione al problema già per giovedì. L’incontro convocato dall’esecutivo a Palazzo Chigi, infatti, assicura il ministro in un’intervista a Sky Tg24 non sarà interlocutorio. ‘Stiamo lavorando con il premier Mario Monti e con i miei colleghi ministri per risolvere la situazione in tempi rapidi, come peraltro siamo abituati a fare. Credo che la soluzione sarà pronta già giovedì con un provvedimento che consenta di superare questa situazione’.

Per Clini, il governo opererà per ‘rendere possibile la piena applicazione dell’Aia, unica strada per il risanamento, sulla base di quanto disposto dalle direttive europee e dalle leggi nazionali; e allo stesso tempo consentire la continuità delle attività produttive, perché – sottolinea il ministro – la continuità non è in contrasto con le prescrizioni dell’autorizzazione integrata ambientale’. ‘Il ministero dell’Ambiente e il Governo insistono e otterranno assicurazioni per coniugare lavoro e salute”, ha aggiunto Clini spiegando che ‘la strada potrebbe essere quella di un decreto’.

Un appello al governo intanto arriva dal governatore della Puglia, Nichi Vendola: ‘Piuttosto che immaginare di attivare conflitti ulteriori tra diversi organi dello Stato, piuttosto che agire una contesa brutale con la magistratura, io penso che sia molto importante, provare a operare in positivo su quel tema che noi abbiamo recepito in una legge che è la valutazione del danno sanitario. Si consenta di convogliare su Taranto gli ispettori dell’Istituto Superiore di Sanità, che insieme ad Arpa e alla Asl possono valutare qui e ora qual è l’attualità del rischio sanitario e su quello ordinare interventi immediati. Ancora una volta – conclude Vendola – tanto più nel pieno di questa burrasca, bisogna provare a tenere insieme il fondamentale diritto alla salute e alla qualità ambientale per la comunità tarantina e il diritto al reddito e alla vita per migliaia e migliaia di operai’.

Mentre era in corso un incontro all’interno dello stabilimento di Taranto fra la direzione e i sindacati metalmeccanici, il direttore Adolfo Buffo, che lunedì ha ricevuto informazione di garanzia, ha parlato agli operai assicurando che anche queste giornate verranno pagate e l’Ilva il 12 dicembre pagherà gli stipendi regolarmente.

Buffo ha spiegato che l’azienda ha intenzione di mettersi in regola con l’Aia e tornare a produrre aggiungendo tuttavia che a causa del sequestro di ieri operato dalla magistratura, al momento non si può produrre perché il prodotto finirebbe sequestrato aggiungendo che ricorrerà subito al Riesame. ‘Presenteremo un piano industriale – ha aggiunto Buffo – quando avremo nuovamente a disposizione gli impianti’. La direzione Ilva ha disposto il fermo tecnico di tutti gli altoforni ad eccezione dell’Afo 2.

Arriverà giovedì un provvedimento ad hoc del governo per risolvere la vicenda dell’azienda. L’annuncio del ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, avviene dopo che il leader della Fiom, Maurizio Landini, aveva detto che l’unica cosa che avrebbe scongiurato uno sciopero generale sarebbe stato un intervento del governo proprio giovedì.

Intervistato da Sky in merito ad un eventuale decreto, il ministro, ha spiegato: ‘Noi stiamo lavorando per risolvere questa situazione’, aggiungendo che “la soluzione sarà pronta per quando ci incontriamo giovedì. Stiamo lavorando per fare in modo che giovedì la conclusione della riunione sia un provvedimento che consente di superare questa situazione’, ha aggiunto Clini.

Secondo Clini, il provvedimento della Procura di Taranto ‘rende molto difficile l’applicazione dell’Aia e della legge e dell’unica norma che consente il risanamento ambientale’. Dunque ora il governo è intenzionato a ‘rendere possibile la piena applicazione dell’Aia e, nello stesso tempo, a consentire la continuità delle attività produttive’. Inoltre, a giudizio di Clini, occorre ‘fare in modo che l’Ilva investa le risorse necessarie per il risanamento degli impianti’.

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Fiat: in mobilità in 19 a Pomigliano per assumere gli operai Fiom

‘Un ricatto inaccettabile, una strategia vergognosa che ha il solo scopo di mettere i lavoratori gli uni contro gli altri. Una scelta vergognosa per coprire le lacune del piano industriale’. E ancora ‘A quale Fiat bisogna credere? A quella che ieri annunciava che non intende chiudere alcuno stabilimento o a quella che con la decisione di oggi avvia una irresponsabile campagna di licenziamenti?’. Così il segretario confederale della Cgil, Elena Lattuada, in merito alla decisione della Fiat di mettere in mobilità nella fabbrica di Pomigliano 19 lavoratori. Decisione che è stata presa in seguito all’ordinanza della Corte d’Appello di Roma del 19 ottobre scorso che obbliga Pomigliano d’Arco ad assumere i 19 dipendenti di Fiat Group Automobiles iscritti alla Fiom che hanno presentato ricorso per presunta discriminazione.

L’azienda ‘ha da tempo sottolineato che la sua attuale struttura è sovradimensionata rispetto alla domanda del mercato italiano ed europeo da mesi in forte flessione e che, di conseguenza, ha già dovuto fare ricorso alla cassa integrazione per un totale di venti giorni. Altri dieci sono programmati per fine novembre. Peraltro la società – afferma Fiat in una nota – è consapevole della situazione di forte disagio che si è determinata all’interno dello stabilimento, sfociata in una raccolta di firme con la quale moltissimi lavoratori hanno manifestato la propria comprensibile preoccupazione’.

L’impegno dell’azienda è quello di ‘individuare la soluzione che consenta di eseguire l’ordinanza creando il minor disagio possibile a tutti quei dipendenti che hanno condiviso il progetto e, con grande entusiasmo e spirito di collaborazione, sono stati protagonisti del lancio della Nuova Panda. FIP non può esimersi dall’eseguire quanto disposto dall’ordinanza e, non essendoci spazi per l’inserimento di ulteriori lavoratori, è costretta a predisporre nel rispetto dei tempi tecnici gli strumenti necessari per provvedere alla riduzione di altrettanti lavoratori operanti in azienda’.

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Fiat: la Corte d’appello condanna, a Pomigliano 145 riassunzioni

La Corte d’appello di Roma ha dato ragione alla Fiom imponendo al Lingotto l’assunzione di 145 lavoratori iscritti al sindacato dei metalmeccanici Cgil nello stabilimento della Fiat di Pomigliano D’Arco. Lo fa sapere la Fiom.

La prima condanna era arrivata a metà giugno dopo che la Fiom aveva fatto causa al Lingotto sulla base di una normativa specifica del 2003 che recepisce direttive europee sulle discriminazioni. ‘Si tratta della terza condanna’, afferma il sindacato guidato da Maurizio Landini, che considera anche l’altro ricorso presentato da Fiat, che aveva chiesto la sospensione della sentenza per evitare che l’obbligo di assumere 145 lavoratori Fiom fosse immediatamente esecutivo.

Secondo il Lingotto il reintegro avrebbe ripercussioni su altri operai già assunti nella newco di Pomigliano, perché l’attuale debolezza del mercato auto impossibile l’assorbimento di ulteriori assunzioni. Il dispositivo è stato reso noto oggi dopo che il Tribunale aveva sentito le parti in audizione lo scorso 9 ottobre.

Lo scorso 21 giugno il Tribunale di Roma aveva condannato la Fiat per discriminazioni contro la Fiom a Pomigliano, disponendo che 145 lavoratori con la tessera del sindacato rappresentato da Maurizio Landini venissero assunti nella fabbrica. Alla data della costituzione in giudizio, alla fine di maggio, su 2.093 assunti da Fabbrica Italia Pomigliano, nessuno risultava iscritto alla Fiom.

Ad agosto la Corte d’appello aveva giudicato ‘inammissibile’ la richiesta della Fiat di sospendere l’ordinanza di assunzione per i 145 iscritti alla Fiom, riconoscendo una discriminazione ai danni del sindacato nelle riassunzioni dei dipendenti dello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco.

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Elezioni regionali: Giovanna Marano al posto di Claudio Fava per ‘Libera Sicilia’

E’ Giovanna Marano, 53 anni, sindacalista della Fiom Cgil, la candidata alla Presidenza della Regione siciliana indicata da Claudio Fava e dalle forze della coalizione di ‘Libera Sicilia‘.

Si risolve così il caso della non candidabilità del coordinatore nazionale della segreteria di Sel, a causa di un ritardo nel cambio di residenza. La scelta della coalizione che comprende Sel, Fds, Verdi e Idv raccoglie – ha detto Fava – ‘la sfida sul lavoro e sui diritti sociali che sono al centro del nostro programma di governo’.

Dopo il no di Rita Borsellino, arrivato poco fa, Idv, Sel, Verdi e Federazione della sinistra hanno puntato su Giovanna Marano che ha detto si’ ad un ‘ticket’ con Claudio Fava.

Fava sarà comunque candidato vicepresidente a fianco di Giovanna Marano.

Fava ha così proseguito: ‘Ho deciso di accompagnare Giovanna Marano da candidato vicepresidente sottraendo la mia candidatura alla Presidenza al rischio di un già preannunciato rigetto e sulla base di una considerazione politica ispirata al massimo senso di responsabilità verso la coalizione e gli elettori siciliani’. La battaglia elettorale prosegue con maggiore convinzione. ‘Il tentativo di estrometterci da questa sfida – ha sottolineato Fava – appellandosi a norme palesemente anticostituzionali e a presunti vizi di forma, non può ostacolare il progetto di Libera Sicilia’.

‘Resto in campo – ha concluso Fava – accanto a Giovanna Marano, una donna che possiede qualità morali e una storia personale che garantiscono sul modo in cui saprà battersi in questa importante sfida’.

Oggi alle ore 17.30 Claudio Fava e Giovanna Marano terranno una conferenza stampa nella sede del Comitato di Libera Sicilia in via Ricasoli 48 a Palermo.

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Ilva Taranto: iniziata la due giorni di stop indetta dai sindacati, prosegue la protesta degli operai

Iniziata la due giorni di stop indetta da Fim, Cils e Uilm contro il blocco degli impianti disposto ieri dalla magistratura che ha bocciato il piano di risanamento dell’azienda e ribadito la sua chiusura senza possibilità di produzione. Prosegue anche la protesta di gruppi di operai issati sulla torre di smistamento dell’altoforno 5 e sulla passerella del camino E312 dell’area Agglomerato.

Circa un migliaio di lavoratori hanno bloccato la statale Appia, nei pressi della Direzione dello stabilimento, e la 106 Jonica che collega Taranto a Reggio Calabria. Alcuni momenti di accesa discussione e di tensione si sono verificati vicino alla portineria A dello stabilimento dove il ‘Comitato cittadini e lavoratori liberi e pensanti’, come preannunciato ieri, ha cercato di convincere gli operai a non occupare le strade e a non aderire a una manifestazione strumentalizzabile dall’azienda.

Anche la Fiom non ha partecipato allo sciopero. ”Siamo riusciti a convincere tantissimi lavoratori – dice Cataldo Ranieri, portavoce del Comitato – fino a 700-800. Altri non hanno aderito e sono rimasti in fabbrica. Il volantino dei sindacati non ha senso. Non c’è nessuna controparte. La nostra controparte è Riva non è la magistratura che sta facendo gli interessi nostri e delle nostre famiglie e ha dato allo Stato e alla famiglia Riva una via d’uscita per mettere a posto gli impianti come si fa in tutti i posti d’Europa. Noi non abbiamo bisogno di perizie e della magistratura – continua – per conoscere i veleni sprigionati all’interno dell’azienda. Siamo disposti a portare questo ‘casino’ pacifico a Roma. Il ministro Clini continua a volerci far scegliere tra vita e lavoro. Ma noi a questa scelta non ci stiamo’, conclude.

Prosegue intanto la clamorosa protesta dei gruppi di operai issati sulla torre di smistamento dell’altoforno 5 e sulla passerella del camino E312 dell’area Agglomerato. I manifestanti si alternano sulla sommità delle due strutture per richiamare l’attenzione sulla vertenza e l’adozione di provvedimenti in difesa del lavoro. Per i lavoratori dell’Afo5 si tratta della seconda notte passata a 60 metri di altezza, mentre gli operai che ieri sono saliti sul camino E312 si sono incatenati e stanno attuando anche lo sciopero della fame e della sete. Un’altra decina di dipendenti sono presenti da ieri sul Pci, un impianto di macinazione del carbon fossile.

Questa mattina ci sono state anche due ore di assemblea degli operai di due aziende edili dell’indotto, la Semat (450 dipendenti) e la Edilsider (40) entrambi del gruppo Trombini, che effettuano lavori di manutenzione e che hanno sede all’interno del siderurgico. Ieri le delegazioni della di Filca Cisl e Fillea Cgil hanno partecipato all’incontro a Confindustria con il presidente dell’Ilva Bruno Ferrante ma essendo esterni la loro situazione è ancora più appesa a un filo e precaria rispetto ai metalmeccanici. Nei giorni scorsi è stato comunicato agli operai che le due aziende potrebbero metterli in ferie forzate e potrebbero ricorrere alla cassa integrazione proprio per la situazione creatasi all’Ilva. La loro mobilitazione va avanti da alcuni giorni.

Restano agli arresti domiciliari Emilio e Nicola Riva, ex presidenti dell’ILVA e Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento siderurgico fino a giugno scorso. Il gip di Taranto Patrizia Todisco ha infatti respinto la richiesta di libertà avanzata dai legali. (fonte Adnkronos)

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Vauro e ‘la ministra squillo’: sul Manifesto la vignetta della Fornero che aspetta la telefonata di Marchionne

‘Una vignetta vergognosa’: così il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, ha definito la vignetta  di Vauro sul Manifesto dal titolo: ‘La ministra squillo che la ritrae in abiti succinti. 

La vignetta di Vauro ironizza sulla vicenda Fiat e l’attesa telefonata tra il ministro e Sergio Marchionne, in riferimento alle affermazioni di Fornero che lunedì aveva detto di attendere una telefonata dall’a.d. di Fiat.

‘Voglio dire solo una cosa – ha detto il ministro del Lavoro entrando al Cnel per la presentazione del rapporto sul lavoro, circondata dai cronisti che le chiedevano se il governo avesse convocato i vertici Fiat – trovo vergognosa la vignetta di Vauro sul Manifesto, che denota il maschilismo persistente, volgare e inaccettabile, di alcuni uomini. Sono insulti che respingo al mittente’.

Dalla homepage del quotidiano comunista: ‘ Elsa Fornero se la prende con Vauro  Ma non risponde su Marchionne. La ministra attacca il Manifesto per la vignetta pubblicata oggi: ‘Sessisti, vergognatevi’. Sui social network molti si ribellano alle accuse lanciate da Fornero. La nostra risposta la trovate domani in edicola’.

Dopo l’incontro a Palazzo Chigi con l’ad di Fiat Sergio Marchionne che si terrà sabato prossimo, si dovrà aprire una vera trattativa e un tavolo con le parti sociali. A chiederlo sono Susanna Camusso, leader della Cgil e Maurizio Landini, segretario della Fiom all’indomani dell’annuncio dell’incontro tra il numero uno del Lingotto e il presidente del Consiglio Mario Monti sul futuro della Fiat.

Il ‘governo ha il dovere di chiedere quale è la realtà’, ha sottolineato poi Camusso a Radio Anch’io.’Il piano che la Fiat aveva annunciato, è sparito, non c’è più e l’azienda oggi deve dirci che intenzioni ha. Il Paese deve sapere cosa fanno le grandi imprese del suo Paese. La cancelliera Merkel convocò Opel e disse che non andava bene. Marchionne ci dica la verità in modo che il Paese possa poi regolarsi così si prendono le contromisure’. L’appuntamento di sabato prossimo e il fatto che il premier si sia interessato in prima persona, ‘è importante e giusto perché il presidente del consiglio rappresenta il governo nella sua interezza e nella sua resposanbilità. Penso anche che sarebbe giusto che ci sia un tavolo con le parti sociali’, ha detto Camusso.

Landini, dal canto suo, ha dichiarato: ‘Penso che ci sia bisogno di coinvolgere anche le organizzazioni sindacali e mi auguro che quello non sia un incontro conclusivo ma un incontro che apra una vera discussione, una vera trattativa con la Fiat ed anche con i sindacati’. Ad affermarlo Maurizio Landini, segretario della Fiom, intervistato al Gr3, sull’incontro che si terrà sabato tra il governo e l’ad del Lingotto, Sergio Marchionne.

Sul fatto che sia coinvolto in prima persona il premier Monti, il segretario della Fiom ha poi commentato: ‘Credo che questo sia un fatto importante perché siamo di fronte ad una questione nazionale e cioè se si continua ad avere un’industria automobilistica nel nostro paese. Però di incontri con promesse ne sono stati fatti tanti, c’è bisogno di cambiare, sarebbe necessario aprire un vero confronto che coinvolga anche le parti sociali ed occorre ripristinare la democrazia e la libertà negli stabilimenti Fiat’.

Sabato Marchionne sarò ricevuto da Monti, con i ministri Elsa Fornero e Corrado Passera. Mentre il presidente di Fiat, John Elkann, assicura che la famiglia Agnelli è in sintonia con quanto sta facendo l’Ad del Lingotto. Per ora i toni scelti dal governo nei confronti della Fiat sono tutt’altro che ultimativi. Ovviamente, la speranza è che il gruppo ‘resti in Italia’, ma la parola d’ordine tra i soggetti coinvolti nel dossier è ‘ascolto’. Il premier e i ministri dello Sviluppo e del Lavoro – è la linea concordata – per ora vogliono solo ‘capire le intenzioni del Lingotto’.

E da palazzo Chigi respingono le prime letture date dell’incontro, in cui si parla di ‘pressing di Monti’ verso l’azienda: ‘Non è così, non è questo l’atteggiamento con cui riceveremo Marchionne’.

Gli stabilimenti Fiat in Italia sono dodici: Stabilimento Alfa Romeo di AreseStabilimento Fiat di CassinoElasisStabilimento Lancia di ChivassoLingottoStabilimento Fiat di MelfiFiat MirafioriStabilimento Alfa Romeo di Pomigliano d’ArcoStabilimento Alfa Romeo del PortelloFiat RivaltaStabilimento Sevel Val di SangroStabilimento Fiat di Termini Imerese. Gli altri sono tutti all’estero: Polonia, Ungheria, e Messico sono soltanto alcune nazioni che ospitano la produzione Fiat fuori dai confini italiani.

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Marchionne risponde: dopo la richiesta del ministro Passera e Fornero, l’ad Fiat assicura ‘Non lasceremo l’Italia’

Italiano: Sergio Marchionne

Italiano: Sergio Marchionne (Photo credit: Wikipedia)

La Fiat non vuole lasciare l’Italia. ‘In questa situazione drammatica, io non ho parlato di esuberi, non ho proposto chiusure di stabilimenti, non ho mai detto che voglio andar via: non mollo. Mi impegno, ma non posso farlo da solo. Ci vuole un impegno dell’Italia’. Così l’amministratore delegato del Lingotto, Sergio Marchionne, in un’intervista a laRepubblica.

”Non sono l’uomo nero’, ma ‘l’Italia dell’auto è precipitata in un buco di mercato senza precedenti’, ‘abbiamo perso di colpo quarant’anni’ e qualcuno ‘vorrebbe che la Fiat si comportasse tranquillamente come prima? O è un’imbecillità pensare a questo, o è una prepotenza, fuori dalla logica’.

Marchionne replica anche agli attacchi del patron della Tods‘, Diego Della Valle. ‘Tutti parlano a cento all’ora, perché la Fiat è un bersaglio grosso, più delle scarpe di alta qualità e alto prezzo che compravo anch’io fino a qualche tempo fa: adesso non più’. Ci sarebbe da domandarsi chi ha dato la cattedra a molti maestri d’automobile improvvisati. ma significherebbe starnazzare nel pollaio più provinciale che c’è. Fintanto che attaccano, nessun problema. Ma lascino stare la Fiat’. L’amministratore delegato del Lingotto risponde anche alle critiche di Cesare Romiti: ‘Il mondo Fiat che abbiamo creato noi non è più il suo. E anche la parola cosmopolita non è una bestemmia’.

Il numero uno di Fiat si dice disponibile a incontrare il governo, ‘ma poi? Sopravvivere alla tempesta con l’aiuto di quella parte dell’azienda che va bene in America del Nord e del Sud, per sostenere l’Italia, mi pare sia un discorso strategico. ‘Fiat – osserva Marchionne – sta accumulando perdite per 700 milioni in Europa, e sta reggendo sui successi all’estero. Sono le due uniche cose che contano. Se vogliamo confrontarci dobbiamo partire da qui: non si scappa’.

Il progetto Fabbrica Italia era basato ‘su cento cose, la metà non ci sono più. Io allora puntavo su un mercato che reggeva ed è crollato su una riforma del mercato del lavoro e ho piu’ di 70 cause della Fiom. Tutto è cambiato. E io non sono capace di far finta di niente. Anche perché puoi nasconderli ma i nodi prima o poi vengono al pettine. Ecco siamo in quel momento. Io indico i nodi: parliamone’. Chi  ‘se la sentirebbe di investire in un mercato tramortito dalla crisi, se avesse la certezza non soltanto di non guadagnare un euro – aggiunge Marchionne – ma addirittura di non recuperare i soldi investiti? Con nuovi modelli lanciati oggi spareremmo nell’acqua: un bel risultato’. E spiega: ‘se io avessi lanciato adesso dei nuovi modelli avrebbero fatto la stessa fine della nuova Panda di Pomigliano: la miglior Panda nella storia, 800 milioni di investimento, e il mercato non la prende, perché il mercato non c’è’. Le prospettive per le vendite – afferma Marchionne – non sono buone: ‘non vedo niente’, nessun cambio di mercato ‘fino al 2014. Per questo investire nel 2012 sarebbe micidiale’.

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Lavoro: 2mila euro per la morte di Matteo Armellini, l’operaio deceduto sotto il palco della Pausini

Duemila euro e neppure. E’ la cifra, il compenso, il rimborso ricevuto in questi giorni dalla mamma di Matteo Armellini, il ragazzo operaio deceduto sul lavoro mentre da rigger stava montando il palco sul quale la sera stessa si sarebbe esibita Laura Pausini. Una morte sul lavoro. Che all’Inail, l’Istituto nazionale contro gli infortuni sul lavoro, costa per l’esattezza 1936,80 euro.

La qualifica di Matteo era quella di rigger. Che in inglese vuol dire montatore. Attrezzava le strutture impalcate dagli scaff, ancora una figura professionale a quanto pare non riconosciuta per il lavoro di quota insieme ai tecnici del suono e delle luci, fino ai facchini, i trasportisti, quelli che fanno il lavoro pesante. Semmai ci fosse differenza. Quando si muore, intendiamo.

Matteo Armellini è deceduto il 5 marzo scorso a Reggio Calabria. Oggi i soldi, che arrivano con la ‘pratica di infortunio o malattia professionale’ il rimborso per la madre di Matteo, che non lascia moglie o figli, inviato direttamente dall’Inail.  Una cifra che a quanto pare non basta neppure a pagare il trasporto della salma. Per il resto, a parte il burocratese indispensabile, non si fa cenno al decesso, né alle motivazioni per la somma riconosciuta.

‘I soldi non mi interessano – dice la mamma di Matteo. Per le mie idee gli oboli non esistono o mi è dovuto qualcosa o no. L’Inail riconosce un indennità solo a moglie o figli e Matteo non ne aveva. Se questa è la legge mi va bene. Qualora questi soldi fossero un’offerta, è bene sapere che non pago neanche il trasporto della salma da Reggio a Roma. Se non possono permettersi di pagare il funerale a mio figlio abbiano almeno il coraggio di ammetterlo’. Parole amare e crude di chi vuole conoscere e sapere, capire come è andata.

‘Perché quel giorno, prima ancora di iniziare il turno, la struttura è finita addosso a Matteo’ si chiede Paola. E ancora interrogativi su che tipo di tutela o garanzia avesse il figlio sul lavoro. La donna sta cercando tutto quello che può aiutarla a capire. A cominciare dalle buste paga di Matteo, che fanno luce su un lavoro tutt’altro che ben retribuito, il suo e quello di mille altri operai in tutta Italia. Non un contratto collettivo nazionale che ne riconosca le professionalità, gli orari, i turni, le retribuzioni fino ai contributi, quelli per la pensione. A detta della madre di Matteo, era il figlio a doversi preoccupare dell’assicurazione, da pagare, e dell’imbracatura e di ogni altra attrezzatura necessaria a svolgere il proprio lavoro. Come i corsi per la certificazione del lavoro in quota e l’abbigliamento antinfortunistico.

Il mestiere del rigger, termine anglosassone che vuol dire allestire, era uno di quei tanti lavori in nero venuti alla ribalta della cronaca al primo incidente sul lavoro del dicembre scorso, quello che ha preceduto di qualche mese la morte di Matteo Armellini. Sotto il crollo del palco questa volta di Lorenzo Jovanotti, prossimo ad esibirsi a Trieste è morto Francesco Pinna, studente operaio.

Ne è nato anche un collettivo di lavoratori autonomi che dal nero cercano di emergere, studiando la legislatura e le norme che regolamentano il lavoro di altezza. Sono i ragazzi del collettivo auto organizzato degli operai dello spettacolo di Roma. Che hanno individuato due tipologie di lavoro o per meglio dire, ‘escamotage contrattuali’.

Le cooperative di facchinaggio e quelle di specializzati. Le prime lavorano avendo come unico referente il proprietario, che procaccia il lavoro e paga gli operai. La gestione è quella del caporalato. I tecnici costano di più. Sono freelance e specializzati, ingaggiarli ha il suo prezzo. Si procurano il lavoro da soli e le produzioni che li chiamano non li assumono perché costerebbe troppo, ma pretendono  una ricevuta. Il lavoro stagionale qui è a chiamata, si inizia a parlare di partita Iva e di commercialista. Si lavora per passaparola. Vengono fuori soci lavoratori con contratti di lavoro intermittente che trovano commesse grazie alla loro professionalità. Una credibilità acquisita nel tempo e a proprie spese, spesso con grande fatica.

Quando il lavoro arriva, la storia cambia. Si passa a subordinati e per poter continuare, si affrontano anche doppi turni. Non sono contemplati i festivi, gli straordinari e i notturni. ‘Non sappiamo a che ora cominciamo e quando stacchiamo. Veniamo chiamati all’ultimo momento quando gli eventi sono calendarizzati mesi prima. Vorremmo essere in rapporto diretto con il committente che invece non sappiamo neanche chi sia’.

Appaltato l’artista, lo si deve accontentare. Lui e tutta la sua organizzazione. Questo vuol dire montare e smontare il palco, ogni sera per tutto il tour, di tappa in tappa, garantendo tempo e orari e un’ottima riuscita dello show. E se rifiuti, ‘chiamano un altro’ racconta Paola e chiede: ‘Come si è potuto arrivare a una simile giungla, con sindacati e forze sociali praticamente assenti?’

Ancora silenzio dietro un artista che magari canta di lavoro nero e operai sacrificati.

‘Matteo – dice ancora Paola – ormai è solo un fascicolo che si sposta da un archivio all’altro. La mia volontà è che quello che gli è accaduto non succeda più’. Intanto che lo spettacolo continua.

Di seguito il link all’articolo dell’Unità, il quotidiano al quale Paola Armellini ha rilasciato le dichiarazioni da noi riportate insieme ad altri utili link

http://mercenarishowbizroma.noblogs.org/
http://www.unita.it/italia/mori-per-montare-palco-pausini-br-la-sua-vita-vale-solo-2mila-euro-1.432317https://cookednews.wordpress.com/2012/06/27/benigni-su-fornero-ma-quanti-dannati-ci-sono-allinferno/

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