Governo, è il momento della fiducia: il discorso di Letta ‘come Davide contro Golia’

italia2904-622x394L’Italia e l’Europa si trovano ad affrontare un momento eccezionale. E il presidente della Repubblica ci ha concesso un’ultima opportunità di mostrarci degni del ruolo che la costituzione ci riconosce come rappresentanti della nazione’. Con queste parole, e con un ringraziamento personale a Pier Luigi Bersani – accolto da un lungo applauso che ha commosso il segretari dimissionario del Pd -, Enrico Letta ha dato il via nell’aula della Camera al discorso di presentazione del programma del suo governo. Un programma che dovrà ora essere sottoposto al voto di fiducia, atteso in serata a Montecitorio e martedì al Senato. Un intervento che arriva all’indomani della cerimonia di giuramento del nuovo esecutivo, funestata dalla sparatoria di piazza Montecitorio che ha visto il ferimento di due carabinieri e di una passante.

Proprio all’episodio dell’attentato davanti a Palazzo Chigi ha fatto riferimento il capo del governo spiegando che ‘non c’è più tempo’ e che per evitare che il malcontento e la rabbia degenerino in episodi di violenza occorre che la politica faccia il proprio dovere. Che in una fase difficile come quella che stiamo attraversando significa anche puntare su politiche di risanamento e tenuta dei conti pubblici senza inasprimento fiscale. Letta ha puntato il dito contro il gap generazionale che caratterizza l’Italia, sottolineando che ‘troppo spesso in passato sono stati fatti debiti poi scaricati sulle generazioni future’. E proprio le generazioni di oggi, ‘che hanno imparato sulla propria pelle’ cosa significhi ereditare una situazione debitoria insostenibile, ‘non compiranno lo stesso errore’. Tra i primi interventi che il governo si appresta a portare avanti vi sono la riduzione delle tasse sul lavoro, lo stop ai pagamenti dell’Imu di giugno per poi rimodulare le imposte sulla prima casa (andando così incontro alle richieste del Pdl), politiche di sostegno alla formazione e all’apprendistato, iniziative per la riduzione del divario culturale tra classi sociali (troppo spesso, ha ricordato, i figli di genitori non diplomati fanno fatica a raggiungere la laurea), interventi di moralizzazione della cosa pubblica.

Letta ha annunciato in aula (‘gli stessi membri del governo ancora non lo sanno’) che uno dei primi atti concreti sarà quello dell’eliminazione dello ‘stipendio’ dei ministri parlamentari, che dunque non perseguiranno una doppia indennità. Ha poi richiamato la necessità di intervenire sul finanziamento della politica, che oggi è ‘eccessivo’ e ‘mascherato’, e evidenziato la necessità di controlli sulle spese delle Regioni. Ha poi indicato l’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione sulla democrazia interna ai partiti come uno degli obiettivi da perseguire senza indugio. Per fare tutto questo, ha sottolineato il capo del governo, bisogna riuscire a votare insieme anche da posizioni eterogenee, ma quella che stiamo vivendo è una situazione eccezionale perché dalle urne non è uscita una maggioranza e perché quello dell’astensione è stato di fatto il primo partito. «Vorrei che questo governo non fosse un canto del cigno sul sistema imploso sulle sue degenerazioni – ha puntualizzato -, ma che fosse un governo d’impegno per una ricostruzione politica che parta da un esercizio autentico e non simulato di autocritica’.

LAVORO E REDDITO MINIMO – Letta ha poi ricordato che la priorità del suo governo sarà quella del lavoro, piaga che affligge soprattutto il sud e i giovani, e che l’obiettivo è ‘prevenire l’incubo dell’impoverimento’. ‘Dobbiamo mettere il Mezzogiorno nelle condizioni di crescere da solo – ha detto Letta -, riconoscendo l’esistenza di un divario tra nord e sud senza mettere la testa sotto la sabbia come gli struzzi’. Una situazione, ha ammesso il premier, figlia delle inadempienze di chi avrebbe dovuto intervenire e dell’azione della criminalità organizzata, che va fronteggiata con maggiore forza. Quanto al welfare, Letta ha citato il caso degli esodati, evidenziando che con questa vicenda si è ‘rotto un patto’ con i cittadini che ora va ristabilito. ‘Andranno migliorati gli ammortizzatori sociali – ha poi aggiunto -, estendendoli a chi ne è privo a partire dai precari e si potranno studiare forme di reddito minimo per famiglie bisognose con figli’.

RIFORME IN 18 MESI Un accenno particolare è andato alla politica estera (il premier ha insistito sulla necessità di lavorare per gli Stati uniti d’Europa e ha annunciato l’avvio di un tour europeo per incontrare Merkel, Barroso e Van Rompuy) e alle riforme istituzionali. Letta ha detto di confidare nella possibilità di dare vita ad una Convenzione che riveda l’assetto complessivo della Repubblica, con il superamento del bicameralismo perfetto e l’introduzione di un vero federalismo fiscale. E di ritenere indispensabile una nuova legge elettorale possa dare maggiore rappresentatività ai cittadini. ‘La Convenzione per le riforme deve partire subito – ha detto Letta. Se tra 18 mesi non sarà avviato il processo delle riforme istituzionali ne trarrò le conseguenze’.

Il voto di fiducia (che Letta ha chiesto con un parallelo con Davide e Golia, dove il governo è un Davide in attesa di affrontare il suo gigante utilizzando non solo una fionda e una manciata di ciottoli ma anche il ‘coraggio’ e, appunto, la ‘fiducia’) non dovrebbe riservare sorprese. Non a Montecitorio, dove la maggioranza è solidissima. E neppure a Palazzo Madama, dove l’intesa tra Pd, Pdl e Scelta Civica consente un agevole superamento del quorum (che nella fattispecie è la maggioranza semplice). Dalla Lega Nord potrebbe arrivare un segnale distensivo con una non partecipazione al voto, considerando che al Senato, come previsto dal regolamento, l’astensione equivarrebbe ad un no. Scontato invece il voto contrario del Movimento 5 Stelle.

Su Twitter #Letta#fiducia

Il discorso integrale del presidente del Consiglio Enrico Letta alla Camera

(fonte Corsera)

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M5S: ‘Nessuna fiducia a governo tecnico’

ITALY-POLITICS-VOTE-GRILLOIl Movimento 5 Stelle smentisce di aver voluto aprire ieri all’ipotesi di un governo tecnico come riportato oggi da molti organi di informazione.

Prima Vito Crimi, che ieri aveva pronunciato le parole incriminate, poi lo stesso Beppe Grillo appaiono oggi su Internet per escludere questa ipotesi.

‘Preciso che non ho mai parlato di appoggio a un governo tecnico’, ha scritto stamani Crimi sul suo profilo di Facebook.

‘Il M5s non darà la fiducia a un governo tecnico, né lo ha mai detto’, gli ha fatto eco poco dopo Grillo dal suo blog.

Alle elezioni il Partito democratico ha riportato la maggioranza della Camera ma non quella del Senato. Il segretario del Partito democratico Pier Luigi Bersani ha escluso qualunque alleanza tra il Pd e il centrodestra di Silvio Berlusconi lasciando aperta come unica strada quella di un accordo con M5s.

A Grillo, il leader del centrosinistra ha rivolto, domenica, un ultimatum chiedendo di appoggiare un governo da lui guidato e dal programma limitato o di tornare alle urne.

Finora Grillo ha sempre detto che non intende votare la fiducia né a Bersani né ad altri.

Per questo ieri hanno suscitato molto interesse le parole con cui Crimi bocciava ‘la fiducia a un governo dei partiti’ e si impegnava a valutare ‘qualunque proposta alternativa’.

Oggi il senatore grillino ribadisce che per il suo movimento ‘l’unica soluzione è un governo del Movimento 5 Stelle che attui subito e senza indugio i primi 20 punti del programma e a seguire tutto il resto. Il nostro programma è chiaro ed è stato annunciato in tutte le piazze e in streaming’.

A otto giorni dalla chiusura dei seggi, dunque, non si vede come l’Italia possa evitare nuove elezioni nel giro di pochi mesi benché il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano abbia relegato questa opzione in fondo alla lista.

‘Andare a votare di nuovo non mi interessa’, ha detto venerdì scorso in Germania il capo dello Stato, il cui mandato scade il 15 maggio. ‘Dubito che anche il nuovo presidente possa pensare solamente allo scioglimento’.

Le parole di Napolitano sono sembrate una pietra tombale sopra il tentativo di Bersani di presentarsi davanti al Parlamento senza avere una maggioranza certa e di cercarla volta per volta su ogni provvedimento.

‘Il presidente non ha pregiudiziali sulla formula ma per la nomina ci vuole una maggioranza certa’, ha raccontato stamane a Reuters una fonte politica.

Dunque, Bersani, senza il via libera di Grillo, non andrebbe oltre un incarico esplorativo al termine del quale il pallino tornerebbe nelle mani di Napolitano per poi passare, eventualmente, a una figura e a un programma che riuscisse a mettere tutti o quasi d’accordo.

Per quanto circolino già diversi nomi, tra cui quello del ministro uscente dell’Interno Annamaria Cancellieri e del ministro uscente per la Coesione territoriale Fabrizio Barca, l’ipotesi di un governo del presidente deve ancora affrontare vari ostacoli.

Il Pdl vuole un governo di larghe intese Pd-Pdl. E, soprattutto, il Partito democratico che domani riunisce la direzione, deve decidere se arroccarsi sulla posizione del suo segretario per cercare di obbligare i grillini a collaborare pena il ritorno alle urne.

‘Verso Roma per incontri istituzionali’, avverte intanto su Twitter Matteo Renzi, il sindaco di Firenze che ha perso le primarie contro Bersani e viene indicato come possibile nuova guida del Pd.

(fonte Reuters)

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