Tutti gli uomini di Matteo Renzi

Renzi pigliatutto: segretario del Pd #Cookednews

Una magistrale inchiesta di Franco Fracassi svela l’intreccio dei nomi che svernano all’ombra di Renzi. E c’è poco da stare allegri perchè, tra questi, ve ne sono di terribilmente inquietanti.

Quando negli anni Ottanta Michael Ledeen varcava l’ingresso del dipartimento di Stato, al numero 2401 di E Street, chiunque avesse dimestichezza con il potere di Washington sapeva che si trattava di una finta. Quello, per lo storico di Los Angeles, rappresentava solo un impiego di facciata, per nascondere il suo reale lavoro: consulente strategico per la Cia e per la Casa Bianca. Ledeen è stato la mente della strategia aggressiva nella Guerra Fredda di Ronald Reagan, è stato la mente degli squadroni della morte in Nicaragua, è stato consulente del Sismi negli anni della Strategia della tensione, è stato una delle menti della guerra al terrore promossa dall’Amministrazione Bush, oltre che teorico della guerra all’Iraq e della potenziale guerra all’Iran, è stato uno dei consulenti del ministero degli Esteri israeliano.

Oggi Michael Ledeen è una delle menti della politica estera del segretario del Partito democratico Matteo Renzi. Forse è stato anche per garantirsi la futura collaborazione di Ledeen che l’allora presidente della Provincia di Firenze si è recato nel 2007 al dipartimento di Stato Usa per un inspiegabile tour. Non è un caso che il segretario di Stato Usa John Kerry abbia più volte espresso giudizi favorevoli nei confronti di Renzi. Ma sono principalmente i neocon ad appoggiare Renzi dagli Stati Uniti. Secondo il ‘New York Post’, ammiratori del sindaco di Firenze sarebbero gli ambienti della destra repubblicana, legati alle lobby pro Israele e pro Arabia Saudita. In questa direzione vanno anche il guru economico di Renzi, Yoram Gutgeld, e il suo principale consulente politico, Marco Carrai, entrambi molti vicini a Israele. Carrai ha addirittura propri interessi in Israele, dove si occupa di venture capital e nuove tecnologie. Infine, anche il suppoter renziano Marco Bernabè ha forti legami con Tel Aviv, attraverso il fondo speculativo Wadi Ventures e, il cui padre, Franco, fino a pochi anni fa è stato arcigno custode delle dorsali telefoniche mediterranee che collegano l’Italia a Israele.

Forse aveva ragione l’ultimo cassiere dei Ds, Ugo Sposetti, quando disse: «Dietro i finanziamenti milionari a Renzi c’è Israele e la destra americana». O perfino Massimo D’Alema, che definì Renzi il terminale di «quei poteri forti che vogliono liquidare la sinistra». Dietro Renzi ci sono anche i poteri forti economici, a partire dalla Morgan Stanley, una delle banche d’affari responsabile della crisi mondiale. Davide Serra entrò in Morgan Stanley nel 2001, e fece subito carriera, scalando posizioni su posizioni, in un quinquennio che lo condusse a diventare direttore generale e capo degli analisti bancari.
La carriera del giovane broker italiano venne punteggiata di premi e riconoscimenti per le sue abilità di valutazione dei mercati. In quegli anni trascorsi dentro il gruppo statunitense, Serra iniziò a frequentare anche i grandi nomi del mondo bancario italiano, da Matteo Arpe (che ancora era in Capitalia) ad Alessandro Profumo (Unicredit), passando per l’allora gran capo di Intesa-San Paolo Corrado Passera. Nel 2006 Serra decise tuttavia che era il momento di spiccare il volo. E con il francese Eric Halet lanciò Algebris Investments.
Già nel primo anno Algebris passò da circa settecento milioni a quasi due miliardi di dollari gestiti.
 L’anno successivo Serra, con il suo hedge fund, lanciò l’attacco al colosso bancario olandese Abn Amro, compiendo la più importante scalata bancaria d’ogni tempo. Poi fu il turno del banchiere francese Antoine Bernheim a essere fatto fuori da Serra dalla presidenza di Generali, permettendo al rampante finanziere di mettere un piede in Mediobanca.

Definito dall’ex segretario Pd Pier Luigi Bersani «il bandito delle Cayman», Serra oggi ha quarantatré anni, vive nel più lussuoso quartiere di Londra (Mayfair), fa miliardi a palate scommettendo sui ribassi in Borsa (ovvero sulla crisi) ed è il principale consulente finanziario di Renzi, nonché suo grande raccoglitore di denaro, attraverso cene organizzate da Algebris e dalla sua fondazione Metropolis. E così, nell’ultimo anno il gotha dell’industria e della finanza italiane si sono schierati uno a uno dalla parte di Renzi. A cominciare da Fedele Confalonieri che, riferendosi al sindaco di Firenze, disse: «Non saranno i Fini, i Casini e gli altri leader già presenti sulla scena politica a succedere a Berlusconi, sarà un giovane». Poi venne Carlo De Benedetti, con il suo potentissimo gruppo editoriale Espresso-Repubblica («I partiti hanno perduto il contatto con la gente, lui invece quel contatto ce l’ha»). E ancora, Diego Della Valle, il numero uno di Vodafone Vittorio Colao, il fondatore di Luxottica Leonardo Del Vecchio e l’amministratore delegato Andrea Guerra, il presidente di Pirelli Marco Tronchetti Provera con la moglie Afef, l’ex direttore di Canale 5 Giorgio Gori, il patron di Eataly Oscar Farinetti, Francesco Gaetano Caltagirone, Cesare Romiti, Martina Mondadori, Barbara Berlusconi, i banchieri Fabrizio Palenzona e Claudio Costamagna, il numero uno di Assolombarda Gianfelice Rocca, il patron di Lega Coop Giuliano Poletti, Patrizio Bertelli di Prada, Fabrizio Palenzona di Unicredit, Il Monte dei Paschi di Siena, attraverso il controllo della Fondazione Montepaschi gestita dal renziano sindaco di Siena Bruno Valentini, e, soprattutto, l’amministratore delegato di Mediobanca Albert Nagel, erede di Cuccia nell’istituto di credito.

Proprio sul giornale controllato da Mediobanca, ‘Il Corriere della Sera’, da sempre schierato dalla parte dei poteri forti, è arrivato lo scoop su Monti e Napolitano, sui governi tecnici. Il Corriere ha ripreso alcuni passaggi dell’ultimo libro di Alan Friedman, altro uomo Rcs. Lo scoop ha colpito a fondo il governo Letta e aperto la strada di Palazzo Chigi a Renzi. Il defunto segretario del Psi Bettino Craxi diceva: «Guarda come si muove il Corriere e capirai dove si va a parare nella politica». Gad Lerner ha, più recentemente, detto: «Non troverete alla Leopolda i portavoce del movimento degli sfrattati, né le mille voci del Quinto Stato dei precari all’italiana. Lui (Renzi) vuole impersonare una storia di successo. Gli sfigati non fanno audience».

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E’ morto Giulio Andreotti. Aveva 94 anni

andreotti giulio

E’ morto Giulio Andreotti. Il senatore a vita si è spento oggi alle 12 e 25 nella sua abitazione romana. Lo hanno reso noto i suoi familiari. Aveva compiuto 94 anni il 14 gennaio scorso. I funerali del senatore a vita si svolgeranno domani pomeriggio a Roma.

La Bbc, con un flash, è stato il primo organo di informazione straniero a rilanciare la notizia della sua scomparsa. ‘Giulio Andreotti, sette volte primo ministro italiano, è morto all’età di 94 anni’. Il testo è apparso con  una breaking news su sfondo rosso sul sito web del servizio pubblico britannico e sul canale tv Bbc World.

LA CARRIERA POLITICA – Tra i protagonisti della vita politica italiana della seconda metà del XX secolo, Andreotti è stato tra gli uomini più importanti della DcDemocrazia Cristiana dalla Costituente all’inizio degli anni Novanta, quando tangentopoli la Dc la spazza via. Presidente del Consiglio per 7 volte, senatore a vita, ha ricoperto numerosi incarichi di governo: otto volte ministro della Difesa, cinque degli Esteri e due delle Finanze, bilancio e industria. Infine passò anche per il Tesoro, l’Interno e le Politiche comunitarie. La sua carriera inizia già alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando al seguito di Alcide De Gasperi diventa membro della Costituente nel 1946.  Fu De Gasperi ad introdurlo nella scena politica nazionale, designandolo quale componente della Consulta nazionale nel 1945 e successivamente favorendone la candidatura alle elezioni del 1946 all’Assemblea Costituente.

Andreotti iniziò a 20 anni a fare politica nelle fila della Fuci, la Federazione universitaria cattolica italiana che allevò tante leve dello Stato del dopoguerra come Aldo Moro, Francesco Cossiga, Giuseppe Dossetti e Giuseppe Lazzati. Fu Alcide De Gasperi nel 1946, a volerlo nell’Assemblea Costituente e, successivamente, candidato, con le prime elezioni libere. Da allora è sempre stato eletto in Parlamento, fino al 1991, quando l’allora presidente della Repubblica Cossiga lo nomina senatore a vita.

Per Andreotti, la figura di De Gasperi, leader del Partito Popolare e poi fondatore della Democrazia Cristiana, fu quella di un maestro e di un apripista (per quanto avesse riferito su di lui agli Alleati) tanto che già nel 1947, dietro la sollecitazione di Giovanni Battista Montini, dal 1963 papa Paolo VI, lo nominò sottosegretario dalla presidenza del consiglio. Forte dei voti che gli derivavano dal radicamento nella circoscrizione laziale (e a cui, dal 1968, si aggiunse il supporto siciliano del ‘grande elettore’ Salvo Lima con tutti gli strascichi giudiziari degli anni Novanta), Andreotti sapeva sfoderare capacità diplomatiche che lo resero centrale in più di un’occasione.

Quella ricordata con maggiore frequenza è il sabotaggio della cosiddetta ‘operazione Sturzo’. Era il 1952 e a Roma si preparavano le elezioni amministrative in cui la Dc sembrava in aria di presentare una lista capeggiata da Luigi Sturzo e appoggiata da monarchici e postfascisti. Ad Andreotti era chiaro che una mossa del genere avrebbe innescato una crisi di governo, vista la contrarietà espressa da liberali, repubblicani e socialdemocratici. E così si attivò presso papa Pacelli, Pio XII, sfruttando i buoni servigi della sua più stretta collaboratrice, suor Pascalina. Ottenne l’effetto di bloccare il progetto politico dal futuro catastrofico e guadagnò punti sul suo padrino politico, De Gasperi, che invece aveva fallito nello stesso intento.

Il 1954, l’anno in cui De Gasperi muore, è anche quello in cui Andreotti diventa per la prima volta ministro. A 35 anni si ritrova a capo degli interni, il ministero della pubblica sicurezza, ed è proprio il periodo in cui – tra delitto Montesi (dal cognome di una ventunenne, Wilma, trovata senza vita nel 1953 sulla spiaggia di Torvaianica) e scandalo Giuffré su attività finanziarie truffaldine che pur lo lambirono – videro uscire di scena alcuni suoi concorrenti, come Attilio Piccioni, il cui figlio rimase coinvolto nella vicenda della ragazza romana.

Arrivarono i tempi dei dossieraggi dei servizi segreti e i venti di golpe. La fine degli anni Cinquanta coincise con la conquista di un’altra roccaforte di potere, il ministero della difesa, e qui rimase fino a quando scoppiò un altro scandalo. Fu quello dei dossieraggi del Sifar al tempo del generale Giovanni de Lorenzo, 150 mila fascicoli su politici, sindacalisti, intellettuali e altre personalità pubbliche – a iniziare dal candidato al Quirinale Giovanni Leone e soprattutto da sua moglie Vittoria – che avrebbero dovuto essere distrutti in un inceneritore di Fiumicino e che invece vennero in parte ritrovati nell’archivio uruguaiano della P2.

A questa vicenda si aggiunse la preoccupazione destata dal ‘Piano Solo’ che nel 1964 aveva fatto temere il golpe e il cui scopo politico ultimo fu il contenimento delle istanze del partito socialista durante i primi governi di centrosinistra. Ma nel corso di quel periodo, ci fu anche un evento che segnò la permanenza di Andreotti alla difesa: la commissione d’inchiesta sulla morte di Enrico Mattei, il presidente dell’Eni precipitato nel 1962 con il suo aereo nei cieli di Bascapè. Commissione che in 4 mesi si pronunciò escludendo l’ipotesi dell’attentato, riemerso invece molto più tardi, negli anni Novanta, nelle inchieste dell’allora sostituto procuratore di Pavia Vincenzo Calia.

Sindona, Gelli, il terrorismo e il delitto Moro: il nodo degli anni Settanta. Se il sesto decennio del Novecento fu un periodo di mare grosso, ma anche di ulteriore forza politica per Giulio Andreotti, quello successivo non fu da meno. I Settanta infatti si aprirono presto sul ‘salvatore della lira’ Michele Sindona e sulle malversazioni delle sue banche, con i fallimenti del 1974 e che videro il Divo in stretto contatto – per quanto filtrato da una rete costante di intermediari, tra cui il suo braccio destro, Franco Evangelisti – con chi tentava il salvataggio degli interessi del banchiere nato in Sicilia e trasferitosi a Milano negli anni Cinquanta attestandosi come un mago dell’economia e della sparizione di capitali all’estero.

Su queste magie, nell’autunno del 1974, venne chiamato a lavorare il commissario liquidatore Giorgio Ambrosoli che, dopo quasi 5 anni di lavoro, attacchi istituzionali, minacce e la quasi in completa solitudine (oltre a uno stretto pool di collaboratori, l’avvocato poté contare sull’aiuto solo del maresciallo della guardia di finanza Silvio Novembre), arrivò a ricostruire le trame sindoniane per finire assassinato. Accadde l’11 luglio 1979 per mano del killer William Joseph Aricò su mandato di Sindona. E nel 2010, in una delle sue ultime apparizioni, di fronte alle telecamere di Giovanni Minoli, Andreotti commentò che Ambrosoli ‘in termini romaneschi se l’andava cercando’. Subito dopo, in piena polemica, sostenne di essere stato frainteso.

Ma gli anni Settanta non hanno significato solo questo. Sono infatti coincisi con il periodo delle stragi, a iniziare da quella di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e di dichiarazioni fatte per proteggere sodali, come il finto giornalista Guido Giannettini (per il cui favoreggiamento Andreotti fu prosciolto nel 1982) o l’estremista di Ordine Nuovo Giovanni Ventura. Episodi che, nel corso dei processi per i fatti della Banca Nazionale dell’Agricoltura, verranno a galla e già prima erano state ammesse a mezzo stampa quando non era più possibile negarle. E che porteranno alla condanna da parte di uomini di Andreotti nei servizi, come il generale Gianadelio Maletti, riparato in Sudafrica dopo la sentenza del 1979.

Gli anni della strategia della tensione hanno significato inoltre sequestro e delitto Moro (dal 16 marzo al 9 maggio 1978), la linea della fermezza smentita da tentativi di trattative occulte e i comitati per la gestione dell’emergenza fortemente infiltrati da aderenti alla loggia massonica P2 proprio nel periodo in cui Giulio Andreotti era presidente del consiglio dei ministri e Francesco Cossiga agli interni. Ci sono state le leggi speciali contro il terrorismo e la solidarietà nazionale dell’esecutivo che soppiantò l’avvicinarsi del compromesso storico con il Pci.

Da via Monte Nevoso a Gladio: altri segreti da non poter più negare. Tutte vicende, queste, che non hanno mai smesso di far indagare e scrivere, nonostante il riflusso, anche istituzionale e per quanto rotto da periodiche crisi, degli anni Ottanta. Divenuto nel 1983 ministro degli esteri nel corso del primo governo presieduto da Bettino Craxi, con lui il Divo si scontrò più volte, come nel corso della crisi di Sigonella.

Era il 1985 e il premier socialista arrivò alla rottura dei rapporti con il presidente degli Stati UnitiRonald Reagan mentre Andreotti cercava la via della trattativa con i palestinesi, forte dei suoi rapporti consolidati con Yasser Arafat. Ma fu in quel decennio che si consolidò il Caf (Craxi, Andreotti e Forlani) in opposizione alla tradizione pentapartitica che un altro democristiano, Ciriaco De Mita, avrebbe voluto conservare.

Con la caduta del muro di Berlino e la fine del bipolarismo Usa-Urss, ecco che nel 1990 si approssimò un altro scandalo. Era il periodo in cui Francesco Cossiga aveva già conquistato il Quirinale perché, nel 1985, era stato ritenuto – a torto – dai suoi compagni di partito un capo di Stato non troppo presenzialista. Ma nell’estate 1990 fu ormai innegabile l’esistenza di Gladio di cui Cossiga sapeva molto, un esercito segreto nato a seguito di accordi bilaterali risalenti agli anni Cinquanta tra servizi italiani e statunitensi.

Il 2 agosto di quell’anno, a 10 anni dalla strage alla stazione di Bologna, Andreotti promise che in una sessantina di giorni avrebbe riferito al parlamento sull’argomento. Intanto accadde che il 9 ottobre saltò fuori una nuova versione del memoriale di Aldo Moro dal covo milanese di via Monte Nevoso e 11 giorni più tardi, il 20 ottobre, Andreotti consegnò la prima versione del suo rapporto, intitolato ‘Sid parallelo – Operazione Gladio’, poi ridotto il 23 ottobre in un nuovo documento più stringato, chiamato semplicemente ‘Operazione Gladio’.

A quel punto Cossiga ‘impazzì’ e dall’aplomb sfoderato almeno in sede pubblica passò alla carriera da ‘picconatore’ con attacchi istituzionali ad Andreotti che, come suo costume, preferì scartare. Accusato negli anni successivi di aver favorito cosa nostra e di essere il mandante dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, assassinato a Roma il 20 marzo 1979, dopo la nomina a senatore a vita dal punto di vista politico fu un progressivo ritiro, tra nuovi partiti d’ispirazione cattolica e suspance quando si trattava di appoggiare o meno i governi di centrosinistra di Romano Prodi e Massimo D’Alema.

E forse, uno dei sunti migliori su un’attività così lunga e così piena di luci e ombre, la diede il film biografico ‘Il divo’ uscito nel 2008 per la regia di Paolo Sorrentino: ‘È inimmaginabile per chiunque la quantità di Male che bisogna accettare per ottenere il Bene’.

Domani, secondo quanto si apprende da fonti vicine al Quirinale, si svolgeranno i funerali. Secondo fonti vicine alla famiglia non ci saranno esequie di Stato ma probabilmente una funzione privata nella chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, vicino alla residenza del senatore a vita. La camera ardente si aprirà questo pomeriggio, allestita nello studio della sua casa in corso Vittorio Emanuele, nel centro di Roma. Potranno rendere l’ultimo saluto al politico amici, colleghi e chi lo conosceva.

Su Twitter#AndreottiDivoMoroRai

(fonte ilFattoquotidiano)

Berlusconi: ‘magistratura irresponsabile’, Pd ‘ sì in caso di richiesta di arresto’

silvio-berlusconi-bettino-craxi‘I ripetuti comportamenti processuali di una parte della magistratura, che è mossa da un pregiudizio politico, non sono più tollerabili. La magistratura si è trasformata da ordine dello Stato in un potere assoluto, onnipotente e irresponsabile’. Lo ha detto Silvio Berlusconi in una intervista a Panorama.

I poteri dello Stato e ‘in particolare quello politico e giudiziario, non possono e non debbono trovarsi in posizione di ostilità tra di loro’. Lo ha detto il ministro della Giustizia Paola Severino.

Silvio Berlusconi al momento si trova ancora ricoverato all’ospedale San Raffaele di Milano. I suoi medici stanno valutando le sue condizioni per capire se dimetterlo o meno.

Il presidente della Repubblica ‘ha rivolto un appello, che faccio mio, al rispetto effettivo del ruolo e della dignità tanto della magistratura quanto delle istituzioni politiche e delle forze che la rappresentano’. Lo ha detto il vicepresidente del Csm Michele Vietti riferendosi ai contenuti dell’incontro di ieri con il Capo dello Stato. E ancora: ‘Il Csm riafferma il proprio ruolo di garante dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura’.  Sono ‘gravi’ le ‘vicende accadute’, ma ‘per senso di responsabilità, accogliendo l’invito del suo presidente, il Csm evita qualunque commento’. Lo ha sottolineato il vicepresidente del Csm Michele Vietti, in apertura del Plenum, in merito alla vicenda della manifestazione del Pdl al Tribunale di Milano. Il testo che ha letto Vietti è stato oggetto di un confronto tra tutti i gruppi presenti al Csm prima dell’apertura del plenum. Il vicepresidente del Csm ha esordito richiamando alcune dichiarazioni di ieri del capo dello Stato, il quale – ha ricordato – ‘ha espresso il suo vivo rammarico per il riaccendersi di tensioni e contrapposizioni tra politica e giustizia. Rammarico, in particolare, per quanto è accaduto l’altro ieri ed è sfociato in una manifestazione politica senza precedenti all’interno del palazzo di giustizia di Milano’.

Vietti ha poi richiamato l’incontro di ieri tra il capo dello Stato e il comitato di presidenza del Csm e ‘l’ampio scambio di vedute’ che c’è stato. Infine, ha ricordato il passaggio in cui il capo dello Stato ‘ha indicato nel più severo controllo di legalità un imperativo assoluto per la salute della Repubblica, da cui nessuno può considerarsi esonerato in virtù dell’investitura popolare ricevuta’. Dopo l’intervento di Vietti non c’è stato alcun dibattito al Csm. D’altra parte i laici del Pdl avevano già fatto sapere che, in caso contrario, sarebbero usciti dall’aula Bachelet.

‘Se gli atti fossero fondati, voteremmo per il sì’. Così Maurizio Migliavacca, coordinatore della segreteria nazionale del Pd, risponde a Sky Tg24 alla domanda se il partito di Bersani voterebbe a favore in Senato di un’eventuale richiesta di arresto di Silvio Berlusconi. ‘Dovremmo vedere le carte. Noi abbiamo un atteggiamento rispettoso di atti della magistratura che fossero corretti’, conclude.

‘Ho un serio problema agli occhi. Il mio stato potrà anche suscitare l’ironia di qualche pubblico ministero, gli farà magari chiedere, e magari ottenere, una ridicola ‘visita fiscale‘. Ma a me non impedisce di vedere bene nel mio futuro: io so che a Milano non ho mai avuto giustizia. Anche per vedere riconosciuta la mia innocenza nei tre attuali processi è probabile che dovrò attendere sino alla Cassazione ma non posso desistere’. Così parla Silvio Berlusconi a Panorama. ‘Ero talmente sicuro di poter essere presente in aula – continua Berlusconi nell’intervista – prima di essere costretto a curarmi al San Raffaele, da aver pensato al testo di una mia dichiarazione spontanea. Ai giudici avrei detto: ‘Il buon senso vorrebbe che io fossi altrove, a rappresentare gli interessi di 9 milioni di elettori. Invece sono qui, da cittadino offeso e indignato per una sentenza di primo grado che può essere considerata solo una sentenza costruita espressamente contro di me perché capovolge la realtà, offende il buon senso e cancella il diritto’.

‘I ripetuti comportamenti processuali di una parte della magistratura – continua – , che è mossa da un pregiudizio politico, non sono più tollerabili. La magistratura si è trasformata da ordine dello Stato in un potere assoluto, onnipotente e irresponsabile’. ‘Corre voce – sostiene ancora Berlusconi – che nel palazzo di giustizia di Milano si parli espressamente e senza vergogna di una ‘operazione Craxi 2‘. Non sono riusciti a eliminarmi con il mezzo della democrazia, le elezioni, e ora tornano a provarci attraverso questo uso della giustizia a fini di lotta politica. Sanno che sono io il vero ostacolo sulla strada della sinistra’.

E a proposito di Napoli e della richiesta di giudizio immediato nei confronti di Silvio Berlusconi nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta compravendita di senatori (analoga richiesta è stata formulata per il sen. Sergio De Gregorio e l’ex direttore dell’Avanti, Valter Lavitola, la corruzione il reato ipotizzato).

Anche le ultime accuse arrivate da Napoli sono secondo l’ex premier una macchinazione. ‘De Gregorio – sostiene – aveva preannunciato questo suo comportamento con più visite a nostri parlamentari. Aveva detto di essere in grave difficoltà, di avere assoluto bisogno di 10 milioni di euro, in parte per pagare dei debiti ed evitare la bancarotta e in parte per recarsi in un altro paese e ricostruirsi una nuova vita e per evitare il carcere alla moglie’.

‘Alle risposte necessariamente negative dei nostri rappresentanti – aggiunge – se ne era andato sbattendo la porta e minacciando di raccontare ai pm, che insistevano in questa direzione, quelle menzogne che poi in effetti ha raccontato davvero per scampare alla prigione. Mi chiedo perché, pur sapendo già la risposta, i pm anziché chiedere il giudizio immediato non abbiano fatto le opportune investigazioni che avrebbero dimostrato fin da subito l’assurdità delle dichiarazioni di De Gregorio’.

Quarant’anni di storia politica italiana: nasce online il primo archivio degli spot politici

Image of former PM of Italy, Bettino Craxi

Image of former PM of Italy, Bettino Craxi (Photo credit: Wikipedia)

Ci sono gli spot socialisti con Bettino Craxi, quelli contro la violenza sulle donne del Partito comunista, le prime clip di Forza Italia nel 1994, gli esordi di Antonio Di Pietro e tanto altro. Il primo archivio degli spot politici italiani, che comprende già più di 450 video dal 1974 a oggi, è online dal 4 dicembre: quasi quarant’anni di storia politica italiana raccontati attraverso immagini,  finalmente consultabili da chiunque attraverso un unico sito internet, anche attraverso dodici percorsi tematici. ‘Archivi spot politici‘, la più importante opera di recupero della pubblicità elettorale del nostro Paese, nasce da un progetto di ricerca di interesse nazionale (Prin 2008), finanziato dal ministero dell’Istruzione e della Ricerca e realizzato dall’università di Roma Tre, sul tema della popolarizzazione della politica.

I primi spot politici – ‘E’ un lavoro che ci ha impegnato per due anni – racconta Edoardo Novelli, giornalista, docente di Comunicazione politica e coordinatore della ricerca – e che ha consentito di salvare e rendere pubblici materiali che altrimenti sarebbero andati prima o poi distrutti. I primi documenti raccolti risalgono infatti al 1974: sono quattro spot realizzati dal Comitato per il no al referendum sul divorzio e destinati alle sale cinematografiche’.

Le tele-elezioni – Solo alla fine degli anni Settanta, con la nascita delle televisioni private, nascono i primi spot politici per il piccolo schermo. ‘Un tipo di pubblicità’, racconta Novelli, ‘di cui tutti i partiti si serviranno con le elezioni politiche dell’83, le prime tele-elezioni italiane’. Sono gli anni in cui la Dc realizza dei veri e propri spot sul modello di quelli commerciali insieme alle agenzie pubblicitarie – ‘memorabile ‘lo slogan ‘Decidi Dc‘  -, il Partito comunista commissiona ai registi di area delle vere e proprie mini fiction, mentre il Partito socialista punta tutto sulla figura di Bettino Craxi. ‘Una tendenza, questa a incentrare lo spot sul leader di partito, che esploderà con la nascita di Forza Italia e la discesa in campo di Silvio Berlusconi‘.

Gli anni Novanta e la par condicio – ‘In questi anni gli spot diventano quasi sensoriali’, spiega Edoardo Novelli. ‘Il predominio non è più della parola ma dell’immagine e il politico protagonista sembra quasi un attore. Bellissimo il primo video elettorale di Forza Italia  oppure quello, molto paternalistico, degli auguri di Natale inviati da Silvio Berlusconi al Paese nel 1999. Elementi ricorrenti degli spot di questi anni: il volto del Cavaliere e la sua scrivania’. Solo dopo il ’99, in occasione di una campagna di tesseramento per Forza Italia, a parlare sono i cittadini comuni che dichiarano il motivo per cui si sono iscritti al partito. Negli anni Novanta, però, gli spot politici si riducono e perdono potenzialità: con il decreto legge Gambino e un provvedimento del Garante per l’Editoria, durante la campagna elettorale viene di fatto vietata la trasmissione dei video politici.

The logo of Forza Italia used in the 2006 elec...

The logo of Forza Italia used in the 2006 electoral campaign (Photo credit: Wikipedia)

La rinascita grazie a Internet – ‘Dagli anni Duemila, invece, si assiste a una grande rinascita del genere. Merito della rete, in grado di influenzare la comunicazione politica e le forme della campagna elettorale’. Sempre più partiti e candidati decidono di realizzare video a basso costo, in molti casi ironici e originali, da pubblicare sui propri siti internet, come quello del 2011 di Pierluigi Bersani mentre si rimbocca le maniche. ‘Con lo sviluppo dei social network, poi, si cimentano nel genere non solo i partiti ma anche soggetti esterni, militanti, creativi, semplici cittadini’, racconta Novelli. ‘Sora Cesira o Il Terzo segreto di Satira, per esempio, soprattutto in occasione delle elezioni, realizzano materiali satirici che, grazie ai social network, si diffondono sul web in maniera virale e finiscono per essere visti da milioni di utenti. Oggi, insomma, è la rete ad essere diventata la nuova piazza della comunicazione politica’.

Il sito www.archivispotpolitici.it contiene gli oltre 450 spot raccolti, analizzati e schedati, sino ad ora e rappresenta il primo archivio italiano dedicato a questo particolare documento audiovisivo.

(fonte Sky24)

www.archivispotpolitici.it

Enrico Berlinguer hot topic su Twitter

‘Certo che vedere Enrico Berlinguer e Mussolini insieme nei TT è impressionante’. Con l’hashtag #crisi, quando accendiamo Twitter, è il primo di una lunga lista sul politico italiano autore della prima riforma universitaria. Tornato sugli spalti mediatici, Rete inclusa, come hot topic del giorno fra i cinguettii di Twitter, Enrico Berlinguer continua a far parlare di se. Ma perché twittopolis, questo l’avatar di chi ha twittato, si accanisce tanto sul politico che ha firmato la scissione del partito comunista italiano da quello russo (Compresso storico)?

Oggi è l’anniversario della morte del politico e La storia siamo noi di Gianni Minoli, gli dedica una puntata. Enrico Berlinguer il segretario più amato del Pci e della Prima Repubblica (Benigni lo ha anche preso in braccio) si è spento all’età di 62 anni, l’11 giugno del 1982 quando Craxi era presidente del Consiglio e Sandro Pertini della Repubblica. Pagine Facebook dedicate, un sito internet in italiano, il primo del Web, Wikipedia, lo ricordano e continuano a parlarne. Perché?

Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e l’ingiustizia.” E. Berlinguer

http://www.enricoberlinguer.it/
http://www.enricoberlinguer.it/qualcosadisinistra/2011/06/11/il-decalogo-della-questione-morale/

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