Bersani: ‘Anche la politica deve guarire’

Pier Luigi Bersani #cookednews

Pier Luigi Bersani sta bene. È dimagrito ma l’ho visto mangiare con appetito, rendendo il giusto onore a quegli straordinari tortelli piacentini fatti in casa. Sulla testa sono ormai pallidi i segni dell’operazione che ha bloccato la sua emorragia cerebrale: bisogna cercarli per riconoscerli. Gli sono pure ricresciuti i capelli (dove possono). Da quella drammatica mattina del 5 gennaio non ha più fumato: «Nessuno me lo ha imposto, ma visto che c’ero…». Il suo volto, le reazioni, lo sguardo sono quelli di sempre. E così la voglia di scherzare, che penso sia diventata per lui una sorta di autodisciplina, un modo per darsi un limite, per non prendersi mai troppo sul serio

I collegamenti con Roma tornano a farsi giorno dopo giorno più intensi, soprattutto attraverso il telefonino che ronza nonostante la moglie Daniela fulmini quell’oggetto con gli occhi. La passione per la politica resta per lui una carica vitale. S’arrabbia nel parlare delle cose che non gli sono piaciute in questi giorni, a partire dai modi con i quali Renzi ha scalzato Letta e imposto, con la forza, il suo governo senza aver dato una spiegazione compiuta.

Ha riletto “La morte di Ivan Il’ic” Ora è alle prese con Machiavelli. Dalla Juve un dono graditissimo: la maglietta firmata dai giocatori «I test dicono che la mia memoria è al 100%. Ma se avessi perso quel 5% che dico io, non mi sarebbe dispiaciuto» «Basta inseguire i pifferai. Il Pd deve tornare a pensare e a discutere. Non è un nastro trasportatore, né un’appendice».

Bersani non si rassegna alla politica ridotta a partita di poker: «Dobbiamo sempre pensare al film di domani. Oggi stiamo preparando il futuro. E mi preoccupa questo distacco tra la società e le istituzioni democratiche. Temo che il distacco continui a crescere e nessuno di noi può illudersi che basti un po’ di populismo e di demagogia, magari in dosi contenute, per risolvere il problema. Bisogna dire la verità al Paese, e non inseguire i pifferai sperando di batterli sul loro terreno. Dire la verità, affrontare i problemi concreti, le questioni che si stanno incancrenendo perché nessuno ha il coraggio di dire dei no quando sono scomodi. Io ho sbagliato in qualche passaggio, ho commesso errori, ma resto convinto che la politica non ritroverà se stessa nei particolari e nelle tattiche. È il senso, la direzione di marcia che le dà forza. O la ritroviamo, o ci perdiamo».

Sono andato a trovare Bersani a Piacenza con Miguel Gotor. Che gli ha portato in regalo la nuova edizione de Il Principe di Machiavelli, edito da Donzelli. Il regalo si prestava a facili ironie. Ma Bersani si è messo a ridere perché aveva sul tavolino e stava finendo di leggere proprio I corrotti e gli inetti. Conversazioni su Machiavelli di Antonio Gnoli e Gennaro Sasso. Più che il 500esimo anniversario de Il Principe, deve essere la crisi della politica a suscitare questa curiosità. O forse è il risorgente «fiorentinismo». Bersani ha ripreso a leggere da quando si è quietato il terribile mal di testa che lo ha perseguitato per tutta la prima fase della convalescenza.

Quando racconta la sua malattia, la sofferenza è legata soprattutto a quel mal di testa insopportabile, vai a capire quanto legato alla vecchia cervicale e quanto all’operazione vera e propria.

Non ho avuto il coraggio di chiedergli se ha avuto paura di morire. Lui però ha detto che quando il chirurgo gli chiese la firma per il consenso informato, prima dell’intervento, non esitò un secondo. Il medico provò a elencare i rischi: «Lei può morire, oppure…». «L’ho interrotto subito ricorda Bersani e ho detto: penso che quello che sta per dirmi sia anche peggio di morire». Certo, entrando in casa Bersani (per me era la prima volta), non ci vuol molto a capire dove trovi quella riserva di energia umana e di serenità: l’affetto, l’amore della signora Daniela e delle figlie è una protezione così attiva e robusta che vale certo più di tante terapie e tecnologie. «Se avessi potuto, ovviamente mi sarei evitato tutto questo. Ma, pur nella sventura, confesso di uscirne con un sentimento di soddisfazione.

La persona vale sempre più di ciò che fa». Nel dolore si ritrova la solidarietà. E il senso della misura. Di manifestazioni di solidarietà, di amicizia, di stima ne ha avute tantissime. E continuano.

Gli ho detto che anche noi, a l’Unità, siamo stati invasi da messaggi di simpatia e di incoraggiamento, che andavano molto oltre il consenso o il dissenso su singole scelte politiche. «Quando sono tornato a casa mi è venuta voglia di rileggere La morte di Ivan ll’ic di Tolstoj. Non me lo ricordavo così. I punti di vista sul senso della vita cambiano con l’esperienza, ma guai a perdere l’umanità più profonda. E guai a non cogliere le occasioni che la vita ti dà per scoprirle».

Un punto di vanto per Pier Luigi Bersani è senza dubbio l’ospedale di Parma, la sanità emiliana. Nel racconto qui prevale la razionalità sul sentimento.

Fu lui, da presidente della Regione, a proporre di concentrare su Parma il servizio di neurochirurgia per tutta l’area tra Reggio e Piacenza.

«La neurochirurgia è un business e giunsero diverse offerte di privati per costruire centri nelle tre province. Qualcuno può pensare che sia più comodo avere la clinica nella propria città. Ma decidemmo di puntare sul pubblico e su un unico grande centro specializzato, a Parma, in modo da attirare professionalità, tecnologie, ricerca. Non fu una scelta facile, ma ho sperimentato che è stata davvero la migliore, che abbiamo costruito un’eccellenza del Paese. Correvo da Piacenza in ambulanza ma intanto i medici di Parma, collegati in rete, leggevano la mia Tac. Sono stato curato al meglio, e sono stato trattato come ogni persona che si trovi nella medesima condizione».

In quei giorni, nel turbine della paura e della solidarietà mentre la signora Daniela negava la benché minima soddisfazione a telecamere o giornalisti perché, in fondo, considerava persino immorale che le si domandasse qualunque cosa finché sussisteva un pericolo di vita diventò un tormentone la partita Juventus-Roma, quella che il 5 gennaio Bersani chiese alla figlia di registrare prima di entrare in sala operatoria. Da romanista fatico a ripassare la materia, comunque ho saputo che il risultato (3-0) è stato comunicato a Bersani al risveglio e che la registrazione è stata la prima cosa vista alla tv di casa, al rientro. L’orgoglio di tifoso è stato poi solennemente premiato qualche giorno fa: a Piacenza è arrivato Giuseppe Marotta, direttore generale della Juventus, portando in dono a Bersani una maglia dei bianconeri, con le firme di tutti i giocatori. «È stato veramente un grande gesto di amicizia», scandisce compiaciuto. Temo per Gotor che il suo regalo resti a un gradino inferiore: ho sempre avuto la sensazione che la passione per il calcio sia molto forte in Bersani e che sia abituato a reprimerla in pubblico.

 Certo, la politica dà più preoccupazioni. Del nuovo governo, Bersani apprezza la scelta di Pier Carlo Padoan all’Economia. Tra i ministri ci sono suoi amici, ci sono giovani sui quali ha puntato. Ma ci sono anche cose che lo convincono poco. Soprattutto non lo convince la sovraesposizione di Renzi, il rischio che sfiora l’azzardo. I giovani e il record di presenze femminili sono una bella scommessa ma tutto, troppo è in capo «alla responsabilità personale di Renzi». Lui ha deciso ogni cosa: i tempi, la forzatura, gli equilibri. E a Bersani continua a non piacere la politica personale: «La modernità esalta la leadership, ma ci deve essere qualcosa di più di una squadra attorno al leader. C’è bisogno di una comunità che condivide, partecipa, collabora, costruisce». Non gli è piaciuto neppure il voto della minoranza in direzione. Quel voto a favore dopo le astensioni nelle precedenti riunioni gli è apparso come un salto logico, anch’esso non ben motivato. Se la responsabilità è di Renzi, «bisogna tenere vivo con lealtà e chiarezza il confronto nel partito. Serve a tutti, non solo al Pd». Con una precisazione: «Questo non vuol dire che ora non si debba collaborare. Si partecipa e si fa di tutto perché l’impresa riesca. Quando sento qualcuno che ipotizza di non votare la fiducia, penso che abbia perso la bussola. La fiducia si vota, altrimenti finisce il Pd. Poi bisogna tornare a pensare e a discutere, senza timore di dire la nostra, su cosa è utile che il governo Renzi faccia per l’Italia e su cosa dovranno fare i democratici da domani».

Le elezioni e la centralità del PD

La chiacchierata con Bersani intreccia passato e futuro. «Le elezioni non sono andate come volevamo, ma hanno confermato la centralità del Pd e la sua preminente responsabilità verso l’Italia. Il Pd è la struttura portante, la spina dorsale di un Paese in affanno. Da qui bisogna partire. Dalle risposte che dobbiamo ai giovani senza lavoro, alle imprese che stanno chiudendo, alla manifattura italiana, alle eccellenze che rischiano di diventare preda di acquirenti stranieri, alle famiglie che non ce la fanno». Bersani vorrebbe scuotere Renzi. Ma anche chi si è battuto contro di lui al congresso e chi si sente più vicino alla delusione di Letta, perché il Pd ha bisogno di tutti per rafforzare il legame con la società. «Il Pd non è un nastro trasportatore di domande indistinte. Non è un ufficio al quale si bussa per sentirsi dare risposte generiche o demagogiche. La centralità del Pd non deve cambiare la nostra idea del governo: guai a pensare che le istituzioni siano spazi da occupare e che per il consenso basti il messaggio. Il governo è coerenza, competenza, rischio. E siccome è anche la responsabilità più impegnativa della politica, da qui deve ripartire il confronto. E il solo modo per aiutare l’Italia e dunque anche il nuovo governo».

Poi, dopo l’avvio del governo, si aprirà il confronto sul rilancio del partito. «Che non è dice Bersani un’appendice insignificante del governo. Bisogna mantenere una capacità propositiva e un profilo di autonomia». Ma non ha vinto l’idea di Renzi della sovrapposizione dei ruoli e delle funzioni? Si può riaprire una battaglia che è stata persa?

Bersani sa bene che sono in tanti a dire che proprio lui ha perso la battaglia sul ruolo del partito. «Il tema tornerà perché è vitale per la democrazia italiana. Non si rompe la tenaglia populista di Berlusconi e Grillo senza ridare al partito una dimensione sociale, ideale, di composizione e selezione degli interessi. So di non essere riuscito a cambiare lo statuto del Pd come avrei voluto. Ma non ho mai avuto una vera maggioranza per farlo. C’era sempre qualcosa che lo impediva. Ho cercato di compensare questo limite proponendo una costituzione materiale del Pd diversa da quella formale. Ho parlato di collettivo, ho respinto l’idea di un partito personale, mi sono battuto perché la modernità democratica non contraddicesse i principi della Costituzione. Ma la battaglia continua».

Prima di tornare a Roma, Bersani dice che dovrà ancora «misurarsi con l’esterno». È già andato agli argini del Po, lontano da occhi indiscreti. Altre passeggiate sono in programma. È stato per me un grande piacere rivederlo e abbracciarlo. Confesso che temevo qualche ferita più profonda. Invece abbiamo parlato, come altre volte, cercando di andare oltre la cronaca incalzante. A proposito di cronache: «Il medico racconta ancora Bersani mi ha fatto i test della memoria e della concentrazione. Ha detto che avendo lavorato in quel punto della testa, voleva avere la certezza che tutte le potenzialità fossero state preservate. Mi ha fatto una certa impressione quando ha detto di aver “lavorato” sulla mia testa, ma poi sono stato rassicurato. Tutto è a posto al 100%. L’ho ringraziato. Dopo però ci ho ripensato: se mi avesse tolto dalla memoria quel 5% che ancora mi fa male, forse sarebbe stato perfetto».

(L’Unita’)
#Cookednews, #juve#Renzi

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Ilva: sciopero ad oltranza per gli operai di Taranto. L’allerta di Confindustria

Gli operai dello stabilimento siderurgico dell’Ilva di Taranto hanno bloccato le vie di accesso alla città e nel pomeriggio anche la sala consiliare del Comune, dopo che la procura pugliese ha disposto il sequestro per ragioni ambientali di parte del sito che occupa 12.000 persone.

I lavoratori proseguono lo sciopero a oltranza deciso ieri sera, in assemblea.

La vicenda, che ha creato profonde divisioni nella città, vede da un lato i magistrati, secondo i quali le emissioni dello stabilimento hanno messo a rischio la salute di migliaia di lavoratori e di abitanti delle zone circostanti, e dall’altro industriali e sindacati preoccupati per il futuro del sito industriale e dei suoi occupati.

‘Lo sciopero proseguirà finché non otterremo quella che per noi è l’unica soluzione possibile, ossia un blocco cautelativo con gli impianti che rimangono in marcia e la certezza che nulla cambi nella situazione dei lavoratori e delle loro famiglie’, ha detto a Reuters il segretario provinciale della Uilm Taranto, Roberto Basile.

Molto preoccupato si è definito il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, perché ‘non sono solo a rischio le sorti della prima acciaieria di Europa, di decine di migliaia di lavoratori e di un intero territorio. Ad essere a rischio, proprio in un momento così delicato per l’Italia, è la stessa vocazione industriale del nostro Paese‘.

‘Chiederò che il provvedimento di riesame avvenga con la massima urgenza’. Così il ministro Clini sulle misure della magistratura per l’Ilva di Taranto. ‘Verrà affrontata l’emergenza – continua – per almeno 15.000 persone in seguito a iniziative della magistratura che sta procedendo al sequestro per disastro ambientale e a altre misure cautelari’. Le risorse per ‘interventi urgenti di riqualificazione ambientale‘ a Taranto saranno pari a ‘un importo complessivo di 336 milioni di euro‘. Lo annuncia il ministro dell’Ambiente Corrado Clini spiegando i contenuti del protocollo d’intesa firmato ieri al ministero. L’accordo prevede una ‘cabina di regia’ presieduta dal presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. ‘La Puglia si costituirà parte civile se si dovesse arrivare al processo nell’inchiesta della magistratura sull’Ilva. Ad affermarlo il governatore della Puglia. ‘Se la magistratura – dice – avesse indicato delle prescrizioni, l’Ilva avrebbe il dovere di adempierle’.

Anche Federacciai ha contestato, in un comunicato, il provvedimento di sequestro deciso dal gip di Taranto e ha chiesto al governo ‘di compiere ogni possibile passo per la riapertura dello stabilimento’.

L’associazione definisce ‘opinabili’ le correlazioni tra l’esistenza dell’impianto industriale e la salute per chi lavora in Ilva o vive nelle zone circostanti e che hanno portato al provvedimento del magistrato.

In segno di protesta i lavoratori hanno bloccato i due ponti di accesso a Taranto venendo da Bari, il ponte di pietra e quello girevole e tutte le strade principali della città: la statale 7 via Appia, la statale 172 in direzione Martina Franca e la statale 100 che collega Taranto a Bari.

Nel pomeriggio, poi, i contestatori hanno occupato anche la sala consiliare del Comune di Taranto. Non si sono registrati finora scontri, anche se le forze dell’ordine temono che qualche infiltrato possa approfittare della situazione di tensione.

L’inchiesta della procura di Taranto, oltre che al sequestro degli impianti, sei aree, ha portato anche all’arresto ai domiciliari di otto persone, tra dirigenti ed ex dirigenti dell’Ilva, per concorso in disastro ambientale.

Tra questi Emilio Riva, fondatore del gruppo Riva che controlla l’Ilva, il figlio Nicola Riva, ex presidente di Ilva e Luigi Capogrosso, ex direttore dell’impianto, una delle poche grandi realtà industriali del Sud Italia e del Mezzogiorno.

Il ricorso dei legali della società contro il sequestro di parte dell’impianto verrà discusso venerdì prossimo, 3 agosto, davanti ai giudici del Tribunale del Riesame di Taranto. E nello stesso giorno cominceranno anche le discussioni sulle misure cautelari nei confronti degli otto indagati.

Il procuratore di Taranto, Franco Sebastio, ha spiegato che l’attuazione del sequestro è un’operazione complessa, vista la grandezza del sito in questione, e che l’eventuale disattivazione degli impianti avverrebbe comunque in maniera graduale. ‘Non può esserci un bivio per la magistratura tra la tutela del posto di lavoro e la tutela dell’ambiente. Esiste l’obbligatorietà dell’azione penale e la necessità di perseguire i reati. Abbiamo operato nel recinto delimitato dal codice penale’.

L‘Ilva è uno degli impianti siderurgici più grandi d’Europa e nel 2011 ha prodotto 8,5 milioni di tonnellate, il 30% circa della produzione totale italiana. Le sei aree sequestrate sono rappresentate dai parchi minerali, la cockeria, gli altiforni, le acciaierie, l’agglomerazione e il deposito materiale ferroso.

https://cookednews.wordpress.com/2012/07/26/ilva-sigilli-a-taranto-e-disastro-ambientale-in-8mila-a-difendere-il-posto-di-lavoro/

http://www.rivagroup.com/it/Default.aspx

Ilva: sigilli a Taranto, è disastro ambientale. In 8mila a difendere il posto di lavoro

Ottomila operai hanno lasciato la sede di lavoro e alle 14 sono usciti dai cancelli dello stabilimento Ilva di Taranto per protestare contro il provvedimento di sequestro ordinato dalla Procura della Repubblica nell’inchiesta per disastro ambientale a carico dei vertici della fabbrica in cui si lavora l’acciaio. Il serpentone degli ottomila si è diretto verso il centro città per raggiungere la prefettura. Alcuni presidi sono rimasti fuori e dentro lo stabilimento. La Procura sta eseguendo le misure cautelari previste da un’ordinanza del gip Patrizia Todisco nei confronti di 8 indagati fra dirigenti ed ex dell’Ilva, per i quali sono stati disposti gli arresti domiciliari.

Cinque di questi erano già indagati e avevano nominato propri consulenti nell’ambito dell’incidente probatorio. I provvedimenti sono stati firmati ma non ancora notificati. Gli arresti riguardano il patron Emilio Riva, presidente dell’Ilva Spa fino al maggio 2010, il figlio Nicola Riva, che gli è succeduto nella carica e si è dimesso un paio di settimane fa, l’ex direttore dello stabilimento di Taranto, Luigi Capogrosso, il dirigente capo dell’area del reparto cokerie, Ivan Di Maggio, il responsabile dell’area agglomerato, Angelo Cavallo. La misura cautelare però, riguarderebbe anche altri tre dirigenti.

Il gip di Taranto Patrizia Todisco ha firmato il provvedimento di sequestro senza facoltà d’uso dell’intera area a caldo dello stabilimento siderurgico Ilva. I sigilli sono previsti per i parchi minerali, le cokerie, l’area agglomerazione, l’area altiforni, le acciaierie e la gestione materiali ferrosi. Individuate anche tre figure tecniche (due funzionari dell’Arpa Puglia e uno dei Dipartimenti di prevenzione dell’Asl di Bari) che dovranno sovrintendere alle operazioni e garantire il rispetto delle norme di sicurezza. Della gestione delle fasi che attengono al personale si occuperà un commercialista e revisore contabile.

Intanto i sindacati Fim, Fiom e Uilm hanno proclamato uno sciopero selvaggio all’Ilva di Taranto. Restano i presidi all’esterno dello stabilimento e il blocco del ponte girevole. Durante una riunione azienda-sindacati in fabbrica, è stata indetta per le 7 di giorno 27 luglio un’assemblea dei lavoratori all’interno dell’acciaieria.

In Italia il Gruppo Riva Fire che fa capo alle acciaierie Ilva conta sedi aziendali a Taranto, Genova, Novi Ligure (Al), Racconigi (Cn), Varzi (Pv) Patrica (Fr) Marghera (Ve). Soltanto lo stabilimento di Taranto, quello interessato dal sequestro ha 11.454 operai speciali, 1.386 impiegati quadri e in 19 sono dirigenti. Per un totale di 12.859. Più della metà del numero di dipendenti complessivo pari a 21.711 unità.

Oggi il Gruppo possiede 36 siti produttivi, di cui 19 in Italia (dove viene prodotta la parte prevalente dell’acciaio – oltre il 62% – e dove l’azienda realizza il 67% del proprio fatturato) ed altri in Germania, Francia, Belgio, Spagna, Grecia, Tunisia e Canada.

http://www.ilvataranto.com/
http://www.fiomnetwork.it/
https://cookednews.wordpress.com/2012/07/16/economia-trivellazioni-sicilia-meglio-loro-blu-di-quello-nero-greenpeace-si-rivolge-a-santa-rosalia/

Milano: telecamere sospese in Area C, da domani la decisione del Consiglio di Stato

Hanno deciso. Niente più telecamere nell’Area C, la zona a traffico limitato del centro città di Milano. Le auto che dallo scorso 16 gennaio potevano entrare pagando un ticket di 5 euro, tornano a circolare liberamente dopo il provvedimento del Consiglio di Stato a favore di un parcheggio privato.

Il provvedimento deciso dall’amministrazione Pisapia aveva ridotto del 34 per cento il traffico cittadino nella popolosa zona del centro. Da oggi le telecamere dei Bastioni saranno spente.

Stando a quanto rivela in una nota il Comune di Milano, il Cds ha dato ragione al ricorso proposto da Mediolanum Parking Srl, un’autorimessa che ha sede nel cuore della metropoli meneghina, con un’ordinanza depositata ieri. Mentre il Tar Lombardia, il 6 giugno scorso, aveva rigettato l’istanza della stessa società per la sospensione di Area C.

Gli automobilisti che arrivavano in zona Madonnina e per i quali era prevista una sospensione per il prossimo mese di agosto, potranno da oggi  avere accesso all’Area C fino alla metà di settembre.

‘Registriamo con rispetto ma anche preoccupazione che in un’aula giudiziaria è stato ipotizzato il danno subito da un parcheggio privato, contraddicendo anche numerose decisioni del Tar Lombardia che si era espresso in modo inequivocabile respingendo tutte le richieste di sospensiva presentate e questo blocca un provvedimento utile a tutti i milanesi’ dice Pierfrancesco Maran, assessore alla Mobilità – Siamo certi che la zona C sarà confermata dall’udienza di merito che auspichiamo possa essere fissata nel più breve tempo possibile.  Area C in sei mesi ha ridotto il traffico del 34% nel centro città, il numero degli incidenti e ha consentito ai milanesi di respirare meno sostanze velenose. Ha quindi avuto un innegabile impatto positivo per la qualità della vita di tutti. Oggi registriamo con rispetto ma anche preoccupazione che in un’aula giudiziaria è stato ipotizzato il danno subito da un parcheggio privato e questo blocca un provvedimento utile a tutti i milanesi’.

Contro il provvedimento di sospensione del Consiglio di Stato che ha preferito salvaguardare l’interesse economico di Mediolanum Parking anche le associazioni ambientaliste. ‘Siamo sconcertati dalla decisione del Consiglio di Stato che affossa tutti i precedenti pronunciamenti del Tar Lombardia’ è l’attacco di Legambiente. ‘Ci sembra paradossale e inaudito – dichiara Damiano Di Simine, presidente dell’associazione ambientalista in Lombardia – che con una sentenza venga fatto prevalere l’interesse di un singolo operatore su quello di una intera città: ora ci auguriamo che vengano trovate soluzioni per impedire che la sentenza cancelli i risultati della congestion charge, perché ciò determinerebbe un gravissimo arretramento sul fronte del governo della mobilità urbana. Di una cosa siamo certi: non vogliamo tornare ad essere ostaggi di traffico e smog’.

Il Consiglio di Stato, ravvisando un pericolo per l’interesse economico di Mediolanum Parking, ha sospeso cautelativamente il provvedimento. Ora toccherà al Tar della Lombardia fissare l’udienza di merito. Per effetto di questa decisione il Comune informa che a partire da domani il provvedimento Area C è sospeso.  L’ordinanza è stata depositata oggi.

http://www.comune.milano.it/portale/wps/portal/CDMHome

The tomato genome: una ricerca italiana su Nature

Svelato il genoma del pomodoro, una ricerca italiana finisce su Nature. Il famoso settimanale di scienze ha dedicato la copertina della scorsa settimana alla scoperta di un gruppo di ricercatori italiani che hanno individuato il DNA del pomodoro. Il famoso ortaggio nativo del Centro e Sud America è stato sottoposto ad accurate analisi da parte di un team internazionale, coordinato da Luigi Frusciante dell’Università Federico II di Napoli. Insieme a Giorgio Valle dell’Ateneo di Padova e a Giovanni Giuliano dell’Enea, il professor Frusciante ha completato al mappa del genoma del pomodoro.

‘Nature per noi è come vincere il pallone d’oro per un calciatore’, ha detto il ricercatore che fuor di battuta spiega l’importanza di questa scoperta. ‘E’ possibile fare dei programmi di miglioramento genetico mirati, quelli che riteniamo indispensabili per migliorare alcune varietà tra cui il san marzano in modo da aumentare la resistenza ad alcuni stress e ridurre uso di acqua e fertilizzanti’.

Una possibilità in più anche per un pomodoro come il san marzano, fiore all’occhiello in passato dell’industria conserviera campana. ‘Il san marzano potrebbe avere una nuova gioventù. Essere utilizzato per come era all’inizio del 900, oro nero per la regione Campania‘.

Dalla genetica dunque un aiuto per l’ambiente e l’economia, che si spera non vada a discapito della biodiversità e del gusto.

http://video.tiscali.it/inc/TiscaliVideo.swf

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