In pictures: Global Day of Action – In Pictures – Al Jazeera English

In pictures: Global Day of Action – In Pictures – Al Jazeera English#pressfreedom #FreeAJStaff #JournalismIsNotACrime #Cookednews

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Lau Chun-to, journalist of the daily Ming Pao, is in critical condition after attack

Kevin Lau Chun-to Hong Kong journalist attacked #cookednews

A former editor of a major Hong Kong newspaper known for its critical reporting has been stabbed and seriously injured. The attack on Wednesday is likely to fuel concern among journalists about what many see as an erosion of media freedoms.

A man in a helmet attacked Kevin Lau Chun-to, former chief editor of the daily Ming Pao, slashing him in the back several times.

The assailant rode off on a motorcycle with an accomplice.

Mr Lau is in a critical condition in hospital after managing to summon police himself.

Police said they so far had no clues as to who might have carried out the attack. No-one has been detained.

The attack took place days after 6,000 journalists marched to Hong Kong’s government headquarters to demand the city’s leaders uphold press freedom and repel what they see as intrusions from mainland China.

The Hong Kong Journalists’Association has denounced the stabbing and called on authorities to “pursue [Mr Lau’s] attackers and those malignant forces behind them without fear or favour.

“The attackers must be brought to justice as quickly as possible to allay public fears.”

Mr Lau was recently replaced by a Malaysian Chinese journalist with suspected pro-Beijing leanings who takes up his duties this week.

Although the motive for the attack is unclear, Mr Lau’s removal from the editorial post sparked a revolt in the Ming Pao newsroom by journalists who suggested the paper’s editorial independence may be undermined.

“We hope the police can swiftly prosecute the culprit as many cases of attacks against the media in the past have ended up being unsolved,” Ming Pao staff concern group Phyllis Tsang said.

“This attack will damage perceptions of Hong Kong as a safe city and its reputation for media freedoms.”

Ming Pao, co-founded by martial arts novelist Louis Cha, is owned by colourful Malaysian media baron, Tiong Hiew King, through his Media Chinese International.

Media outlets have periodically been subject to attacks in Hong Kong. The offices of a small independent media outlet were recently ransacked and a car rammed the front gate of the home of Jimmy Lai, publisher of Hong Kong’s popular anti-Beijing newspaper, the Apple Daily.

An incident of such brutality is unusual in the former British colony, which reverted to Chinese rule in 1997.

Hong Kong generally enjoys a high degree of autonomy and freedom, but Beijing’s Communist Party leaders have resisted public pressure for full democracy.

Beijing has agreed in principle for Hong Kong to hold direct elections in 2017, but no specific rules have yet been set on whether open nominations for candidates will be allowed.

#pressfreedom #FreeAJStaff #cookednews #pressfreedom #hongkong

#salvArte: Salviamo l’insegnamento della storia dell’arte e della Geografia

#salvArte #Cookednews

L’Italia, paese di straordinaria bellezza geografica, è scrigno della maggior parte del patrimonio culturale e artistico del mondo ed è dunque un paese con straordinarie potenzialità di crescita occupazionale nel turismo culturale e naturalistico.

Eppure la riforma Gelmini ha ridotto drasticamente le ore di insegnamento della geografia e della storia dell’arte al punto da provocarne la sostanziale abolizione.

Un vero scandalo a cui il nuovo Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini può e deve porre rimedio, nell’interesse del nostro Paese e delle future generazioni.

Da cinque anni insegno presso l’Università Bicocca per il corso di laurea magistrale ‘Turismo, territorio e sviluppo locale’ e da due anni presso l’Università di Tor Vergata per il corso di laurea in ‘Progettazione e Gestione dei sistemi turistici’. Ho incontrato tantissimi docenti, studenti, imprenditori ed operatori turistici che ribadiscono la necessità di ripristinare e potenziare l’insegnamento della Geografia e della Storia dell’Arte nelle scuole italiane, proprio perché siamo un paese di turismo culturale.

Chiedo al nuovo Ministro dell’Istruzione e al Presidente del Consiglio, che già si è pronunciato sull’importanza dell’istruzione e della scuola, di dichiarare pubblicamente la volontà di riparare ai danni causati dalla riforma Gelmini e garantire già a partire dal prossimo anno scolastico, una chiara svolta in tal senso.

Salvare la storia dell’arte e la Geografia #salvArte. Questa petizione sarà consegnata a: Stefania Giannini, Ministro dell’Istruzione Matteo Renzi, Presidente del Consiglio.

Lanciata da Alfonso Pecoraro Scanio Italy

#salvArte#CookedNews#CookedNews,

 

Adidas against sexual tourism: it’s the request of Brazilian Tourism Board for the next Wold Cup 2014

#NotBuyingIt #Cookednews

How very original. Adidas released–and has now pulled–these two new t-shirts to promote the upcoming World Cup in Brazil. Get it? Because Brazilian women are oh-so-sexy and obviously exist for your viewing pleasure. In fact, you can go ahead and think of the entire country as–literally–one big piece of ass.

And it’s not just that these tees play on sexist, racist stereotypes of exotic Latina women. ‘Looking to score?’ is not just a hypothetical play on words here. While there’s little evidence to support the oft-repeated myth that sex trafficking increases around large sporting events, sex tourism is popular in Brazil and there are concerns that the flood of tourist that the World Cup attracts will exacerbate the problem of child sex trafficking in the country. The head of the Brazilian Tourism Board Flávio Dino was not pleased. ‘We don’t accept that the World Cup be used for illegal practices, like so-called sexual tourism,’ he told O Globo. ‘We ask that Adidas put a stop to the sale of these products.’

Thankfully, they promptly did.

(H/t @Kelleyk43Maya Dusenbery is an Executive Director of Feministing.

Adidas said the shirts would not be sold anymore, adding in a statement that they were from a limited edition that was only on sale in the United States.

#OccupyWomen#NotBuyingIt,#Adidas,#World#CookedNews#WorldCup

Tutti gli uomini di Matteo Renzi

Renzi pigliatutto: segretario del Pd #Cookednews

Una magistrale inchiesta di Franco Fracassi svela l’intreccio dei nomi che svernano all’ombra di Renzi. E c’è poco da stare allegri perchè, tra questi, ve ne sono di terribilmente inquietanti.

Quando negli anni Ottanta Michael Ledeen varcava l’ingresso del dipartimento di Stato, al numero 2401 di E Street, chiunque avesse dimestichezza con il potere di Washington sapeva che si trattava di una finta. Quello, per lo storico di Los Angeles, rappresentava solo un impiego di facciata, per nascondere il suo reale lavoro: consulente strategico per la Cia e per la Casa Bianca. Ledeen è stato la mente della strategia aggressiva nella Guerra Fredda di Ronald Reagan, è stato la mente degli squadroni della morte in Nicaragua, è stato consulente del Sismi negli anni della Strategia della tensione, è stato una delle menti della guerra al terrore promossa dall’Amministrazione Bush, oltre che teorico della guerra all’Iraq e della potenziale guerra all’Iran, è stato uno dei consulenti del ministero degli Esteri israeliano.

Oggi Michael Ledeen è una delle menti della politica estera del segretario del Partito democratico Matteo Renzi. Forse è stato anche per garantirsi la futura collaborazione di Ledeen che l’allora presidente della Provincia di Firenze si è recato nel 2007 al dipartimento di Stato Usa per un inspiegabile tour. Non è un caso che il segretario di Stato Usa John Kerry abbia più volte espresso giudizi favorevoli nei confronti di Renzi. Ma sono principalmente i neocon ad appoggiare Renzi dagli Stati Uniti. Secondo il ‘New York Post’, ammiratori del sindaco di Firenze sarebbero gli ambienti della destra repubblicana, legati alle lobby pro Israele e pro Arabia Saudita. In questa direzione vanno anche il guru economico di Renzi, Yoram Gutgeld, e il suo principale consulente politico, Marco Carrai, entrambi molti vicini a Israele. Carrai ha addirittura propri interessi in Israele, dove si occupa di venture capital e nuove tecnologie. Infine, anche il suppoter renziano Marco Bernabè ha forti legami con Tel Aviv, attraverso il fondo speculativo Wadi Ventures e, il cui padre, Franco, fino a pochi anni fa è stato arcigno custode delle dorsali telefoniche mediterranee che collegano l’Italia a Israele.

Forse aveva ragione l’ultimo cassiere dei Ds, Ugo Sposetti, quando disse: «Dietro i finanziamenti milionari a Renzi c’è Israele e la destra americana». O perfino Massimo D’Alema, che definì Renzi il terminale di «quei poteri forti che vogliono liquidare la sinistra». Dietro Renzi ci sono anche i poteri forti economici, a partire dalla Morgan Stanley, una delle banche d’affari responsabile della crisi mondiale. Davide Serra entrò in Morgan Stanley nel 2001, e fece subito carriera, scalando posizioni su posizioni, in un quinquennio che lo condusse a diventare direttore generale e capo degli analisti bancari.
La carriera del giovane broker italiano venne punteggiata di premi e riconoscimenti per le sue abilità di valutazione dei mercati. In quegli anni trascorsi dentro il gruppo statunitense, Serra iniziò a frequentare anche i grandi nomi del mondo bancario italiano, da Matteo Arpe (che ancora era in Capitalia) ad Alessandro Profumo (Unicredit), passando per l’allora gran capo di Intesa-San Paolo Corrado Passera. Nel 2006 Serra decise tuttavia che era il momento di spiccare il volo. E con il francese Eric Halet lanciò Algebris Investments.
Già nel primo anno Algebris passò da circa settecento milioni a quasi due miliardi di dollari gestiti.
 L’anno successivo Serra, con il suo hedge fund, lanciò l’attacco al colosso bancario olandese Abn Amro, compiendo la più importante scalata bancaria d’ogni tempo. Poi fu il turno del banchiere francese Antoine Bernheim a essere fatto fuori da Serra dalla presidenza di Generali, permettendo al rampante finanziere di mettere un piede in Mediobanca.

Definito dall’ex segretario Pd Pier Luigi Bersani «il bandito delle Cayman», Serra oggi ha quarantatré anni, vive nel più lussuoso quartiere di Londra (Mayfair), fa miliardi a palate scommettendo sui ribassi in Borsa (ovvero sulla crisi) ed è il principale consulente finanziario di Renzi, nonché suo grande raccoglitore di denaro, attraverso cene organizzate da Algebris e dalla sua fondazione Metropolis. E così, nell’ultimo anno il gotha dell’industria e della finanza italiane si sono schierati uno a uno dalla parte di Renzi. A cominciare da Fedele Confalonieri che, riferendosi al sindaco di Firenze, disse: «Non saranno i Fini, i Casini e gli altri leader già presenti sulla scena politica a succedere a Berlusconi, sarà un giovane». Poi venne Carlo De Benedetti, con il suo potentissimo gruppo editoriale Espresso-Repubblica («I partiti hanno perduto il contatto con la gente, lui invece quel contatto ce l’ha»). E ancora, Diego Della Valle, il numero uno di Vodafone Vittorio Colao, il fondatore di Luxottica Leonardo Del Vecchio e l’amministratore delegato Andrea Guerra, il presidente di Pirelli Marco Tronchetti Provera con la moglie Afef, l’ex direttore di Canale 5 Giorgio Gori, il patron di Eataly Oscar Farinetti, Francesco Gaetano Caltagirone, Cesare Romiti, Martina Mondadori, Barbara Berlusconi, i banchieri Fabrizio Palenzona e Claudio Costamagna, il numero uno di Assolombarda Gianfelice Rocca, il patron di Lega Coop Giuliano Poletti, Patrizio Bertelli di Prada, Fabrizio Palenzona di Unicredit, Il Monte dei Paschi di Siena, attraverso il controllo della Fondazione Montepaschi gestita dal renziano sindaco di Siena Bruno Valentini, e, soprattutto, l’amministratore delegato di Mediobanca Albert Nagel, erede di Cuccia nell’istituto di credito.

Proprio sul giornale controllato da Mediobanca, ‘Il Corriere della Sera’, da sempre schierato dalla parte dei poteri forti, è arrivato lo scoop su Monti e Napolitano, sui governi tecnici. Il Corriere ha ripreso alcuni passaggi dell’ultimo libro di Alan Friedman, altro uomo Rcs. Lo scoop ha colpito a fondo il governo Letta e aperto la strada di Palazzo Chigi a Renzi. Il defunto segretario del Psi Bettino Craxi diceva: «Guarda come si muove il Corriere e capirai dove si va a parare nella politica». Gad Lerner ha, più recentemente, detto: «Non troverete alla Leopolda i portavoce del movimento degli sfrattati, né le mille voci del Quinto Stato dei precari all’italiana. Lui (Renzi) vuole impersonare una storia di successo. Gli sfigati non fanno audience».

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Bersani: ‘Anche la politica deve guarire’

Pier Luigi Bersani #cookednews

Pier Luigi Bersani sta bene. È dimagrito ma l’ho visto mangiare con appetito, rendendo il giusto onore a quegli straordinari tortelli piacentini fatti in casa. Sulla testa sono ormai pallidi i segni dell’operazione che ha bloccato la sua emorragia cerebrale: bisogna cercarli per riconoscerli. Gli sono pure ricresciuti i capelli (dove possono). Da quella drammatica mattina del 5 gennaio non ha più fumato: «Nessuno me lo ha imposto, ma visto che c’ero…». Il suo volto, le reazioni, lo sguardo sono quelli di sempre. E così la voglia di scherzare, che penso sia diventata per lui una sorta di autodisciplina, un modo per darsi un limite, per non prendersi mai troppo sul serio

I collegamenti con Roma tornano a farsi giorno dopo giorno più intensi, soprattutto attraverso il telefonino che ronza nonostante la moglie Daniela fulmini quell’oggetto con gli occhi. La passione per la politica resta per lui una carica vitale. S’arrabbia nel parlare delle cose che non gli sono piaciute in questi giorni, a partire dai modi con i quali Renzi ha scalzato Letta e imposto, con la forza, il suo governo senza aver dato una spiegazione compiuta.

Ha riletto “La morte di Ivan Il’ic” Ora è alle prese con Machiavelli. Dalla Juve un dono graditissimo: la maglietta firmata dai giocatori «I test dicono che la mia memoria è al 100%. Ma se avessi perso quel 5% che dico io, non mi sarebbe dispiaciuto» «Basta inseguire i pifferai. Il Pd deve tornare a pensare e a discutere. Non è un nastro trasportatore, né un’appendice».

Bersani non si rassegna alla politica ridotta a partita di poker: «Dobbiamo sempre pensare al film di domani. Oggi stiamo preparando il futuro. E mi preoccupa questo distacco tra la società e le istituzioni democratiche. Temo che il distacco continui a crescere e nessuno di noi può illudersi che basti un po’ di populismo e di demagogia, magari in dosi contenute, per risolvere il problema. Bisogna dire la verità al Paese, e non inseguire i pifferai sperando di batterli sul loro terreno. Dire la verità, affrontare i problemi concreti, le questioni che si stanno incancrenendo perché nessuno ha il coraggio di dire dei no quando sono scomodi. Io ho sbagliato in qualche passaggio, ho commesso errori, ma resto convinto che la politica non ritroverà se stessa nei particolari e nelle tattiche. È il senso, la direzione di marcia che le dà forza. O la ritroviamo, o ci perdiamo».

Sono andato a trovare Bersani a Piacenza con Miguel Gotor. Che gli ha portato in regalo la nuova edizione de Il Principe di Machiavelli, edito da Donzelli. Il regalo si prestava a facili ironie. Ma Bersani si è messo a ridere perché aveva sul tavolino e stava finendo di leggere proprio I corrotti e gli inetti. Conversazioni su Machiavelli di Antonio Gnoli e Gennaro Sasso. Più che il 500esimo anniversario de Il Principe, deve essere la crisi della politica a suscitare questa curiosità. O forse è il risorgente «fiorentinismo». Bersani ha ripreso a leggere da quando si è quietato il terribile mal di testa che lo ha perseguitato per tutta la prima fase della convalescenza.

Quando racconta la sua malattia, la sofferenza è legata soprattutto a quel mal di testa insopportabile, vai a capire quanto legato alla vecchia cervicale e quanto all’operazione vera e propria.

Non ho avuto il coraggio di chiedergli se ha avuto paura di morire. Lui però ha detto che quando il chirurgo gli chiese la firma per il consenso informato, prima dell’intervento, non esitò un secondo. Il medico provò a elencare i rischi: «Lei può morire, oppure…». «L’ho interrotto subito ricorda Bersani e ho detto: penso che quello che sta per dirmi sia anche peggio di morire». Certo, entrando in casa Bersani (per me era la prima volta), non ci vuol molto a capire dove trovi quella riserva di energia umana e di serenità: l’affetto, l’amore della signora Daniela e delle figlie è una protezione così attiva e robusta che vale certo più di tante terapie e tecnologie. «Se avessi potuto, ovviamente mi sarei evitato tutto questo. Ma, pur nella sventura, confesso di uscirne con un sentimento di soddisfazione.

La persona vale sempre più di ciò che fa». Nel dolore si ritrova la solidarietà. E il senso della misura. Di manifestazioni di solidarietà, di amicizia, di stima ne ha avute tantissime. E continuano.

Gli ho detto che anche noi, a l’Unità, siamo stati invasi da messaggi di simpatia e di incoraggiamento, che andavano molto oltre il consenso o il dissenso su singole scelte politiche. «Quando sono tornato a casa mi è venuta voglia di rileggere La morte di Ivan ll’ic di Tolstoj. Non me lo ricordavo così. I punti di vista sul senso della vita cambiano con l’esperienza, ma guai a perdere l’umanità più profonda. E guai a non cogliere le occasioni che la vita ti dà per scoprirle».

Un punto di vanto per Pier Luigi Bersani è senza dubbio l’ospedale di Parma, la sanità emiliana. Nel racconto qui prevale la razionalità sul sentimento.

Fu lui, da presidente della Regione, a proporre di concentrare su Parma il servizio di neurochirurgia per tutta l’area tra Reggio e Piacenza.

«La neurochirurgia è un business e giunsero diverse offerte di privati per costruire centri nelle tre province. Qualcuno può pensare che sia più comodo avere la clinica nella propria città. Ma decidemmo di puntare sul pubblico e su un unico grande centro specializzato, a Parma, in modo da attirare professionalità, tecnologie, ricerca. Non fu una scelta facile, ma ho sperimentato che è stata davvero la migliore, che abbiamo costruito un’eccellenza del Paese. Correvo da Piacenza in ambulanza ma intanto i medici di Parma, collegati in rete, leggevano la mia Tac. Sono stato curato al meglio, e sono stato trattato come ogni persona che si trovi nella medesima condizione».

In quei giorni, nel turbine della paura e della solidarietà mentre la signora Daniela negava la benché minima soddisfazione a telecamere o giornalisti perché, in fondo, considerava persino immorale che le si domandasse qualunque cosa finché sussisteva un pericolo di vita diventò un tormentone la partita Juventus-Roma, quella che il 5 gennaio Bersani chiese alla figlia di registrare prima di entrare in sala operatoria. Da romanista fatico a ripassare la materia, comunque ho saputo che il risultato (3-0) è stato comunicato a Bersani al risveglio e che la registrazione è stata la prima cosa vista alla tv di casa, al rientro. L’orgoglio di tifoso è stato poi solennemente premiato qualche giorno fa: a Piacenza è arrivato Giuseppe Marotta, direttore generale della Juventus, portando in dono a Bersani una maglia dei bianconeri, con le firme di tutti i giocatori. «È stato veramente un grande gesto di amicizia», scandisce compiaciuto. Temo per Gotor che il suo regalo resti a un gradino inferiore: ho sempre avuto la sensazione che la passione per il calcio sia molto forte in Bersani e che sia abituato a reprimerla in pubblico.

 Certo, la politica dà più preoccupazioni. Del nuovo governo, Bersani apprezza la scelta di Pier Carlo Padoan all’Economia. Tra i ministri ci sono suoi amici, ci sono giovani sui quali ha puntato. Ma ci sono anche cose che lo convincono poco. Soprattutto non lo convince la sovraesposizione di Renzi, il rischio che sfiora l’azzardo. I giovani e il record di presenze femminili sono una bella scommessa ma tutto, troppo è in capo «alla responsabilità personale di Renzi». Lui ha deciso ogni cosa: i tempi, la forzatura, gli equilibri. E a Bersani continua a non piacere la politica personale: «La modernità esalta la leadership, ma ci deve essere qualcosa di più di una squadra attorno al leader. C’è bisogno di una comunità che condivide, partecipa, collabora, costruisce». Non gli è piaciuto neppure il voto della minoranza in direzione. Quel voto a favore dopo le astensioni nelle precedenti riunioni gli è apparso come un salto logico, anch’esso non ben motivato. Se la responsabilità è di Renzi, «bisogna tenere vivo con lealtà e chiarezza il confronto nel partito. Serve a tutti, non solo al Pd». Con una precisazione: «Questo non vuol dire che ora non si debba collaborare. Si partecipa e si fa di tutto perché l’impresa riesca. Quando sento qualcuno che ipotizza di non votare la fiducia, penso che abbia perso la bussola. La fiducia si vota, altrimenti finisce il Pd. Poi bisogna tornare a pensare e a discutere, senza timore di dire la nostra, su cosa è utile che il governo Renzi faccia per l’Italia e su cosa dovranno fare i democratici da domani».

Le elezioni e la centralità del PD

La chiacchierata con Bersani intreccia passato e futuro. «Le elezioni non sono andate come volevamo, ma hanno confermato la centralità del Pd e la sua preminente responsabilità verso l’Italia. Il Pd è la struttura portante, la spina dorsale di un Paese in affanno. Da qui bisogna partire. Dalle risposte che dobbiamo ai giovani senza lavoro, alle imprese che stanno chiudendo, alla manifattura italiana, alle eccellenze che rischiano di diventare preda di acquirenti stranieri, alle famiglie che non ce la fanno». Bersani vorrebbe scuotere Renzi. Ma anche chi si è battuto contro di lui al congresso e chi si sente più vicino alla delusione di Letta, perché il Pd ha bisogno di tutti per rafforzare il legame con la società. «Il Pd non è un nastro trasportatore di domande indistinte. Non è un ufficio al quale si bussa per sentirsi dare risposte generiche o demagogiche. La centralità del Pd non deve cambiare la nostra idea del governo: guai a pensare che le istituzioni siano spazi da occupare e che per il consenso basti il messaggio. Il governo è coerenza, competenza, rischio. E siccome è anche la responsabilità più impegnativa della politica, da qui deve ripartire il confronto. E il solo modo per aiutare l’Italia e dunque anche il nuovo governo».

Poi, dopo l’avvio del governo, si aprirà il confronto sul rilancio del partito. «Che non è dice Bersani un’appendice insignificante del governo. Bisogna mantenere una capacità propositiva e un profilo di autonomia». Ma non ha vinto l’idea di Renzi della sovrapposizione dei ruoli e delle funzioni? Si può riaprire una battaglia che è stata persa?

Bersani sa bene che sono in tanti a dire che proprio lui ha perso la battaglia sul ruolo del partito. «Il tema tornerà perché è vitale per la democrazia italiana. Non si rompe la tenaglia populista di Berlusconi e Grillo senza ridare al partito una dimensione sociale, ideale, di composizione e selezione degli interessi. So di non essere riuscito a cambiare lo statuto del Pd come avrei voluto. Ma non ho mai avuto una vera maggioranza per farlo. C’era sempre qualcosa che lo impediva. Ho cercato di compensare questo limite proponendo una costituzione materiale del Pd diversa da quella formale. Ho parlato di collettivo, ho respinto l’idea di un partito personale, mi sono battuto perché la modernità democratica non contraddicesse i principi della Costituzione. Ma la battaglia continua».

Prima di tornare a Roma, Bersani dice che dovrà ancora «misurarsi con l’esterno». È già andato agli argini del Po, lontano da occhi indiscreti. Altre passeggiate sono in programma. È stato per me un grande piacere rivederlo e abbracciarlo. Confesso che temevo qualche ferita più profonda. Invece abbiamo parlato, come altre volte, cercando di andare oltre la cronaca incalzante. A proposito di cronache: «Il medico racconta ancora Bersani mi ha fatto i test della memoria e della concentrazione. Ha detto che avendo lavorato in quel punto della testa, voleva avere la certezza che tutte le potenzialità fossero state preservate. Mi ha fatto una certa impressione quando ha detto di aver “lavorato” sulla mia testa, ma poi sono stato rassicurato. Tutto è a posto al 100%. L’ho ringraziato. Dopo però ci ho ripensato: se mi avesse tolto dalla memoria quel 5% che ancora mi fa male, forse sarebbe stato perfetto».

(L’Unita’)
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Human Rights Watch condena abusos, persecución política y censura en Venezuela

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(Nueva York).- Miembros de las fuerzas de seguridad venezolanas han empleado fuerza ilegítimamente y cometiendo excesos contra manifestantes en múltiples ocasiones desde el 12 de febrero de 2014, lo cual incluyó golpizas a detenidos y disparar a multitudes que no estaban armadas, señaló hoy Human Rights Watch.

El gobierno ha censurado a medios de noticias al interrumpir la señal de un canal de televisión por cable y amenazar con perseguir penalmente a medios de comunicación privados por informar sobre los sucesos violentos. El Presidente Nicolás Maduro anunció el 20 de febrero que había comenzado el procedimiento para sacar del aire a CNN en Venezuela y según informó un sindicato de trabajadores de la prensa el 21 de febrero, el gobierno ya habría quitado las credenciales a la corresponsal de CNN en Caracas. Periodistas y defensores de derechos humanos denunciaron haber sufrido actos de violencia e intimidación por parte de agentes o partidarios del gobierno.

‘El gobierno venezolano ha adoptado abiertamente las tácticas habituales de los regímenes autoritarios, y ha encarcelado a opositores, censurado medios de comunicación e intimidado a la sociedad civil”, expresó José Miguel Vivanco, director para las Américas de Human Rights Watch.

Al menos 3 manifestantes murieron por heridas de bala y decenas han sufrido heridas desde el 12 de febrero.

El gobierno de Maduro ha señalado a líderes de oposición como responsables de la violencia. Leopoldo López, una de las más prominentes figuras de la oposición, fue arrestado el 18 de febrero de 2014 y la justicia dispuso su prisión preventiva el 20 de febrero. También se libró una orden de captura contra Carlos Vecchio, otro líder del partido político de López, según reportes de prensa. El gobierno aún no ha presentado evidencias creíbles que vinculen estos hombres con la comisión de delitos.

Varios gobiernos de América Latina, incluidos Argentina, Bolivia, Cuba y Ecuador, al igual que aliados internacionales como Siria e Irán, han expresado su apoyo al gobierno de Maduro y repudiado los acontecimientos que el gobierno califica de intentos por desestabilizar al país.

‘Todos aquellos líderes genuinamente interesados en la defensa de los principios democráticos en Venezuela deberían enviar un mensaje claro de que estas prácticas autoritarias son inadmisibles’, comentó Vivanco.

Las conclusiones de Human Rights Watch sobre los acontecimientos recientes en Venezuela se describen con mayor detalle al final de este comunicado de prensa.

Uso excesivo de la fuerza contra manifestantes

Human Rights Watch ha recibido múltiples denuncias serias de defensores locales de derechos humanos que indican que miembros de las fuerzas de seguridad venezolanas, en particular la Guardia Nacional Bolivariana, han golpeado o disparado a manifestantes que no estaban armados desde el 12 de febrero, tanto en Caracas como en otras partes del país.

Un video publicado en Internet por el periódico Últimas Noticias muestra imágenes tomadas en Caracas de policías uniformados y hombres de civil que parecen disparar municiones contra manifestantes que intentan escapar del lugar, entre ellos el joven de 24 años Bassil Da Costa, quien fue captado en el momento preciso en que su cuerpo cae al piso tras sufrir una herida de bala fatal en la cabeza.

El uso de municiones por las fuerzas de seguridad solamente resultaría lícito según el derecho internacional cuando esté dirigido a actores que representen un riesgo inminente para la vida o la integridad de miembros de las fuerzas de seguridad o terceros. Existen grabaciones de video donde se evidencia que manifestantes opuestos al gobierno participan en actos de violencia y vandalismo, como arrojar piedras a policías. Sin embargo, el gobierno no ha mostrado —ni tampoco Human Rights Watch pudo encontrar luego de revisar decenas de videos publicados en línea— imágenes donde se vea a manifestantes opositores que lleven armas de fuego o empleen fuerza letal contra miembros de las fuerzas de seguridad o terceros.

Todas las versiones disponibles de testigos presenciales indican que la gran mayoría de los manifestantes actuaron de manera pacífica, y que quienes cometieron actos de violencia o vandalismo no llevaban armas de fuego ni utilizaron la fuerza letal contra las fuerzas de seguridad ni terceros.

Diversos defensores locales de derechos humanos también denunciaron que muchos manifestantes han sufrido abusos mientras estuvieron detenidos a disposición de las fuerzas de seguridad. El Centro de Derechos Humanos de la Universidad Católica Andrés Bello examinó más de 90 casos de manifestantes detenidos, entrevistando tanto a los detenidos como a sus familiares, y determinó que muchos habían sufrido abuso físico o amenazas de golpizas o violación sexual por parte de miembros de las fuerzas de seguridad. La mayoría permanecieron incomunicados y no fueron llevados ante un juez dentro del plazo de 48 horas exigido por la ley.

Todos los manifestantes que hayan participado en violencia o vandalismo deberían rendir cuentas por sus actos, pero en ningún caso es admisible ni lícito que se dispare a personas que no están armadas o se golpee a quienes han sido detenidos.

La respuesta del gobierno

La respuesta inmediata del gobierno de Maduro a la violencia del 12 de febrero fue señalar como responsables a Leopoldo López y otros líderes de oposición. El Vicepresidente Elías Jaua declaró que López era el ‘autor intelectual’ de los asesinatos, y muy poco después un juez dispuso su detención. El gobierno no ha difundido evidencias creíbles para justificar estos señalamientos.

Según reportes de prensa, López se encuentra en prisión preventiva mientras la fiscalía determina si existen pruebas suficientes para acusarlo por diversos delitos, incluido el de ‘instigación a delinquir’ y el de ‘asociación’. La Ley Orgánica contra la Delincuencia Organizada y Financiamiento al Terrorismo define de manera muy poco precisa al delito de ‘asociación’ como ‘formar’ parte de un grupo de delincuencia organizada’, y prevé para este una pena de hasta 10 años de prisión.

También Vecchio está siendo investigado por su presunta responsabilidad en estos delitos, conforme se indicó en los medios. El 20 de febrero, según la prensa, grupos afines al gobierno pidieron a la Asamblea Nacional que levantara la inmunidad parlamentaria de María Corina Machado, una integrante de ese órgano legislativo que mantiene una postura abiertamente crítica frente al gobierno.

El 16 de febrero, después de que Últimas Noticias publicara el video de los disparos contra manifestantes, el Presidente Maduro declaró en cadena nacional que miembros de la policía de inteligencia (Servicio Bolivariano de Inteligencia Nacional, Sebin) que se ven en el video no habían respetado su instrucción de acuartelarse el día en que ocurrieron los disparos. El 17 de febrero, según reportes de prensa, un miembro de la policía de inteligencia fue detenido por participar en los eventos del 12 de febrero y el gobierno destituyó al director de esta fuerza. El gobierno no ha indicado que miembros de la policía de inteligencia u otras fuerzas de seguridad estén siendo investigados por abusos contra civiles.

El 18 de febrero, según trascendió en los medios, la Fiscalía General de la República identificó a Jonathan Rodríguez como uno de los hombres no uniformados en el video de Últimas Noticias e indicó que era sospechoso en dos de las muertes por disparos ocurridas el 12 de febrero. En ese momento, las autoridades aún no habían determinado si era miembro de las fuerzas de seguridad del Estado.

En el video, ninguno de los policías uniformados o guardias nacionales que aparecen en la vía pública próximos a Rodríguez intentó detenerlo cuando disparó su arma, ni impedir que se retire luego de haber disparado.

Grupos de civiles armados afines al gobierno

La organización local de derechos humanos Programa Venezolano de Educación-Acción en Derechos Humanos (Provea) ha documentado evidencias de que el gobierno de Venezuela ha tolerado y estimulado la presencia de grupos de civiles armados en el país. Estos grupos han intimidado a manifestantes y promovido incidentes violentos durante manifestaciones en distintas regiones del país desde el 12 de febrero, según indica la organización de derechos humanos.

El Presidente Maduro expresó el 15 de febrero que no ‘acept[a] grupos violentos en el campo del chavismo y la Revolución‘ y que solamente las Fuerzas Armadas deberían portar armas de fuego. A pesar de que estos grupos armados de civiles han operado abiertamente durante años, el gobierno no ha adoptado medidas efectivas para desarmarlos.

Según diversos medios, el 18 de febrero ocho manifestantes recibieron disparos, una de ellos con consecuencias fatales, cuando un grupo de hombres vestidos de civil que se trasladaban en motocicletas abrieron fuego contra una manifestación en Valencia.

Defensores de derechos humanos

También diversos defensores de derechos humanos venezolanos han informado actos de intimidación y violencia. Inti Rodríguez, coordinador de medios de Provea, dijo a Human Rights Watch que en la noche del 12 de febrero, cuando salía de su oficina, fue secuestrado por aproximadamente 20 hombres vestidos de negro que tenían el rostro cubierto. Según indicó, fue trasladado en una motocicleta sin placas hasta una zona de Caracas que presuntamente es controlada por grupos armados afines al gobierno. Rodríguez dijo que los hombres lo retuvieron durante dos horas, lo golpearon, amenazaron con matarlo y lo interrogaron acerca del trabajo de derechos humanos que lleva a cabo en Provea. Señaló que los hombres no se identificaron en ningún momento, pero Rodríguez notó que el líder del grupo empleaba lenguaje policial y escuchó conversaciones que sugerían que los hombres estaban en contacto con fuerzas de seguridad.

El 13 de febrero, el Ministro del Interior y Justicia Manuel Rodríguez Torres acusó a Humberto Prado, director del Observatorio Venezolano de Prisiones, una organización no gubernamental local que monitorea las condiciones penitenciarias en el país, de organizar un plan para ‘generar ingobernabilidad en todas las cárceles del país y potenciar la matriz de violencia…’. El Ministro Rodríguez Torres afirmó que los sucesos violentos del 12 de febrero fueron el resultado de planes orquestados durante 2012 por Prado y ‘bandas fascistas’ con el propósito de ‘llevar a Venezuela a una guerra civil’.

No es la primera vez que funcionarios gubernamentales procuran desacreditar a Prado acusándolo de intentar socavar la democracia venezolana. Luego de que Prado criticara en junio de 2011 la actuación del gobierno durante un motín en una prisión venezolana, el entonces ministro de justicia lo acusó de intentar ‘desestabilizar el sistema penitenciario’ y el vicepresidente en ese momento afirmó que la crítica era parte de una estrategia para ‘desestabilizar el país’.

Ataques contra periodistas

Diversos periodistas que informaron sobre las protestas y los hechos de violencia relacionados han señalado haber sido detenidos y agredidos físicamente por miembros de fuerzas de seguridad y manifestantes afines al gobierno desde el 12 de febrero. Espacio Público, una organización no gubernamental que monitorea la libertad de prensa en Venezuela, ha documentado 17 casos de periodistas que fueron detenidos, agredidos o ambos entre el 12 y el 16 de febrero. Entre estos se incluyen:

  • Rafael Hernández, fotógrafo de la revista Exceso, quien señaló haber sido detenido por miembros del Cuerpo de Investigaciones Científicas Penales y Criminalísticas (CICPC) el 12 de febrero, luego de tomar una fotografía de un policía mientras golpeaba a una mujer. Hernández fue retenido durante nueve horas y golpeado en varias oportunidades por agentes del CICPC, informó Espacio Público. Su cámara fue confiscada por la policía.
  • Juan Pablo Bieri, periodista colombiano del canal de noticias Red Más Noticias informó haber sido detenido por la Guardia Nacional el 16 de febrero y retenido durante una hora dentro de un vehículo militar, donde fue interrogado y golpeado.
  • Mariana Cadenas, reportera de la agencia internacional de noticias Agence France-Press, indicó a Human Rights Watch que el 12 de febrero un hombre con vestimenta roja le quitó su cámara, en la cual había registrado imágenes de manifestantes mientras eran detenidos y golpeados. El hombre, y otras 10 personas que lo acompañaban, gritaron a la periodista calificativos como ‘fascista’ y ‘golpista’. Dijo que aproximadamente 40 miembros de la Guardia Nacional que se encontraban a unos 30 metros de distancia presenciaron el incidente pero no intervinieron. Cuando les pidió ayuda, uno de ellos se negó, y otro dijo: ‘¿Ustedes no sabían a lo que se iban a enfrentar?’.

Censura de medios de noticias

El 11 de febrero, William Castillo, director de CONATEL, el órgano del Estado que regula a los medios de transmisión, advirtió a los medios de comunicación que la cobertura de incidentes violentos podía importar una violación de la Ley de Responsabilidad Social. Castillo hizo referencia al artículo 27 de la ley, que fue sancionada por la Asamblea Nacional chavista en 2004 y luego reformada en 2010. El artículo otorga al gobierno amplias facultades para sancionar a medios privados que difundan contenidos que, a criterio del gobierno, ‘fomenten zozobra en la ciudadanía o alteren el orden público’, ‘desconozcan a las autoridades legítimamente constituidas’ o ‘inciten o promuevan el odio y la intolerancia por razones religiosas [o] políticas’.

El 12 de febrero, el gobierno dispuso que los proveedores de televisión por cable del país dejaran de transmitir el canal internacional de noticias NTN 24. El Presidente Maduro indicó al día siguiente que la orden había sido una ‘decisión de estado’ en respuesta a la difusión de las protestas por el canal, por considerar que procuró ‘transmitir la zozobra de un intento de golpe’.

El 13 de febrero, el Presidente Maduro dio instrucciones a su Ministra de Comunicaciones e Información Delcy Rodríguez para que ‘tomar[a] medidas’ contra corresponsales de Agence France-Press por haber ‘distorsionado la verdad de los acontecimientos ocurridos el miércoles 12 de febrero’.

El 15 de febrero, el gobierno venezolano limitó la posibilidad de que los usuarios de Twitter obtuvieran imágenes, conforme señaló un representante de Twitter, Inc. a Bloomberg News.

El 16 de febrero, la Ministra Rodríguez señaló que en la prensa nacional e internacional se habían publicado ‘fotografías manipuladas’ en el marco de la cobertura de la violencia, que esto constituía un delito y que el gobierno ‘tomará acciones judiciales’. Los ejemplos que ofreció incluían el uso de una fotografía de Egipto en un blog del periódico español ABC y el uso de una fotografía de 2010 en un mensaje de Twitter del periódico venezolano Tal Cual para representar los acontecimientos actuales en Venezuela. La ministra también se refirió al uso en el periódico argentino Clarín y el periódico chileno El Mercurio de una imagen de dos policías venezolanos frente a un automóvil en llamas, la cual reconoció que había sido tomada durante las actuales protestas pero, según afirmó, generaban una falsa impresión con respecto a la actuación de los agentes.

El 20 de febrero, el Presidente Maduro anunció que su gobierno había iniciado un proceso administrativo para terminar con la transmisión del canal internacional CNN en Venezuela por la cobertura que realizó de las protestas y la violencia. El 21 de febrero, un sindicato de trabajadores de la prensa reportó que el gobierno había cancelado las credenciales de la corresponsal de CNN en Caracas.

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Against airport Notre-Dame-Des-Landes: police attack 20,000 french citizens

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The event attended by ten’s of thousands of French citizens against the airport Notre-Dame-des-Landes escalated Saturday afternoon in the city center of Nantes when Police blockaded the progression of the march and attacked with charges to the people protesting. Many citizens were wounded by tear gas and rubber bullets. Participants responded with fired projectiles – bottles, cans, steel balls, flares – towards the police who charged repeatedly.

About 20,000 people demonstrated in the city center of Nantes to protest against the construction of the new airport of Our Lady of Landes. Des violent clashes took place at the end of the event between violent groups and CRS. (Franck Dubray)

‘This is tens of thousands,’ assured Julien Durand, spokesman for the ACIPA, the main opposition group to the airport project, while refusing to give a precise figure.

According to him, the participation is equivalent to the previous rallies, such as in November 2012 which according to the organizers had expected 40,000 people (13,000 according to police).

In the late afternoon, the city center of Nantes showed scenes of devastation. People took out frustration from being ignored for years and beaten down when they speak out by ransacking a police station, an agency of Vinci (dealer airport project) group, but also broke several storefronts, any agency of Nantes transport or agency Nouvelles Frontières. At least two construction equipment vehicles and a barricade were also burned.

Objects were thrown at the SNCF catenary to block the movement of trains one source said. As for police, they made use of a large amount of tear gas, stun grenades and water cannons.

Protesters moved away blinded by tear gas while several hundred others continued to face the police, referring new projectiles bottles, or even own grenades forces.

‘No matter what tell the prefecture, for all of you it is a great success,’ provided at the end of the event Julien Durand.

‘An unnecessary and expensive project’
The demonstration had started in a friendly atmosphere. ‘No thank you Ayraultport’, ‘No to Ayrault pork‘, ‘Ayrault also emerges Vinci’, ‘Ni or airport metropolis, the city is ours’ we heard in the procession.

‘The mobilization is great here. We are here to show our determination to abandon this useless and expensive at this time of shortage project,’ said AFP Eva Joly MEP EELV.

Given the anti-capitalist component of the event and clashes that have marked previous events, the prefecture on Friday adopted a modification of the route so that it avoids the downtown core.

The event is organized two months after the publication of prefectural ordinances authorizing the start of pre-construction of the airport. Appeals were filed against these orders but do not have suspensive effect.However, work has still not started.

The inauguration of the future Grand Ouest Airport, originally scheduled for 2017, is now considered only ‘2019 or 2020’ by supporters of the transfer. According to an Ifop poll published Saturday, a majority of French (56%) are opposed to the future airport, 24% being positive and 20% were undecided.

This survey was conducted on behalf of Acting for the environment, Attac and ACIPA, the leading association of opponents to the project. The project of public utility in 2008, is justified by its supporters, PS as the UMP, including the risk of saturation of the current airport Nantes Atlantique.

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What Difference Does It Make? A Film About Making Music

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In celebration of its 15th anniversary, Red Bull Music Academy has teamed up with award-winning director Ralf Schmerberg to create a full-length feature film. What Difference Does It Make? A Film About Making Music includes Brian EnoLee ‘Scratch’ PerryGiorgio MoroderNile RodgersRichie HawtinJames Murphy and many more talking about the ups and downs of a life devoted to music.

Shot at the 2013 Red Bull Music Academy in New York and produced by Schmerberg’s Berlin-based artist collective Mindpirates, the film focuses in on the creative process – but ends up asking questions about life itself. Following the young artists attending the Academy as well as featuring talking head interviews with musicians who have seen the twists and turns of the music industry, What Difference Does It Make? A Film About Making Music is full of (direct and indirect) insights.

After premiering on February 17 in more than 60 cities across the globe, we’ve made What Difference Does It Make? A Film About Making Music available for free, in full. Check it out below. You can also grab the free download either here (SD) or here (HD).

To find out more about the movie, check outhttp://www.rbma15.com. To find out more about the Red Bull Music Academy, check out http://redbullmusicacademy.com

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‘Sto morendo’, l’ultimo tweet di Olesya e la protesta in #Venezuela

Olesya Zhukovskaya è l’infermiera di 21 anni, Ukraina, colpita oggi al collo, durante le manifestazioni antigovernative di Kiev. Imprecisato il numero di morti negli scontri con le forze di polizia e i riot polices, gli estremisti che lottano per la caduta del governo Ukraino.

Secondo gli ultimi aggiornamenti, la ragazza, una libera volontaria nella croce rossa, sarebbe in condizioni gravi in un ospedale del centro della capitale Ukraina.

Ieri il consiglio dei ministri europeo si è riunito per discutere sulle possibili sanzioni da attribuire al governo del vicino Est europeo. Intanto dall’altro capo del mondo, si unisce alla protesta anche il popolo Venezuelano. Il leader d’opposizione Leopoldo Lopez, di Volontà popolare, si è consegnato alla polizia.

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