La regina Elisabetta apre ai gay e alle donne in vista di nuovi diritti di successione

REGINA_ELISABETTALa regina Elisabetta apre ai gay. Per la prima volta in 61 anni di Regno sua maestà parla dei diritti degli omosessuali e promuove il ruolo delle donne per l’evoluzione de diritti umani. Un vero spartiacque nella storia del Regno, come lo definiscono gli addetti ai lavori.

Nella sua prima apparizione pubblica dopo la malattia, la regina firmerà la Carta del Commonwealth, un impegno storico per promuovere i diritti dei gay e la parità di genere.

In  diretta durante una trasmissione televisiva, firmerà la nuova carta pensata per eliminare la discriminazione nei confronti delle persone omosessuali e promuovere il ‘potere’ delle donne, un atto fondamentale per incrementare l’unità dei diritti umani e gli standard di vita in tutto il Commonwealth.

Nella carta si legge: ‘Siamo implacabilmente contro ogni forma di discriminazione, sia radicata in genere, razza, colore, religione, credo politico o in altri motivi’.

Con ‘altri motivi’ si fa riferimento alla sessualità, e in maniera meno esplicita a gay e lesbiche per rispetto ai paesi del Commonwealth con rigide leggi anti-gay.

Una fonte diplomatica ha spiegato: ‘l’impatto di questa dichiarazione su gay e diritti delle donne non deve essere sottovalutato, è un documento molto forte. Anche la scelta di parlare di parità di genere ed emancipazione femminile – usando il linguaggio fino a poco tempo considerato appannaggio di attivisti di sinistra – è altrettanto significativa.

Per molti osservatori la scelta dei tempi non è casuale. Con Kate incinta di cinque mesi, l’insistenza sulla parità di genere non sarebbe indifferente. Allo stato attuale, se, come si dice, la duchessa e il principe William avessero una figlia non sarebbe destinata al trono, ma è nell’aria un cambio della legge.

La Regina non ha espresso un parere sulla modifica di legge. Tuttavia, molte fonti hanno confermato che la sua approvazione dei diritti alle donne nella Carta rispecchia il suo sostegno per la parità dei diritti di successione.

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