Genova: oggi i funerali delle vittime della Jolly Nero

Genova-Jolly neroQuando gli otto carri funebri arrivano in piazza San Lorenzo, tra la folla cala il silenzio. Restano sul sagrato alcuni lunghissimi minuti, circondati da migliaia di genovesi e dal picchetto d’onore della Marina militare. La banda della Capitaneria intona la marcia funebre, le campane della città suonano a lutto: Genova si stringe così intorno ai caduti sul lavoro della tragedia del sette maggio, quando la Jolly Nero andò a cozzare contro la Torre di controllo del Molo Giano. Poi, quando le bare, avvolte nel tricolore, vengono portate a braccia all’interno della cattedrale, la tensione e il dolore si sciolgono in un applauso lunghissimo, mentre dall’altare vengono pronunciati i nomi delle otto vittime: Francesco, Marco, Daniele, Davide, Giuseppe, Michele, Sergio Basso e Maurizio, mentre in porto ancora si cerca il corpo del sergente di Guardia Costiera Gianni Iacoviello. Vittime di una tragedia di fronte alla quale ‘il Paese s’inchina e invoca che mai più accada’, dice durante l’omelia il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei e arcivescovo di Genova.

Migliaia i genovesi arrivati per dare l’ultimo saluto ai propri ragazzi: all’interno della Cattedrale e sulla piazza in tanti piangono. In tremila restano nella vicina piazza Matteotti, di fronte a Palazzo Ducale, per seguire la cerimonia davanti a un maxischermo. Genova dimostra così, ancora una volta, di essere una città viva, capace di sapersi unire di fronte alle tragedie più grandi. E il ricordo, per tanti, va immediatamente all’alluvione del quattro novembre 2011, quando nel capoluogo ligure persero la vita sei persone, tra cui due bambini.

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, la presidente della Camera Boldrini (‘È un momento triste per tutti noi e per l’Italia‘): in chiesa ci sono tutte le massime autorità. Papa Francesco ha mandato un telegramma che viene letto dall’altare. Un messaggio per esprimere ‘la sua profonda partecipazione al dolore che colpisce l’intera città e, mentre assicura fervide preghiere di suffragio per quanti sono tragicamente morti, invoca dal Signore una pronta guarigione per tutti i feriti’. Ma ci sono anche Ignazio, Stefano e Paolo Messina e Andrea Gais, armatori della Ignazio Messina spa.

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Palermo: scontri nella notte, carabiniere spara in aria

Scontri-carabinieri-Gesip-2-400x215Tensione e scontri questa notte a Palermo tra un gruppo di ex Pip e operai Gesip, che hanno rovesciato alcuni cassonetti per strada, e i carabinieri.

Davanti all’Assemblea regionale siciliana, dove c’è un presidio dei precari, una ventina di operai hanno iniziato ad inveire contro i militari e lanciare pietre. Uno dei carabinieri, per sedare gli animi, ha esploso otto colpi di pistola in aria. Un pregiudicato di 43 anni,  V. S., è stato fermato e denunciato per resistenza a pubblico ufficiale e rifiuto di fornire le generalità. Una ventina le persone identificate. L’uomo fermato, che ha accusato un malore, è stato subito soccorso e trasportato in ambulanza all’ospedale Civico, dove i medici lo hanno dimesso con sei giorni di prognosi.

Questo il bilancio della notte di protesta a Palermo. Protagonisti lavoratoti precari che presidiavano l’Assemblea regionale impegnata in queste ore nel complesso varo della finanziaria. Nel corso della notte anche una sassaiola all’indirizzo dei carabinieri che poco prima avevano bloccato un uomo. Un militare per dissuadere i manifestati aveva anche sparato alcuni colpi di pistola in aria.

La scintilla dei tafferugli il rovesciamento di un paio di cassonetti in corso Alberto Amedeo, all’incrocio con piazza Indipendenza, con l’effetto di ostruire la carreggiata. Uno dei vandali era stato bloccato subito dai carabinieri mentre altri due erano fuggiti verso piazza del Parlamento chiedendo man forte ai lavoratori che stazionavano per la loro manifestazione. A seguire una sorta di marcia verso la caserma. I manifestati sono stati dispersi dopo l’arrivo dei rinforzi dei carabinieri.

25 aprile festa di Liberazione: Milizia imbratta a San Lorenzo la scritta ‘Lode ai partigiani’

san_lorenzo - milizia imbratta scritta partigianiRoma -  Il gruppo di estrema destra ‘Milizia’ copre la scritta ‘Lode ai partigiani a San Lorenzo con della vernice bianca. E lo fa proprio nella notte prima del 25 aprile.

La storica scritta, su un muro proprio all’entrata del quartiere San Lorenzo, è stata cancellata alla vigilia del 25 aprile, 68° anniversario della Liberazione, di notte. Un gesto rivendicato da parte del gruppo di estrema destra ‘Milizia’, con una telefonata all’agenzia Ansa. Non è la prima volta che la scritta viene vandalizzata.

Sarah Scazzi: ergastolo per Sabrina Misseri e Cosima Serrano. Otto anni a Michele Misseri

SARAH: PROCESSO; IN AULA GENITORI E FRATELLO ATTENDONO INIZIOMassima pena per Sabrina Misseri e Cosima Serrano, cugina e zia materna di Sarah Scazzi, la ragazza di 15 anni uccisa il 26 agosto 2010. E’ questa la sentenza emessa dalla Corte di Assise di Taranto. Condannato a 8 anni Michele Misseri, zio di Sarah, per concorso nella soppressione del cadavere della nipote e per furto aggravato del telefonino della vittima. ‘Perché piangi? Lo sapevamo’, queste sono state le prime parole che Cosima Serrano ha rivolto alla figlia Sabrina al rientro in carcere dopo la lettura della sentenza.

All’uscita dall’aula Concetta Serrano, madre di Sarah ha espresso la propria amara soddisfazione: ‘E’ giusto che Sarah riceva giustizia. Speravo in questo, chi uccide merita questa pena’. Il verdetto è stato letto dal presidente della Corte, Cesarina Trunfio, che ha dovuto richiamare l’aula all’ordine dopo che alla pronuncia della parola ‘ergastolo’ sono partiti un applauso e delle grida.

Sono stati inoltre condannati a sei anni di reclusione ciascuno per concorso in soppressione di cadavere Carmine Misseri e Cosimo Cosma, fratello e nipote di Michele Misseri.  Due anni di reclusione sono stati inflitti, invece,  all’ex difensore di Sabrina, Vito Russo, per intralcio alla giustizia. Per i tre favoreggiatori, la corte ha inflitto un anno di reclusione ciascuno ad Antonio Colazzo e Cosima Prudenzano e un anno e 4 mesi a Giuseppe Nigro, con pena sospesa.

La Corte di assise di Taranto ha condannato anche Michele Misseri, Cosima Serrano e Sabrina Misseri al risarcimento dei danni, da stabilire in separata sede, alla famiglia Scazzi e al Comune di Avetrana. Nello stesso tempo ha stabilito una provvisionale di 50.000 euro ciascuno ai genitori di Sarah, Giacomo Scazzi e Concetta Serrano, e di 30.000 euro per il fratello Claudio.

LE TAPPE DELLA VICENDA - Sarah Scazzi, 15 enne di Avetrana, è stata uccisa nell’estate di tre anni fa. Il 26 agosto 2010 è uscita di casa per non farvi più ritorno, scomparendo nel nulla. Il processo per arrivare alle condanne di Sabrina MisseriCosima Serrano e Michele Misseri è lungo ed è fatto di dichiarazioni, smentite e colpi di scena. Il tutto seguito da un grande clamore mediatico.

Il 6 ottobre 2010 Michele Misseri si autoaccusa dell’omicidio, confessando di aver strangolato la nipote e facendo ritrovare i resti del corpo della giovane in un pozzo nelle campagne di Avetrana. Circa 10 giorni dopo lo zio di Sarah rivela che anche sua figlia, Sabrina, è coinvolta nel delitto. La ragazza finisce così in cella. Il 5 novembre 2010 Michele Misseri rinforza l’accusa, indicando la figlia Sabrina come l’omicida di Sarah.

Un mese dopo cambia idea, e inizia a scrivere lettere e a fare dichiarazioni in cui afferma di aver fatto tutto da solo, dall’omicidio alla soppressione del cadavere. Il 26 maggio 2011 viene arrestata Cosima Serrano, moglie di Michele Misseri e madre di Sabrina. E’ accusata di concorso in omicidio e sequestro di persona. Analogo provvedimento viene notificato a Sabrina in carcere. Dopo gli ultimi sviluppi Michele Misseri viene scarcerato. Su di lui pende solo l’accusa di soppressione di cadavere. Il 10 gennaio 2012 inizia il processo davanti alla Corte d’Assise di Taranto. Michele Misseri continua ad autoaccusarsi e così il suo legale rimette il proprio mandato. Il 5 marzo la Procura di Taranto conclude la requisitoria e formula le richieste di condanna.

Città di Castello: esplosione in una palazzina, un ferito

vigili del fuocoUna bombola del gas è scoppiata in un appartamento al primo piano di un edificio in via Martiri della Libertà, in una palazzina del centro di Città di Castello, in provincia di Perugia. Oltre alla persona ferita, non c’era nessun altro nell’edificio. Crollati due solai.

Un uomo è rimasto ferito nell’esplosione di questa mattina. Si tratta di un 56enne che avrebbe riportato ustioni su gran parte del corpo. L’uomo verrà probabilmente trasferito al centro Grandi ustionati di Pisa.

Al momento dello scoppio, avvenuto intorno alle 11.45, a causa di una bombola di gas in un appartamento al primo piano di una palazzina di via Martiri della Libertà, non c’era nessun altro nell’edificio.

Ingenti i danni nella palazzina che è composta di quattro appartamenti: sono crollati due solai. Sul posto, oltre ai vigili del fuoco subito al lavoro per lo spegnimento dell’incendio, sono intervenuti anche polizia e carabinieri.

‘Severe le omelie del sacerdote’ e lo uccide

UCCISO PARROCO A TRAPANI, CADAVERE TROVATO IN CHIESAE’ Antonio Incandela, 33 anni, della frazione di Fulgatore (Trapani), l’uomo arrestato dai carabinieri perché accusato di essere l’assassino del parroco della frazione trapanese di Ummari, don Michele Di Stefano di 79 anni, originario di Calatafimi, ucciso con colpi di bastone nella notte tra il 25 e il 26 febbraio, mentre dormiva nell’appartamento attiguo alla chiesa Gesù, Maria e Giuseppe.

Secondo quanto riferito dall’arrestato, sarebbe rimasto irritato da alcune severe omelie del sacerdote. Padre Di Stefano fu parroco della frazione di Fulgatore per 41 anni prima di essere trasferito a Ummari.

Ha ammesso l’omicidio dopo un interrogatorio durato tutta la notte e ha spiegato anche il movente: è una confessione piena quella di Antonio Incandela. L’indagato, con precedenti per incendio, ha detto ai pm coordinati dal procuratore di Trapani Marcello Viola di non sopportare le omelie del sacerdote: don Michele avrebbe abbondato in particolari sui ‘misfatti’ della piccola comunità rendendo riconoscibili le identità delle persone a cui si riferiva. L’uomo non avrebbe problemi mentali e secondo gli inquirenti, che lo seguivano da tempo, avrebbe anche una notevole abilità nello sfuggire alle indagini. Incandela era disoccupato e aveva vissuto, negli ultimi tempi, a Pantelleria.

A tradire Antonio Incandela, arrestato per l’assassinio di don Michele Di Stefano, è stato l’uso del bancomat del parroco che, secondo la sua versione fornita agli inquirenti, ha rubato per simulare una rapina. La stessa notte del delitto lo scorso 26 febbraio, il presunto omicida ha effettuato un prelevamento di 250 euro presso un istituto di credito di Fulgatore. Alle 6 del mattino ha tentato un altro prelevamento a Trapani e l’indomani a Marsala. Ma questi ultimi due tentativi sono falliti. La svolta – come hanno sottolineato in conferenza stampa il procuratore Marcello Viola ed il sostituto Massimo Palmeri – è avvenuta quando la madre di Incandela ha denunciato ai carabinieri lo smarrimento di una carta postamat con la quale il giovane ha effettuato un prelevamento di 200 euro. Confrontando le immagini riprese dalle videocamere delle banche e della posta, anche se sono di cattiva qualità, gli inquirenti hanno notato delle somiglianze. Hanno fatto quindi vedere il filmato ripreso dalla telecamera di Poste italiane alla madre, che ha riconosciuto il figlio. Fermato ed interrogato, il giovane ha ‘confessato’ fornendo particolari che solo gli investigatori e l’assassino potevano sapere, puntualizza il sostituto procuratore Palmeri.

Naufragio della Costa Concordia udienza preliminare: Comune chiede ’80 milioni di euro’

TRAGEDIA AL GIGLIO, NAVE DA CROCIERA FA NAUFRAGIO: TRE MORTIIl Comune dell’Isola del Giglio ha chiesto per il naufragio della Costa Concordia danni quantificabili ‘in almeno 80 milioni di euro‘. Lo ha richiesto il legale del Comune, chiedendo la costituzione di parte civile nell’udienza preliminare a Grosseto, nel corso della quale si dovranno esaminare le richieste di rinvio a giudizio a carico di Francesco Schettino e altri 5 indagati fatte dalla Procura al termine delle indagini sul naufragio della nave Costa Concordia all’Isola del Giglio. In questa prima fase il gup Molino ha previsto udienze fino al 24 aprile. Pool avvocati chiede 500mila euro per ogni naufrago. Difesa Schettino: per lui fu incidente sul lavoro.

 ’Da come eravamo partiti è stata fatta tantissima strada e sempre meno appare Schettino come capro espiatorio. Schettino sbagliò a fidarsi troppo della gestione della Costa Crociere ed emerge sempre più che è un uomo che ha avuto un incidente sul lavoro, non lo si può criminalizzare’. Lo ha detto in una pausa dell’udienza preliminare uno dei difensori di Francesco Schettino, l’avvocato Francesco Pepe, attribuendo delle responsabilità del naufragio al Giglio alla Compagnia Costa Crociere. ‘Abbiamo provato che Schettino aveva dato disposizioni per tenere la nave a distanza di un chilometro dallo scoglio, che ci fu un errore del timoniere, che non abbandonò la nave’ e altre circostanze. Invece per mesi questa vicenda ‘è stata gestita in modo terribile’, ha continuato l’avvocato Pepe, facendo apparire Schettino come ‘uno impazzito che condusse la nave contro gli scogli’. ‘Schettino si è fidato troppo di Costa e questo è stato un suo sbaglio, ora le cose stanno emergendo in modo più chiaro’, ha concluso l’avvocato Pepe. Il comandante Francesco Schettino è ‘gratuitamente assistito’ dal collegio difensivo guidato dall’avvocato Domenico Pepe. Lo ha detto il figlio dello stesso legale, avvocato Francesco Pepe, ai giornalisti a Grosseto. ‘Difendiamo Schettino gratis perché ci crediamo – ha detto – e anche perché è una causa che ci dà prestigio professionale’.

Cinquecentomila euro per ogni passeggero che ha riportato danni nel naufragio della Costa Concordia: è la quantificazione del danno stimata dal pool di avvocati ‘Giustizia per la Concordia’ all’atto di chiedere la costituzione di parte civile all’udienza preliminare in corso a Grosseto. Complessivamente i passeggeri assistiti dal pool sono oltre un centinaio.

Napolitano: ‘Tutto quello che avevo da dare l’ho dato. Non mi convinceranno a restare’

Giorgio-Napolitano-negli-anni-70Tutto quello che avevo da dare l’ho dato. Non mi convinceranno a restare‘. Lo dice il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in un colloquio con il direttore de ‘La Stampa‘, alla vigilia dell’elezione del successore. In queste ore infatti si moltiplicano le pressioni per cercare di convincere il Capo dello Stato ad accettare un prolungamento, a restare al suo posto ancora per un anno o due. Richieste che vengono risolutamente rispedite al mittente: ‘Ora ci vuole il coraggio di fare delle scelte, di guardare avanti, sarebbe sbagliato fare marcia indietro’.

Il Presidente è certamente grato per tutti i riconoscimenti che gli vengono tributati ma considera il mandato concluso – ‘tutto quello che avevo da dare ho dato’ ripete – anche perché conosce perfettamente la fatica del ruolo, sente il peso degli sforzi fatti e ricorda che a giugno compirà 88 anni. Restare o peggio tornare indietro, sottolinea Napolitano, ‘sarebbe ai limiti del ridicolo’.

Il Capo dello Stato difende poi l’attività dei ‘saggi’ per ‘dare una conclusione seria al lavoro compiuto’. Napolitano resta convinto che i saggi siano ‘stati l’ultimo contributo possibile’, un contributo che ‘non andrebbe buttato via’ perché ha dimostrato che un dialogo è possibile anche tra persone molto diverse tra loro, che ‘esistono occasioni di collaborazione’ che andrebbero colte al volo.

Ma certi processi politici non possono essere imposti da nessun Presidente, spetta ai partiti decidere se collaborare e in che forme e ora toccherà al successore di Napolitano riprendere il filo e trarre le conclusioni di questa fase convulsa.

Robert Edwards, pioniere della fecondazione in vitro e Premio Nobel per la medicina, è morto all’età di 87 anni


Professor Sir Robert EdwardsRobert Edwards
, pioniere della fecondazione in vitro e Premio Nobel per la medicina, è morto all’età di 87 anni: lo ha reso noto l’Università di Cambridge, presso la quale aveva lavorato.

Le sue ricerche, insieme al collega Patrick Steptoe (scomparso nel 1988), avevano portato il 25 luglio del 1978 alla nascita del primo ‘bebé in provetta’, Louise Joy Brown.

In occasione del premio Nobel, nel 2010, la stessa Louise si era congratulata con Edwards; dalla nascita della donna oltre quattro milioni di bambini sono venuti al mondo grazie alla tecnica della fecondazione in vitro. Uno dei trionfi della medicina moderna. Come testimonia Louise Joy Brown una bionda e florida signora inglese: la sua nascita, il 25 luglio del 1978, fu un raggio di speranza per migliaia di coppie cui il destino aveva impedito di avere figli.

La tecnica, oggi diffusa ma sempre accompagnata da polemiche di natura etica, è divisa in tre fasi. In primo luogo, alla donna vengono somministrati farmaci destinati allo sviluppo di un maggior numero di cellule uovo, e quindi vengono aspirati gli ovociti giunti a maturazione. Successivamente, vengono esaminati al microscopio gli ovociti recuperati e ne viene selezionato un certo numero di quelli più adatti. Questi vengono collocati, insieme col seme maschile, in un recipiente speciale, in modo che possano essere fecondati. Quando si formano gli embrioni, ne viene selezionato un certo numero (in genere tre) che sono reintrodotti nell’utero perché almeno uno dia luogo a una gestazione normale.

Detto così, sembra semplice. In realtà si tratta di una tecnica piuttosto complessa (e costosa) che prevede una serie di pesanti interventi farmacologici e di manipolazioni con strumenti piuttosto sofisticati. Viene usata, come ultima risorsa, nei casi di infertilità maschile (sperma troppo tenue per dar luogo a gravidanze) e femminile (in genere, occlusione delle tube di Falloppio). I problemi etici sono legati essenzialmente al fatto che nella procedura va distrutto un certo numero di embrioni. Per questo, in certi paesi è proibita, mentre in altri viene limitato per legge il numero degli embrioni che possono essere fecondati.

Dopo la nascita dei primi bambini concepiti in provetta, Edwards e il suo collaboratore Patrick Steptoe furono accusati di aver violato le leggi della bioetica. La Chiesa cattolica criticò il comitato Nobel per aver assegnato il premio allo scienziato. Secondo il Vaticano, Edwards aveva ‘la responsabilità morale di tutti i successivi sviluppi della tecnologia di riproduzione assistita e di tutti gli abusi resi possibili dalla fecondazione in vitro’.

 Nel 2011 Edwards fu nominato cavaliere dalla regina Elisabetta II per ‘i suoi servizi alla biologia della riproduzione umana’. Altri scienziati lo definivano come un visionario, che ha cambiato per sempre le vite di molte persone e della comunità medica. ‘Penso che adesso la gente capisca che Edwards aveva le migliori intenzioni; ci sono pochi biologi che hanno fatto cose altrettanto pratiche e introdotto cambiamenti così significativi per il mondo intero’, ha detto il dottor Peter Braude, professore di ostetricia e ginecologia del Kings College di Londra, il quale si trovava a Cambridge quando Edwards e Steptoe lavoravano sulla fecondazione assistita. Secondo le stime della Società europea di riproduzione umana ed embriologia, circa 5 milioni di bambini sono nati finora con l’uso della tecnica. Ogni anno, riferiscono gli esperti, circa 350mila bambini nascono grazie alla fecondazione assistita. Si tratta di figli di persone con problemi di sterilità, single, gay e lesbiche.

Matteo Renzi fuori dai ‘grandi elettori’. Il sindaco di Firenze denuncia: ‘giochini da Roma’

Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani e il sindaco di Firenze Matteo Renzi durante la campagna elettoraleIl sindaco di Firenze, Matteo Renzi, denuncia lo zampino dei vertici del Partito democratico nella sua esclusione dalla troika dei ‘grandi elettori’ toscani del capo dello Stato, ma il segretario del Pd Pier Luigi Bersani smentisce di essere intervenuto contro il suo rivale alla guida del centrosinistra.

Il Consiglio regionale della Toscana ha votato ieri i tre delegati regionali all’elezione del presidente della Repubblica, scegliendo come di prassi due esponenti della maggioranza di centrosinistra e uno dell’opposizione, ma tra i primi non figura Renzi.

A Montecitorio dal 18 aprile per eleggere il capo dello Stato si presenteranno il governatore toscano Enrico Rossi (Pd), il presidente dell’Assemblea Alberto Monaci(Pd) e il vicepresidente Roberto Benedetti (Pdl), come dice oggi un comunicato della Regione.

I primi due hanno ottenuto 31 voti, il rappresentante dell’opposizione 14. Renzi, che rappresenta oggi l’alternativa al segretario del Pd Pier Luigi Bersani, ha preso solo 2 voti.

Secondo una comune prassi, vengono eletti tra i grandi elettori il governatore e il presidente del consiglio regionale. Ma le polemiche di Renzi e della sua fazione si appuntano sul fatto che al sindaco di Firenze, che ha ormai assunto una notorietà a livello nazionale, sia stato preferito Monaci, senese, presidente dell’assemblea toscana dal 2010 con un passato di militanza nella Dc.

‘Fare il delegato regionale per eleggere il Presidente della Repubblica non era un mio diritto. Lo avrei fatto volentieri, certo, orgoglioso di rappresentare Firenze e la Toscana. Le telefonate romane hanno cambiato le carte in tavola, peccato’, ha detto oggi Renzi sulla sua pagina di Facebook, alimentando le polemiche nel partito – primo alle elezioni di febbraio, ma privo della maggioranza in Parlamento per governare.

‘Nessun dramma però, in politica può succedere. Mi spiace soltanto la doppiezza di chi parla in un modo e agisce in un altro. Ai doppiogiochisti dico: forse non riuscirò a cambiare la politica. Ma la politica comunque non cambierà me. Io quando ho da dire qualcosa lo dico in faccia, a viso aperto e non mi nascondo dietro i giochini’, ha concluso Renzi.

Stizzito il commento di Bersani, che nega qualsiasi coinvolgimento nella scelta della troika toscana: ‘Nella sequela di quotidiane molestie mi vedo oggi attribuiti non so quali giochini tesi ad impedire la nomina di Renzi a grande elettore per la Regione Toscana‘, ha detto oggi il segretario in una nota.

‘Smentisco dunque di aver deciso o anche solo suggerito, o anche solo pensato alcunché, a proposito di una scelta che riguarda ovviamente e unicamente il consiglio regionale della Toscana’, aggiunge la nota.

Renzi non ha ancora sfidato apertamente la leadership di Bersani, ma in caso di nuove elezioni si è detto pronto a correre contro di lui alle primarie, forte dei sondaggi che lo definiscono il leader politico più popolare.

(fonte Reuters)

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